I dialetti e l’Unità d’Italia

Il discorso della “malerba” dialettale pareva ormai relegato al passato. E invece no! L’Unità ha favorito l’alfabetizzazione, ma non ha, purtroppo, eliminato i pregiudizi e l’ignoranza di chi non riconosce la dignità linguistica e la sacralità dei dialetti.

I nostri dialetti sono l’evidenza tangibile di una civiltà ricca, multiforme e profondamente democratica. La grande varietà di parlate che caratterizza l’Italia è un fenomeno che “ha senza dubbio origini etniche e storiche, – diceva Gerhard Rohlfs – ma non sarà indipendente da certe proprietà e qualità del popolo italiano. Questo frazionamento mi sembra l’espressione linguistica di un individualismo nazionale e di un altro sentimento per l’importanza culturale della piccola patria.” Rohlfs individuava nella Russia l’esatto opposto di questa situazione.

È davvero deplorevole che la RAI abbia potuto congedare – ma si è poi ravveduta – spot da cui si evince una concezione così arretrata dei dialetti e una altrettanto bassa considerazione delle nostre radici e della memoria di chi ci ha preceduto. Tanto più perché la memoria corta è madre della miopia intellettuale.

Tali spot sono stati una gravissima offesa ai dialetti dei vivi e dei morti, perché i dialetti – secondo il grande filosofo Heidegger – non sono soltanto un modo di articolare la parola, ma sono la terra in cui si trovano i nostri morti con la loro bocca… I dialetti sono la terra delle nostre mille piccole patrie che formano la nostra grande patria. Chi non ama i dialetti, non ama l’italiano. Ma chi, in Italia, ama il suo dialetto (o lingua che dir si voglia) più dell’italiano, non ama l’Italia né tanto meno i suoi dialetti.

Dante & company ci hanno dato un formidabile mezzo per comunicare, e di questo dinanzi al mondo non possiamo che andare orgogliosi. Una civiltà superiore contagia sempre e forse più per amore di chi si contagia che per potere di chi contagia. È valso per i Greci nei confronti di Roma (vedi Magna Grecia) ed è valso per Firenze.

La lingua italiana già anticamente aveva dentro, per esempio, – checché ne dica la Padania – tantissimo padovano. Facciamo cose belle e grandi e diffonderemo le parole che le mediano. Allora l’italiano avrà la barbera, la pizza e il lampascione (per limitarci alla cucina) e noi l’orgoglio di avere una lingua viva e ricca, una lingua davvero di tutti.

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