Michele Vocino: nel “nóstos” il segreto di uno scrittore a tutto tondo

di Francesco Granatiero

Michele Vocino è nato a Peschici il 27 settembre 1881 da Giacomo, che, appena ventenne fu con Garibaldi a Bezzecca, dove riportò una ferita in combattimento, e da Blandina Libetta, figlia del comandante della prima nave a vapore che varcò il Mediterraneo, ossia di quel Libetta poi deputato al Parlamento napoletano. Per di più tra gli antenati di Blandina c’era il grande filosofo, storico e giurista Pietro Giannone. (1)

Alle nobili origini («una famiglia onesta di antiche tradizioni di coraggio, di fede, di correttezza e di operosità») (2) si potranno attribuire l’ingegno, la tenacia, la fedeltà ai princìpi morali e l’onestà intellettuale, alla serietà e all’impegno degli studi rigorosi lo straordinario bagaglio culturale e la completezza della sua formazione.
Dopo la maturità classica, conseguita a Lucera, Michele Vocino si laureò a Napoli in giurisprudenza ed entrò per concorso nel Ministero della Marina, dove raggiunse il grado di direttore generale. Passò poi al Consiglio di Stato, terminando la carriera come presidente di sezione. Infine entrò a Montecitorio come deputato democristiano della circoscrizione Foggia-Bari. Morì a Roma il 17 maggio 1965.
Nel suo testamento spirituale, Il canto del cigno, Michele Vocino confessa: «Durante il ventennio non sono stato fascista militante, ma non ho disertato il mio posto di lavoro considerando la fuga una vigliaccheria, tanto più che nel mio Ministero della Regia Marina i miei superiori mi consentivano ogni libertà di pensiero e, fin quanto possibile, anche d’azione. […] Dopo il crollo non sono andato al Nord ed ho partecipato personalmente alla resistenza, pur deprecando, come depreco, la cruenta lotta fratricida che ora, per fazioso opportunismo politico, si vuole esaltare come una delle più belle pagine della storia d’Italia, mentre, con le debite discriminazioni, si potrebbe, sotto alcuni aspetti, pensare il contrario». (3)
Su tale resistenza viene dato qualche ragguaglio da Michele Capuano nel Profilo di Michele Vocino, seconda parte del n. 24 dei Quaderni de “Il Gargano” diretti da Giuseppe d’Addetta. (4)
Michele Vocino profuse la sua passione per la marina, ereditata dal nonno materno, in libri come La nave nel tempo, (5) edito più volte e tradotto in inglese, francese e tedesco. La prima nave a vapore nel Mediterraneo (1918) destò molto interesse, oltre che nel vasto pubblico, anche in Gabriele D’Annunzio. (6) Il Manuale di diritto marittimo (1911) è ritenuto dai massimi esperti dell’epoca un’opera completa, oltre che pratica: una vera enciclopedia di diritto marittimo, in cui vengono esposte in mirabile ordine logico le norme di tutti i testi relativi all’amministrazione marittima, al commercio, all’armamento e alla gente di mare. Risonanza internazionale ebbe anche un altro volume sul protezionismo marittimo nei vari Stati (1912).
Sugli ultimi volumi, Primati del Regno di Napoli e Regine di Napoli (1960), quasi un omaggio alla giannoniana Istoria civile, lo storico Raffaele Ciasca scrisse: «Da queste pagine di Michele Vocino, sature di storia e di suggestivi richiami, emerge un volto nuovo del Mezzogiorno, o descritto con toni nuovi, nel delineare i vari aspetti dell’economia e della vita del regno di Napoli. Michele Vocino ha dato di piglio alla storia politica, economica e sociale del Mezzogiorno accortamente utilizzando cronache e annali, dati statistici, memorie e documenti di varia natura per comporre il suo quadro. La sua curiosità di osservatore acuto e intelligente, la varia sua esperienza legislativa ed amministrativa per la qualità di parlamentare e di membro del Consiglio di Stato; l’avere egli navigato e girato per moltissimi porti e paesi di vari continenti; tutto ciò conferisce alla sua indagine vivacità, ricchezza, di informazioni, di notizie e di riferimenti alle opere di altri popoli e di altri paesi, spigliatezza di esposizione e di dettato che non è facile trovare altrove». (7)
Scrittore veramente eclettico, Michele Vocino è stato assiduo collaboratore di giornali e riviste ed ha scritto molto di notizie e aneddoti della marina antica e moderna, di storie e leggende, di cronaca e mondanità, di storia del costume e curiosità giornalistiche, illustrando la vita d’altri tempi in casa e fuori, a tavola come ai bagni, a caccia e nelle feste, nelle bische, nei postriboli, nelle carceri e sulle galere, nei conventi e nelle università, alle nozze e ai battesimi e nell’intimità domestica e femminile più segreta: curiosità raccolte nei cinque volumi di A orza a poggia (1929-58), un titolo desunto dalla terminologia marinaresca, che si riferisce rispettivamente al lato di sopravvento o di sottovento di una nave.
Ma un interesse che lo ha visto attivo fin dalla più giovane età è quello che ruota intorno al Gargano, alla Capitanata e alla Puglia, in tutti i suoi aspetti. Sua è la prima traduzione italiana della parte pugliese del libro del grande archeologo e viaggiatore parigino François Lenormant, A travers l’Apulie et la Lucanie, pubblicata con il titolo Nella Puglia dauna (1917). Sua è la prima monografia completa del Gargano, Lo Sperone d’Italia (1914), per cui, a mo’ di introduzione, fu scritta la presente nota, ora testimonianza di un abortito progetto di riedizione dell’opera centenaria.
Tutte le pubblicazioni vociniane sul Gargano e la Puglia nascono dalla spinta profonda del nóstos: «Io sono stato sempre ammalato di nostalgia della mia Terra che ho tanto presto abbandonato; di nostalgia, fanciullo in convitto, per la mia casa lontana, ragazzo ventenne studente in Napoli, per i miei paesi lontani, e poi sempre in tutta la vita, in Roma che è stata la mia patria adottiva». (8) Ma questo sentimento viene riscattato da una curiosità e da un’intelligenza non comuni, che senza troppo concedere al páthos si sciolgono in pagine fitte di storia, di fatti e riferimenti precisi, con annotazioni specifiche, geologiche, preistoriche, mitologiche, archeologiche, politiche, economiche, statistiche, tecnologiche, aneddotiche, tutte accuratamente documentate e sapientemente intessute come in mirabili arazzi.
Lo Sperone d’Italia rappresenta, per il tempo in cui fu scritto (vedi il capitolo Oggi), tutto un programma di rinascita del Promontorio, ed è, ancora ai nostri giorni, una certificata, scrupolosa e disinvolta disamina della storia del Gargano anteriore alla Grande Guerra, dalla notte dei tempi alle immigrazioni elleniche, dall’era di Roma all’Arcangelo, attraverso Barbari, Bizantini, Longobardi e Normanni, dalla nascita e crestita dei centri abitati tra piraterie turche, terremoti, pestilenze e carestie, agli Svevi e alle dominazioni straniere, ai feudi e feudatari, al brigantaggio e all’Unità d’Italia.
È un saggio dallo stile giornalistico asciutto e spigliato, sobrio e vivido, illimpidito dalla nostalgia, ma distante sia dalla scrittura letteraria o aulica di penne anche del nostro tempo, sia dal periodare paludato di scrittori a corto di argomenti. Argomenti che a Michele Vocino di certo non difettano. Basta sfogliare le Note con tutta la ricca, pertinente e aggiornata bibliografia utilizzata, per rendersi conto della sagacia del lavoro, che mette radici in ogni branca dello scibile, attingendo dal meglio di ogni settore, per darci uno spaccato vivo, a tutto tondo, di un’area troppo a lungo ai margini, afflitta da un isolamento e da un sottosviluppo, che solo negli anni Sessanta del Novecento – proprio mentre Michele Vocino chiudeva i suoi giorni – conoscerà, principalmente grazie ai frutti dell’emigrazione, il senso della parola benessere.
Nicola Zingarelli, nell’introduzione di Apulia fidelis (1924), dopo aver tratteggiato la «grande storia» della Puglia, non si meraviglia della esiguità «di canti, leggende, fiabe, racconti pugliesi» ivi offerte da «un valentuomo, Michele Vocino, il quale con tante belle e insigni opere viene illustrando la Puglia, e specialmente la nativa regione del Gargano» (9), perché quella popolare è una letteratura destinata a scomparire, se non viene affidata alla carta scritta e se questa non viene gelosamente custodita.
A maggior ragione non desta meraviglia la esiguità dei canti precedentemente raccolti ne Lo Sperone. La qualità di questi è però di una tale chiarezza, da offrirci un raro esempio di genuinità. Molta letteratura popolare è stata successivamente collezionata nel secolo scorso. Ma più passa il tempo e meno le trascrizioni sono limpide. E ciò non solo, o non tanto, per le difficoltà offerte dal dialetto più arcaico. I canti che sopravvivono sono spesso costituiti da frammenti giustapposti. Endecasillabi di un’ottava si innestano in un’altra. Ecco allora strambotti con versi zoppicanti per via di zeppe e vuoti di memoria ed espressioni astruse in grazia di perle di travisamenti.
I canti raccolti dal Vocino appartengono tutti al dialetto dauno dell’area garganica settentrionale, caratterizzata dall’assenza di metafonesi delle vocali brevi latine: vènte (vento), mòrte (morto). Non è, invece, rappresentato il dialetto apulo-foggiano dell’area garganica meridionale (Monte Sant’Angelo, Vieste, Manfredonia), contraddistinto da metafonesi di tipo napoletano (vínde e múrte), né quello dell’area intermedia (San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo), che si differenzia per la metafonesi di tipo sabino (vénte e mórte).
Molto interessante è il paragrafo su lu ditte sannicandrese. Riccamente argomentato il paragrafo sulla tarantella e i suoi legami con il sempre attuale fenomeno del “tarantismo”. Ma quella che è una vera chicca per la poesia popolare è la scoperta di «tal Alessandro Nobilitti», ovvero Alessandro Nobiletti (Ischitella 1798-1868), come riportato da Ciro Cannarozzi. (10) Sue poesie, come N’avucellètte ngajóle, furono incluse dal Vocino anche in Apulia fidelis. Ne trascrivo una sapida quartina:

Ma mò che stènghe ind’a gajóle,
sèmbe nu paste me danne a mmagnà:
ije agge pèrse lu tatte alla góle,
cóme a nu vècchie me sape u magnà. (9)

Il “tatto alla gola” è il gusto. Non so se l’espressione sia un’invenzione del Nobiletti o, più verosimilmente, un modo di dire popolare. Potrebbe anche essere una sinestesia. Senonché il gusto è fatto anche di tatto. E Lo Sperone d’Italia di Michele Vocino, che è sempre stato e sarà fonte preziosissima per tutti gli studiosi di microstoria, a distanza di un secolo – ora che troppo spesso la lingua si appiattisce su pagine fruste, ingiallite fin dalla nascita – salta agli occhi con tanta freschezza e tatto da far tornare il gusto della lettura.

_______________

1 – Pietro Giannone discende, a sua volta, per parte di madre, dal gesuita Giacomo Micaglia (1600 ca – 1654), nativo di Peschici, ma discendente da esuli croati e slavo di lingua, il cui vero nome è Jakov Mikalja (cioè Giacomo figlio di Mikalj), autore del lessico trilingue latino-italiano-illirico, Thesaurus linguae illyricae sive Dictionarium Illyricum (Loreto-Ancona 1649-51). Lo stesso Giannone scrive: «Allevato nell’infanzia dalla non men pia che savia mia madre, Lucrezia Micaglia…» (P. GIANNONE, Vita scritta da lui medesimo, a cura di Sergio Bertelli, Feltrinelli, Milano 1960, p. 3). Un secondo riferimento si trova poco oltre  (ivi, p. 7), quando riferisce di uno zio della madre, identificato con don Matteo Micaglia: «i miei genitori […] si risolvettero di mandarmi a Napoli, col certo soccorso che avrebbe lor somministrato, per mio sostentamento, uno zio di mia madre, prete, non men agiato di beni di fortuna, che verso di me molto tenero e benefico e che mi portava grand’amore ed affezione».
2 – M. VOCINO, Il canto del cigno (Leone, Foggia 1966 – Quaderni de “Il Gargano”, n. 24), p. 5.
3 – Ibidem, p. 13-14.
4 – «È angosciato fino al fondo dell’anima, perché al “suo” Ministero i tedeschi rubano i mobili per spedirli in Germania, e i portoni sono vigilati, e tutto è sotto l’incubo di rappresaglie più gravi. Ma a casa Vocino s’impegna, senza volerlo, nelle sue giornate della resistenza. Dà ricetto a parenti e amici provenienti da ogni parte, a perseguitati o sospetti che vengono a passarvi la notte per far perdere le tracce, a ricercati politici braccati dalla polizia. Qualche volta, per sfuggire alle SS, bisogna ricorrere a documenti falsi. “E da me – confessa Vocino – v’era una specie di officina, con timbri, moduli e quanto occorreva”. Padre e figlio sono dei più attivi, al Fronte Clandestino della Marina, e provvedono a mille cose con grave rischio. Agli Ebrei, per esempio, a ufficiali e impiegati d’ogni età, che chiedono aiuti e informazioni, per telefono, di persona e a mezzo d’altri. Organizzano pure una specie di rifugio. Ma lo scantinato, arredato “con una certa proprietà”, si trasforma in ritrovo per “i vicini in difetto”, e ci si ferma ad ascoltare i bollettini clandestini, e a discutere le notizie da Cassino o da Anzio. Un giorno, dopo il coprifuoco, arrestano nella casa attigua un ammiraglio senatore, e subito si sparge la voce d’una lista di alti funzionari, da prelevare e da portare chissà dove. Anche Vocino è nella lista, e si teme un sopralluogo da un momento all’altro, ma la fortuna lo assiste e ha modo di sfuggire.» (M. CAPUANO, Profilo di Michele Vocino, in: M. VOCINO, Il canto del cigno, cit., pp. 24-25).
5 – Opere di M. VOCINO: Per un nuovo porto nell’Adriatico al lago di Varàno (Lega Navale, Roma 1906); Manuale di diritto marittimo (Casella, Napoli 1911); Il protezionismo marittimo dalle origini nei vari Stati (ivi 1912); Nei paesi dell’Arcangelo (V. Vecchi, Trani 1913); Lo Sperone d’Italia (Scotti, Roma 1914); Ricordi di pugliesi nell’America Meridionale (S.T.E.B., Bari 1915); Il primo libro della gente di mare (Casella, Napoli 1916); Nella Puglia dauna, traduzione della parte pugliese di: François Lenormant, A travers l’Apulie et la Lucanie (“Apulia”, Martina Franca 1917; ora anche per i tipi delle Edizioni del Rosone di Foggia, Quaderni del Rosone / 19); La prima nave a vapore nel Mediterraneo (Alfieri, Milano 1918); Nozioni di diritto civile, commerciale e marittimo (Casella, Napoli 1919); Nozioni di economia industriale (ivi 1919); Codice marittimo (Barbera, Firenze 1920); Manuale del sottufficiale della R. Marina (Poligrafico dello Stato, Roma 1921); Visioni di Puglia: il Gargano e le Tremiti (Alfieri, Milano 1922); Note di diritto internazionale marittimo (“Rivista Marittima”, Roma 1923); in coll. con Nicola Zingarelli, Apulia fidelis (Trevisini, Milano 1924); Capitanata (Alinari, Firenze 1925); Re marinaro: leggenda dauna (Casella, Napoli 1926); Foggia e la Capitanata (Sonzogno, Milano 1927); I palazzi della Marina in Roma (Palombi, Roma 1928); A orza a poggia. Collana di curiosità: I Curiosità marinare; II Curiosità di storia del costume; III Ricordi e racconti di marina; IV Curiosità di storia del costume; V Curiosità storiche economiche turistiche della Daunia (Palombi, Roma 1929-58); Quelli di prora (Agnelli, Milano 1930); Bandiere sul mare (Omenoni, Milano 1931); Alla conquista del mare: storia della navigazione (A.V.E., Roma 1946); Sinossi di diritto internazionale pubblico e privato (“La Navicella”, Roma 1947); La nave nel tempo. Storia ed iconografia della nave (Alfieri, Milano 1950, 3a ed.); Storia del costume: venti secoli di vita italiana (Libreria dello Stato, Roma 1952); Approdo a Montecitorio (“La Navicella”, Roma 1954); Alla scoperta della Daunia con viaggiatori di ogni tempo (Studio Editoriale Dauno, Foggia 1957 – “Biblioteca del Turista”, n. 1); Primati del Regno di Napoli (Mele, Napoli 1960); Regine di Napoli (Montanino, Napoli 1960).
6 – Tra le pagine 28 e 29 della copia in possesso di Gabriele D’Annunzio è conservato un cartiglio manoscritto dal Poeta con annotazioni di un brano del libro di M. Vocino, come evidenziato nella tavola rotonda D’Annunzio e l’automobile, Palazzo Affari ai Giureconsulti, Milano 22 marzo 1997.
7 – Cfr. MICHELE DE CAPUA, Commemorazione dell’ex deputato Michele Vocino, Atti Parlamentari, discorso pomeridiano del 3 giugno 1965. Per una bibliografia su Vocino vedi anche: SAVERIO LA SORSA, Michele Vocino, Laterza, Bari 1966 (Estr. da “Archivio storico pugliese”, anno 19, 1966, fasc. 1-4).
8 – M. VOCINO, Il canto del cigno, cit., p. 6.
9 – N. ZINGARELLI, in Apulia fidelis, cit., p. 11.
10 – C. CANNAROZZI, Biografie ischitellane, Tip. Ed. Esca, Vicenza 1974.
11 – Ma ora che sono in gabbia sempre lo stesso pasto mi danno da mangiare: io ho perso il tatto alla gola, come ad un vecchio mi sa il mangiare. (da Un uccelletto in gabbia)

Il presente scritto è apparso in «IPOGEI 06, quaderni dell’Istituto d’Istruzione Superiore Statale “S. Staffa” di Trinitapoli», n. 11, dicembre 2012, pp. 73-78.
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