Nella notte dei segni

Giovanni Tesio, Presentazione, in La préte de Bbacucche, cit., poi con il titolo La parola e il giorno in: G. Tesio, Prefatine, Mondovì, Boetti & C. Editori, 1989.

Potrei parafrasare una considerazione di Lotman: «La storia delle arti abbonda di ‘rinascimenti’, e cioè di resurrezioni di lingue artistiche del passato, percepite come innovatrici». Dico parafrasare perché non si può considerare il dialetto, tout court, come lingua artistica. Ma non si può nemmeno negare che il suo rinascimento odierno sia dovuto al suo nuovo statuto di ‘lingua di poesia’. Vecchia questione ornai, su cui è superfluo indugiare. La pretesa naturalezza del dialetto si trasforma in densità estrema di artificio. La speleologia della parola contraddice la storia e lo scarto che ne consegue è per se stesso una metafora. Il dialetto come ‘lingua di poesia’ afferma il suo statuto nel punto estremo di una negazione: e il paradosso è solo apparente. Anche Jakobson sostiene che nella storia del linguaggio standardizzato si verifica «la tendenza a risuscitare modelli arcaici, talvolta dimenticati da tempo». Nel caso del dialetto come ‘lingua di poesia’ la resurrezione è doppia. O può esserlo. More

Chi non parla dialetto non può parlare con i propri morti

Tristano Bolelli, La lingua e i dialetti, in «La Domenica del Corriere» (Milano), 21-7-84.
Una raccolta di poesie nel dialetto pugliese di Mattinata, intitolata U iréne (Il grano), ci ha mandato, tempo fa, Francesco Granatiero, nella bella edizione curata da Mario dell’Arco, un poeta di ampio respiro di cui abbiamo già parlato, benemerito anche come editore di testi dialettali.
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Su Mario Lattes

Franco Pappalardo La Rosa

L’“OMBRA” E GLI SPECCHI:
LA DISINTEGRAZIONE DELL’IDENTITÀ
DEL PERSONAGGIO-IO NEL ROMANZO
L’AMORE È NIENTE

Il protagonista, io-narrante in prima persona, del romanzo breve di Mario Lattes L’amore è niente,[1] è un piccolo borghese “inetto”, un uomo “senza qualità”. Di sé quest’io non dice il nome, preferisce rimanere anonimo, perché «può sempre esserci qualcuno che se ne serve per farci del male. Dire un nome può portare molta disgrazia».[2] Proprietario di un negozietto di ottica ereditato dal padre, sta personalmente al bancone della vendita degli occhi artificiali (più che altro, trascorre il tempo a modellare teste di conoscenti con la plastilina e ad applicarvi gli occhi di vetro); lascia, invece, che a servire le montature e le lenti per gli occhiali ai rari clienti provveda il commesso Fumel, con il quale intrattiene un rapporto ambiguo: gli affida, sì, l’intera gestione dell’attività commerciale, però lo teme, ne sospetta presunte trame e sotterfugi intesi a sottrargli la titolarità del negozio («Lo venderò, il negozio? O il Fumel ha già tramato per diventare lui il padrone? Del Fumel non mi fido, non c’è da fidarsi…»).

>>> L’”ombra” e gli specchi

Su Alfredo De Palchi

Franco Pappalardo La Rosa

NELLA «BUIA DANZA» DELL’ESISTENZA
Appunti sulla poesia di Alfredo de Palchi

1. C’è, in Sessioni con l’analista[1], una sezione intitolata Un ricordo del 1945, i cui tredici monologhi, incastonanti fulminei segmenti dialogici e impostati sul presente storico (che è quello della memoria graffiata dall’artiglio della sofferenza e, pertanto, un tempo riattualizzato), affondano lo scavo nell’irrimarginata ferita che ha dilacerato l’io nel corpo e nello spirito al tempo della sua giovinezza, quando, ingiustamente accusato, inquisito, torturato, condannato e trascinato infine nell’inferno di diverse patrie galere, dovette soggiacere alle brutalità, al sadismo delle guardie, alle privazioni e alle durezze del sistema carcerario.
>>> Nella “buia danza”

Poesia e dialetto

Parole di morti radici di mirto

Faraglione

foto di Antonio Lupoli

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Il blog POESIA E DIALETTO (splinder è stato dismesso) presenta vuoti e inesattezze. Esso viene conservato solo per consentire la ricerca su google. Il suo contenuto è stato tuttavia completamente recuperato nelle altre sezioni del presente sito, a cui si rivia. 
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Presentazione di “Bbommine”

Torino 2006, Libreria Bicros - Presentazione del libro Bbommine (Asfodelo/Bambino)

Franco Pappalardo La Rosa, F. Granatiero e Giovanni Tesio

Giovanni Tesio, Francesco Granatiero, Franco Pappalardo La Rosa

 

Dieci poesie per Mattinata

Foto di Antonio Lupoli
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Piovere – Piroscafo

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Tre poesie di Wisława Szymborska

Presentazione e traduzione di Francesco Granatiero

Maggio 1998. Salone del Libro di Torino. Vanni Scheiwiller mi regala, fresca di stampa, una copia della seconda edizione del volumetto di Wisława Szymborska, intitolato La fine e l’inizio. Accarezzo la copertina lilla (oh i montaliani «libri-farfalla» di Scheiwiller!), quando gli chiedo: «Come si legge Szymborska?». «Scimbòrsca» mi risponde semplicemente.

Lessi La fine e l’inizio nel tram, dall’inizio alla fine, tutto d’un fiato. Un nuovo mondo mi si spalancava davanti, un universo tutt’altro che antropocentrico, un mondo dove il microbo e l’astro hanno la stessa importanza: dal DNA di una cellula dell’anima alla giostra dei pianeti.

La Szymborska, poetessa teatrale, dialogica, colloquiale, discorsiva, filosofica, ma concreta e agnostica, usa con precisione ed economia un verso che respira nella geometria della metafisica. Importante, nella sua poetica, è la prospettiva, il punto di vista, che è sempre nuovo, inusuale, straniante, che non ha neppure bisogno della presenza dell’uomo: «Lo chiamiamo granello di sabbia. / Ma lui non chiama se stesso né granello né sabbia. / Fa a meno di un nome / … / Del nostro sguardo e tocco non gli importa. / … / Dalla finestra c’è una bella vista sul lago, / ma quella vista, lei, non si vede. / …» (dalla poesia eponima del volume Vista con granello di sabbia, Milano, Adelphi, 2005; trad. di Pietro Marchesani).

La sua scrittura apparentemente semplice, in realtà sorvegliatissima, fa uso di giochi ritmici e allitterativi, ma giusto quel tanto per non prendersi troppo sul serio. Una scrittura moderna, attuale, intellegibile, perché rivolta al quotidiano e guidata da un’intelligenza, un’arguzia, un’attenzione minuziosa e affettuosamente ironica. Ricordo l’incipit della poesia intitolata La cipolla (che trasposi anche in dialetto): «La cipolla è un’altra cosa. / Interiora non ne ha. / Completamente cipolla / fino alla cipollità. / Cipolluta di fuori, / cipollosa fino al cuore, / potrebbe guardarsi dentro / senza provare timore.» (da Vista ecc.).

Per la poesia, nel 1996, a Wisława Szymborska venne attribuito il Premio Nobel. La notizia nel nostro Paese aveva suscitato una sorta di indispettito stupore, ma non trovò affatto impreparato il «consueto generoso intuito» (Marchesani) di Vanni Scheiwiller, che qualche mese prima aveva pubblicato Gente sul ponte (titolo originale: Ludzie na moście, Varsavia, Czytelnik, 1986).

Fino ad allora della Szymborska in Italia non si poteva leggere che qualche poesia sparsa in antologie e riviste. E pensare che fin dalla fine degli anni Cinquanta era stata tradotta e pubblicata in edizioni autorevoli in mezzo mondo!

In Italia, grazie ai Libri Scheiwiller, è stato possibile leggere per la prima volta, nella collana “Poesia”, oltre a Gente sul ponte e La fine e l’inizio, i volumetti Uno spasso (2003), Ogni caso (2003), Attimo (2004), Appello allo Yeti (2005) e, in “Taccuini”, Taccuino d’amore (2002), Posta letteraria (2002), tutti a cura e nella traduzione mirabile di Pietro Marchesani.

Ora, finalmente, sempre a cura del grande polonista, abbiamo a disposizione il volume complessivo, con testo a fronte, delle Opere di Wisława Szymborska (Milano, Adelphi, 2008, pp. LI-1134), corredato anche degli scritti in prosa, ossia delle Letture facoltative e della Posta letteraria, di una ricca biografia, di una lunga e intensa intervista e del discorso pronunciato dalla poetessa a Stoccolma durante il conferimento del Nobel.

Ma le tre composizioni che presento, in questo mio primo tentativo di traduzione dal polacco, sono tratte da una raccolta appena uscita in Polonia, intitolata Qui (Tutaj, Cracovia, Znak, 2009). Ritorna la prospettiva delle precedenti opere. La poetessa parla da qui, dalla Terra, e il suo linguaggio descrive con parole incisive il miracolo della vita, il prodigio del quotidiano, con termini che sembrano tener conto anche di un eventuale lettore extraterrestre: «Forse in nessun luogo, o in pochi luoghi, / hai qui un tronco separato, / e con esso le cose occorrenti, / affinché ai bimbi altrui tu aggiunga i tuoi. / Inoltre hai braccia, gambe e una testa stupita» (Qui).

Il poeta è grande perché innalza il quotidiano all’assoluto e la Szymborska, più di ogni altro, sa guardare con metafisico stupore alle cose minime, apparentemente insignificanti, in realtà dense di vita, perché il microcosmo ha già in sé tutto il macrocosmo. Per lei ogni esistenza è unica, irripetibile. Ma ciò non le impedisce di allargare lo sguardo alla storia (negli anni Ottanta così ingenerosa verso la Polonia), di osservare e cogliere quanto di atroce e irrazionale ci attraversa: «Per giorni interi pensano / a come uccidere, per uccidere, / e a quanti ucciderne, per molti ucciderne» (Attentatori).

È sorprendente come questi attentatori possano, per il resto, condurre una vita normale. E ancora ci riempie di stupore la fogliolina sola che si dondola sul ramo nudo, risparmiata dalla violenza del vento, che si diverte ad osservarla (Esempio).

Ma più stupefacente è ciò che la Szymborska dice dello stupore: «nella definizione “stupefacente” si cela una sorta di tranello logico. Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.» (dal discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel).

Qui

Non so come dove,
ma qui sulla Terra c’è parecchio di tutto.
Qui si producono sedie e tristezze,
forbicette, violini, sensibilità, transistor,
dighe, scherzi, tazzine.

Forse altrove c’è di tutto di più,
soltanto per ovvie ragioni là mancano dipinti,
cinescopi, ravioli, fazzoletti per lacrime.

Qui ci sono tanti posti con dintorni.
Alcuni puoi amarli in modo speciale,
chiamarli a modo tuo
e proteggere dal male.

Forse altrove ci sono luoghi simili,
però nessuno li ritiene belli.

Forse come in nessun luogo, o in pochi luoghi,
hai qui un tronco separato,
e con esso le cose occorrenti,
affinché ai bimbi altrui tu aggiunga i tuoi.
Inoltre hai braccia, gambe e una testa stupita.

L’ignoranza qui viene lavorata,
continuamente qualcosa calcola, confronta, misura,
estrae con ciò deduzioni e radici.

Lo so, lo so, che cosa pensi.
Niente qui di solido,
perché da sempre per sempre siamo in balìa della furia degli elementi.
Ma osservi – gli elementi si stancano facilmente
e debbono talvolta lungamente riposare
fino alla volta successiva.

E so che cosa pensi ancora.
Guerre, guerre, guerre.
Pure tra di esse capitano delle pause.
Attenti! – gli uomini sono cattivi.
Calma! – gli uomini sono buoni.
Stando sull’attenti non si produce nulla.
Nella calma col sudore della fronte si costruiscono le case
e presto vi si abita.

La vita sulla terra viene fuori abbastanza a buon mercato.
Per i sogni per esempio qui non paghi un centesimo.
Per le illusioni – solo quando svaniscono.
Per il possesso del corpo – soltanto con il corpo.

E se questo è ancora poco,
giri senza biglietto nella giostra dei pianeti,
insieme con essi, gratuitamente, nella bufera galattica,
in epoche così vertiginose,
che nulla qui sulla Terra ha neppure il tempo di tremare.

Allora osserva bene:
il tavolo sta dove stava,
sul tavolo il foglio, così come fu messo,
per la finestra socchiusa soltanto un buffo d’aria,
e nella parete nessuna grossa crepa,
per la quale dovunque ti soffierebbe.

Attentatori

Per giorni interi pensano
come uccidere, per uccidere,
e a quanti ucciderne, per molti ucciderne.
Oltre a questo con appetito mangiano le loro pietanze,
pregano, si lavano le gambe, nutrono gli uccelli,
telefonano grattandosi sotto le ascelle,
fermano il sangue, quando si feriscono a un dito,
se sono donne, comprano assorbenti,
belletto per le palpebre, fiorellini nei vasi,
tutti scherzano un po’, quando sono in vena,
sorseggiano dal frigo succhi di agrumi,
di sera guardano la luna e le stelle,
si mettono alle orecchie le cuffie con musica silenziosa,
dormono dolcemente fino alle luci del mattino
– a meno che ciò che pensano, debbano farlo di notte.

Esempio

Un forte vento
ha strappato nella notte all’albero tutte le foglie
tranne un’unica fogliolina,
rimasta,
perché si dondolasse in un assolo sul ramo nudo.

Con questo esempio
la forza dimostra
che sì –
a volte ama scherzare.

Il gioco della cavallina

IL GIOCO DELLA CAVALLINA NEL GARGANO

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