Dialetti e lingua

I dialetti in Italia sono tanti quanti sono i comuni e le frazioni. Anzi spesso si distinguono una variante cittadina e una rustica, varianti di singoli rioni, di una fascia sociale rispetto a un’altra, di una professione o mestiere, di una ganga (gergo), dei maschi rispetto alle femmine, o addirittura possono differire da persona a persona (idioletti). Essi, a parte il ruolo tecnico di alcuni settori, occupano il registro cosiddetto “basso” della lingua.

I dialetti sono il vivaio della lingua italiana. Nel Novecento, grazie alla dialettalità di poeti e narratori, alla funzione educativa di teatro, cinema e televisione, all’influsso della musica leggera e alla diffusione commerciale di prodotti locali, hanno rimpolpato la lingua, rendendola più viva.

Lascio ad altri la questione se per alcuni dialetti si debba o no parlare di lingua. Chiunque legga una mia poesia comprende immediatamente che ho del dialetto una considerazione alta. E non solo perché io abbia dedicato ad esso degli studi.

Tutti i dialetti (liguri, piemontesi, lombardi, veneti, emiliani, sardi, laziali, abruzzesi, campani, lucani, pugliesi, calabresi, siciliani, ecc.) hanno una grammatica e un lessico propri e spesso anche (vedi il torinese, il veneziano, il milanese, il casarsese, il gradese, il romanesco, il napoletano, il tursitano, il sassarese, il cagliaritano, il palermitano, il catanese, ecc.) una propria (più o meno lunga e ricca) storia letteraria con opere non meno dignitose di quelle in lingua, tanto da concorrere con esse a formare la letteratura nazionale. È evidente, in questi casi, la loro dignità di lingue letterarie.

Per il linguista non c’è alcuna differenza tra lingua e dialetto. La distinzione ha semmai valore letterario e storico. Ma la letteratura e la storia la fanno gli uomini. Per cui ci saranno sempre opinioni differenti.

I nostri dialetti – come le lingue neolatine – derivano dal latino che si è sovrapposto ai substrati prelatini (celtici, venetici, osci, sannitici, siculi, ecc.). Non è più dignitoso per un dialetto chiamarsi lingua, a patto che di esso si abbia la giusta considerazione. Infatti sia le lingue che i dialetti hanno uguale dignità linguistica.

Anzi il dialetto, per sua definizione etimologica [il greco diálektos ‘discussione’ deriva da dialégein ‘parlare’], non può che essere parlato, e cioè vivo, mentre l’istituto della lingua è spesso una lingua morta.

L’italiano di oggi, arricchito dal contributo dei dialetti, dell’inglese e di altri organismi linguistici, è una lingua assai più viva di quella dell’inizio del secolo XX. Oggi più che mai la grammatica è dettata dall’uso e le accademie tengono nel dovuto conto anche la “crusca”. Per molto tempo l’italiano è stato – si può dire – una lingua morta, perché, al contrario dei dialetti, non era parlato.

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