Il dialetto a scuola

L’insegnamento dei dialetti a scuola, così come propagandato (aborrendo il termine “dialetti” e parlando esclusivamente di “lingue”), credo sia più che altro la conseguenza di un discorso politico, che avrà pure le sue rivendicazioni, ma penso non giovi ai dialetti in quanto tali, prima perché non tende a salvare le specificità delle singole parlate, ma una koinè dialettale ad essa sovrapposta e in parte ricostruita, poi perché finisce per gettare discredito sulle operazioni di vero salvataggio o tutela dei dialetti.

Artificioso è l’uso di un dialetto in modo estraneo alla sua natura. Ridondante e fastidioso risulterebbe un modulo del CUD in un dialetto di incomprensibile burocratese. Inutile al locutore e disorientante per il turista, una doppia segnaletica stradale, di per sé già pletorica. Se non risibile (per chi parla un dialetto prossimo sortisce effetti involontariamente comici), almeno strano e di certo più approssimativo, il ricorso a telegiornali infarciti di inevitabili prestiti dall’italiano.

Ovviamente diversa è la situazione di quei centri dove l’italiano è scarsamente compreso e vige l’uso vivo di una lingua alloglotta o minoritaria.

Come ben diverso è l’uso del dialetto a fini artistici diversi dal puro folclore. Virgilio Giotti non usava il dialetto per parlare, ma solo per scrivere poesia. Anche qui, però, non è il caso di sottolineare la possibilità di calchi o di espressioni come casse indegradziòune o àcede acetil-salecìleche, che non giustificano l’uso del dialetto e possono essere modernamente citati nella loro lingua originaria, secondo la regole del code-mixing o del code-switching, ovvero della commistione di lingua e dialetto nella stessa frase o del passaggio dall’uno all’altro codice linguistico, così come avviene nel parlato in modo del tutto naturale.

Un insegnamento scolastico perseguibile dovrebbe limitarsi a raffronti etimologici, grammaticali, lessicali, sintattici, nell’ambito dell’insegnamento dell’italiano. Ciò è possibile ed auspicabile perché sia l’italiano che i dialetti hanno origini simili, se non uguali. Tale studio linguistico potrebbe allargarsi, d’altra parte, ad accenni alle lingue neolatine (francese, spagnolo, rumeno, friulano ecc.), evidenziando alcuni tratti comuni e alcune differenze peculiari, in modo da chiarire come funzionano le lingue e i dialetti – che delle lingue sono solo fratelli meno fortunati.

L’approfondimento linguistico, attraverso un discreto, continuo e non sporadico riferimento ai dialetti, andrebbe espletato durante l’ora di italiano, utilizzando, accanto alla letteratura in lingua, qualche saggio degli autori di spicco nei dialetti della regione e del meglio del materiale offerto dalla civiltà contadina. Un insegnamento così concepito rappresenta una concreta possibilità, per il nostro naturale vivaio, di rinvigorire la lingua comune con il sostanziale apporto dei valori tradizionali. (*)

(*) Ai fini dell’insegnamento e dell’apprendimento dell’educazione linguistica dei dialetti segnalo i profili regionali a cura di Alberto A. Sobrero pubblicati da Laterza, come Puglia di Sobrero-Tempesta o Piemonte e Valle d’Aosta di Tullio Telmon. Per la Puglia augustea mi permetto di ricordare la mia monografia parascolastica La memoria delle parole.

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