Il dialetto dell’anima

Intervista di Antonio Rinaldi

Granatiero prega con Jacopone

A poco più di un anno dal libro Passéte [“Usta”/“Passato”] edito da Interlinea di Novara, esce in questi giorni, per i tipi delle Edizioni Cofine di Roma, un volumetto di patrenústre, ossia di preghiere, del poeta Francesco Granatiero. Il titolo, Patrenústre ótte a ddenére [“Paternostri otto a ddenaro”], è tratto dalla lauda Que farai fra’ Iacovone? di Jacopone da Todi e significa otto paternostri di penitenza per ogni soldo di debito contratto con il peccato. Jacopone, il grande francescano già rivisitato da Granatiero in occasione di un suo volume di trasposizioni intitolato Giargianese (2006), viene ora riproposto in tutta la sua magnificenza con otto laude profondamente assimilate dal poeta pugliese e offerte alla sensibilità dei suoi lettori.

A scanso di ogni pregiudizio, dirò subito che l’emozione suscitata dai versi di Jacopone non viene affatto smorzata dalla versione in dialetto garganico di Granatiero. L’operazione, a giudicare dai risultati, non mi sembra per nulla riduttiva, perché il dialetto usato da Granatiero è – a mio parere – una vera e propria lingua, uno strumento letterario capace di rendere, ora per capacità intrinseca ed ora in virtù di arte, tutte le varie sfaccettature della poesia iacoponica.

Ma per chiarirci meglio lo scopo, lo spirito e il significato di queste traduzioni sarà bene rivolgere direttamente a Granatiero alcune domande.

– Che cosa ti ha spinto a tradurre Jacopone? Per te questi patrenústre che cosa rappresentano? Sono delle traduzioni sic et simpliciter?

«Non proprio o non solo. Il sottotitolo del volumetto è Pregare con Jacopone. Queste versioni in dialetto nascono dalla mia incapacità a pregare nel senso comunemente inteso. Nella tarda mattinata della Domenica di Pasqua 8 aprile 2007, affidandomi alla fede di Jacopone da Todi, ho pregato traducendo Omo, mittite a ppensare. Il giorno dopo, Lunedì dell’Angelus, ho ripetuto l’esperienza con Assai m’esforzo a guadagnare. Nei giorni successivi mi sono cimentato con Que farai, fra’ Iacovone? e O iubelo de core. Il libretto culmina il 13 e 14 aprile 2007 con la trasposizione di Donna de Paradiso

– Ma una poesia di Iacopone da Todi c’era già in Giargianese.

«Jacopone è una mia vecchissima conoscenza. Mi impressionò fin dal liceo. Sue tracce – mi riferisco alle terzine di settenari – si trovano già in un poemetto della mia raccolta U iréne, edita da Mario dell’Arco nel 1983. La traduzione di O Signor, per cortesia, tratta da Giargianese, risale al 2004. Mentre la versione di O papa Bonifazio è del settembre 2007 e quella di Quando t’alegri, omo d’altura è addirittura del marzo di quest’anno.»

– Vedo che, come Giargianese, anche Patrenústre è fornito di cd.

«Sì, anche se il cd è presente solo in un’edizione ridotta. In questo caso la lettura ribadisce, oltre alla peculiare oralità del mezzo espressivo utilizzato, anche la funzione didascalica e di preghiera della poesia iacoponica. È per questo che essa è accompagnata, all’organo, da musica sacra. Si tratta della Messa mariana, inedita, del Maestro Antonino Di Paola, medico originario di Catania (ma residente a Torino), che ha dedicato il meglio di sé all’Ospedale di Rivoli, dove è stato primario radiologo emerito e capodipartimento della ex A.S.L. 5 di Collegno, il quale ha coltivato, da autodidatta, un segreto amore per la musica melodrammatica, regalandoci un’opera ispirata alla più moderna sensibilità romantica, disciplinata da classica compostezza.»

– La civiltà medievale duecentesca è caratterizzata, secondo Erich Auerbach, da una «mescolanza di senso della realtà e di spiritualità», ma mentre in san Francesco anima e corpo, Dio e natura si fondono mirabilmente, in Jacopone si assiste a una contrapposizione drammatica, anche se il suo rifiuto del mondo – come sostiene Gianni Mussini – non è mai rifiuto della “carne”, della viva materialità delle cose. Il suo è tutt’altro che uno spiritualismo etereo. Che senso ha oggi riproporre Jacopone da Todi?

«Jacopone è una grande, singolarissima voce dell’Anima. La sua attualità è, quindi, fuori discussione. Laude drammatiche come Donna de Paradiso, in cui viene rivissuta la passione di Cristo, sono state da sempre rappresentate nella Settimana Santa, in chiesa, sui sagrati e nelle piazze. Moniti come Quando t’alegri, omo d’altura e confessioni come Que farai, fra’ Iacovone? sono di una concretezza e di una forza tali che resteranno sempre vive a testimoniare il profondo legame dell’uomo con Dio fino all’eternità. Cambiano le lingue, restano le domande. Jacopone è una “riproposizione” di Cristo. Egli sconta la “maledizione” della scomunica per la sua intransigenza di Spirituale, in un carcere sotterraneo, in assoluto isolamento, tra fame, freddo, ceppi alle caviglie e pestifere esalazioni. Perduto ogni diritto umano e ogni terreno onore, soffre fino allo stremo l’umiliazione dell’anima e del corpo, restituita con dolorosa sincerità e non senza autoironia, senza mai cedere alla disperazione, ma sublimando il suo dramma, attraverso l’odio di sé, in un appassionato dialogo con Dio, in una tensione ascetica che si traduce in sferzante, energica e salutare fustigazione della Chiesa corrotta.»

– Sappiamo della larga presenza di termini dialettali nel volgare umbro duecentesco di Jacopone. Ha senso riproporre Jacopone in dialetto?

«Di certo ha più senso nella concretezza e nell’umiltà del dialetto che nella ricchezza e nell’astrattezza di una qualsiasi lingua. La poesia di Jacopone è prima di tutto insegnamento e preghiera. Le sue laude sembrano obbedire a un’esigenza mnemonica e didascalica, ma rappresentano una vera e propria forma d’arte, tutt’altro che ingenua e sprovveduta. Non è in questo senso che va intesa l’espressione “giullare di Dio”, coniata nell’Ottocento dal D’Ancona. Jacopone fu notaio colto, esperto di retorica e filosofia e versato per la poesia anche della tradizione cortese. Le laude furono scritte nel volgare umbro duecentesco, così come la Commedia di Dante nel volgare fiorentino. Solo nella concretezza del dialetto, delle metafore attinte al mondo agricolo-pastorale, è possibile far rivivere la forza della lingua viva, necessaria, urgente, ora culta ed ora rozzamente popolare, ma sempre efficacissima, di Jacopone da Todi, che, lungi da un compiacimento puramente estetico della poesia, è grande anticipatore dell’eteronomia dell’arte, in cui – come successivamente in Dante – confluiscono implicazioni religiose e ideologiche.

Piuttosto – mi chiederei – è oggi finalmente possibile comprendere un dialetto usato per fini non ludici? Ecco, io, con il mio dialetto, mi accosto a Jacopone per ritrovare i valori profondi, sommersi da un presentismo fin troppo rumoroso e invadente, il senso intimo di assoluta povertà e di totale annichilimento, la letteratura al servizio di una “dotta ignoranza”.»

– In effetti, nella lingua di Jacopone c’è la forza delle espressioni del popolo. La sua poesia ha carattere pubblico, è una poesia di impegno civile, oltre che di ispirazione religiosa. È senza dubbio molto importante la scelta di contrapporre alla lingua ufficiale, il latino, che è lingua dotta, formale, dei documenti, di un ex impero, il volgare, che è invece lingua viva, corrente, nata dal latino, ma pregna di significati corporei e di vissuti concreti.

A un latino calato dall’alto, dall’autorità di una Chiesa dominante, ecco contrapporsi l’eresia, quasi, di chi si mette contro un Bonifacio VIII, pagandone le conseguenze, attuando nella sua epoca il messaggio evangelico attraverso l’adesione al francescanesimo più pauperistico, quello spirituale.

Ecco, con Jacopone, ancora le tue parole perdute, «rimosse», appartenute al popolo garganico, che si ricollegano idealmente, e a ritroso nei secoli, al passato medievale e ai sentieri che hanno unito l’Umbria di Francesco di Assisi e di Jacopone da Todi alla Terra dell’Arcangelo, una terra di confine, ricca di simboli, che come ponte proteso verso Est, permetteva il viaggio verso il Medio Oriente, la Gerusalemme geografica e, per i credenti, la Gerusalemme Celeste.

Parli di laude in dialetto garganico. Ma non è ancora il dialetto di Monte Sant’Angelo-Mattinata?

«Certo, è il dialetto di Monte Sant’Angelo-Mattinata. Ma, ove necessario, utilizzo voci di Manfredonia, di Vieste, di Vico, di Peschici, di San Marco in Lamis, Sannicandro ecc. In ogni caso è un dialetto che deve necessariamente allargare i suoi orizzonti, come, del resto, ha dovuto fare il volgare umbro di Jacopone per dire cose allora scritte esclusivamente in latino. Non esiste un documento letterario illustre in volgare garganico o di Capitanata, ma si può presumere che, trascurando le più recenti trasformazioni fonetiche, il lessico più arcaico dei nostri dialetti non sia molto distante dai corrispettivi volgari dell’epoca di Jacopone.»

– Diceva Dante nel Convivio: «Sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare, senza rompere tutta sua dolcezza e armonia». Per te la poesia è traducibile?

«Anche per me la poesia è intraducibile. Ma la preghiera, sì. Perché la preghiera è già nell’intenzione. Come si dice a Monte Sant’Angelo: còfene suse e ccòfene juse e Ggése Criste predziuse (secchio su e secchio giù, e Gesù Cristo prezioso). La traduzione, poetica o impoetica che sia, è – come disse Benedetto Croce, cercando di tradurre Goethe – un atto d’amore, che è un atto profondamente irrazionale. E tali volevano essere le mie trasposizioni di Giargianese, tali, e a maggior ragione, sono questi Patrenústre: un atto d’amore e una domanda di fede. Si dice che il lettore di poesia sia egli stesso poeta. In qualche modo anche leggere è tradurre, anche leggere è tradire.»

– Ciononostante, tu fai una traduzione che rispetta il metro, il ritmo, la rima, il significato, il registro, le figure retoriche, il tono, il colore, ecc. La tua – mi sembra – è una trasposizione che non stenterei a definire filologica.

«Mi sono adoperato a “travasare” anche l’urgenza paratattica e le sprezzature. Spero che il mio dialetto non sia troppo musicale. Questo potrebbe forse andare a scapito della sincerità dell’arte iacoponica. La sincerità, la sapida venatura dialettale, le espressioni rustiche e irregolari, le dissonanze, l’accoglimento di ogni termine, anche il più plebeo – purché funzionale all’intento spirituale –, uniti al disprezzo per la cura formale, sono gli aspetti più moderni e affascinanti della poesia di Jacopone. Perché la scelta del volgare, in Jacopone – come evidenziato da Franco Mancini prima e da Gianni Mussini poi –, non ha uno scopo divulgativo (o non solo), ma avviene sotto la spinta interiore di un fine profondamente religioso: riconquistare, pur da sapienti, anche nello stile espressivo, l’ideale umile del Vangelo.»

– A conclusione di questa intervista, non credo di sbagliare se interpreto Patrenústre ótte a ddenére come una naturale prosecuzione del cammino della poesia di Granatiero. Mi ricordo della chiusa della Préte de Bbacucche, del suo ritmo, della sua grande religiosità. Un viaggio che parte dal basso, dalla terra e si sviluppa verso l’alto, il cielo. La terra, le pietre, le grotte che abbiamo incontrato in tutta la sua poesia non sono forse i simboli che legano l’uomo alle sue radici identitarie? L’utopia dei cristiani, o di tutti i movimenti ereticali che hanno percorso la storia, non è l’éskaton che la poesia rincorre, avvicinandoci al mistero e rifiutando il potere e i facili compromessi? La volontà di fare il bene, di amare e di andare incontro all’Altro non è un colmare la distanza che rende sacro ogni gesto dell’Uomo?

Antonio Rinaldi

da “Il Gargano nuovo”, anno XXXV, n. 4, aprile 2009

Scarica da academia.edu la nuova edizione, cliccando su Patrenústre

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