Sunette

di FRANCESCO GRANATIERO

«… nella zona di Mattinata ancora prima del bivio […]
il prodigio di un lavoro immenso, di un’opera paziente,
senza limiti, forsennata, di un popolo di formiche […]
intorno intorno non sono che muri rustici, a secco, saldamente
piantati per contenere appena un piccolo lembo di terra…»
Tommaso Fiore, Terra di Puglia e Basilicata

P’aderge ssu sunette
ne nd’accite l’appítte,
pure s’ a sette a sette
li sccaffe a canze stritte,

avaste ca li mitte,
squatréte o a sccarde, scchette,
teréte a curdalette,
sette e sette, a despítte

e setuuete, forte,
a zippe e iarche tunne,
ne nzonne cchiù paròule,

sonne na maciaròule
pe d-affené lu munne,
pe ffé sccatté la morte.

 

SONETTO

Per fare il tuo sonetto
niente pena di petto,
anche se a sette a sette
le schiaffi belle strette,

purché trovino assetto,
squadrate o a schegge, schiette,
telegrafiche, rette,
sette e sette, a dispetto

e in costrutti siffatti,
a stecco e ad arco tondo,
non più parole metti,

ma pietre di muretti,
perché affinino il mondo,
perché la morte schiatti.

 

NOTA – Le sillabe del settenario (a sette a sette), le parole “attagliate” o a mo’ di schegge (squatréte o a sccarde), lapidarie, telegrafiche (curdalette, filo del telegrafo, telegrafata), i versi (sette e settë) del sonetto rimato e ritmato a dispetto (a despíttë, come certi canti popolari), non tanto di chi rifugge dal canone, quanto del tempo che tutto consuma, solidamente strutturati (come le costruzioni che poggiano su colonne e archi a tutto sesto, cfr. il proverbio: zippe tise e arche tunne mandènene a tuttë lu munne, stecco ritto e arco tondo sorreggono tutto il mondo), non sono più parole, ma pietre di un piccolo muro a secco. Il muro a secco, in caso di pioggia torrenziale, trattiene la terra, dove il cafone semina il grano per sfamarsi. La poesia, nata per dare un senso alla vita, filtra il dolore attraverso la memoria, ergendosi a difesa dello spirito e innalzandoci all’eterno.

 

Per un sonetto di Francesco Granatiero

Sette: la stringente logica esoterica di un numero per formulare un canto necessario, in memoria della fatica millenaria e delle passioni ostinate che hanno costruito, sulle terre della Puglia, migliaia di muretti a secco. Un canto lontanissimo dal sentimentalismo oleografico, dai piccoli mondi antichi delle arcadie canterine, estetizzanti. Granatiero ha costruito l’edicola di questo sonetto (ecco che ritorna, dagli anni scolastici, uno dei pochi versi mai dimenticati: Exegi monumentum aere perennius…) con lo stesso silenzio petroso di un bracciante lavorato dal sole e dalla fame, ammutolito da una sete che non permette divagazioni e affettazioni, ma che pratica e comprende la sapienza rustica dei ritmi e delle rime, la maestria scarpellina, la materia spontanea del dialetto che sposa le misure e gli accenti essenziali, classici, per non soccombere alla consunzione del tempo, alle stagioni corrosive della penuria, alle tetraggini “baronali” della morte.

MICHELE PASSALACQUA

Sant’Eramo in Colle, maggio 2009.

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