Giargianese

Tradurre i classici in “giargianese”. Francesco Granatiero e la tradizione poetica
di SEBASTIANO VALERIO

Giargianese è il frutto di un’operazione difficile e rischiosa: tradurre poesia lo è già di per sé, tradurre poesia in dialetto lo è di più. La scelta di un così vasto numero di testi di poeti italiani e stranieri, che Francesco Granatiero [1] propone, è già di per sé un prezioso spunto di riflessione. Granatiero mette assieme, sotto un’unica copertina, per i tipi di Grenzi, poeti italiani, francesi, inglesi, tedeschi, polacchi. E ci indica un proprio personale canone: non vuol essere, così credo, una scelta esaustiva, ma un percorso, prezioso per comprendere quella che potremmo definire la “biblioteca reale” di Granatiero, prezioso per i critici che poi vorranno occuparsi di lui, i quali da questo volume sicuramente potranno trarre significativi elementi di riflessione. Certo, il canone di Granatiero, per quel che riguarda la letteratura italiana, risulta consolidato in una tradizione ben determinata, in cui lo spazio significativo dato alle origini, sin dai primissimi testi in lingua volgare, è ampio. Ben nove sono i poeti che coprono il segmento aureo della nostra letteratura che va dalle origini a Petrarca, a partire da quell’Indovinello veronese che era già fonte ispirativa di Sènza vèreje (Senza pungolo) in Énece del 1994 [2]. Più veloce il passaggio che va dal Quattro e Cinquecento con una scelta di brani che da Lorenzo il Magnifico ad Angelo Poliziano fino a Tasso e Ariosto, segue il filo, preponderante nel canone cinquecentesco, che si ricollega proprio all’esperienza lirica delle origini, sfociante infine nella lirica petrarchista. Anche l’oblio per quel periodo particolare che è rappresentato dal Barocco e per la lirica marinista finisce per rientrare in un canone ben consolidato, nella ricostruzione della nostra storia letteraria, ma non si può tacere come il Seicento europeo (dieci testi di John Donne) sia ben presente nel volume. Significativa mi pare la scelta che Granatiero riserva al Pascoli delle Myricae, non tanto l’ampiezza (cinque poesie), che non supera lo spazio riservato, per esempio, al Leopardi, al D’Annunzio o a Giuseppe Ungaretti (senza considerare i diciassette componimenti da Emily Dickinson), quanto il tipo di scelta: tutte le poesie tradotte da Myricae sono tratte dal ciclo che significativamente prende nome di L’ultima passeggiata, una sequenza di liriche in cui viene descritto in una serie di quadri contadini il passaggio, prima di un lungo arrivederci, attraverso luoghi e cose care. Qui c’è forse più che un preludio allo sradicamento di Granatiero, sebbene non possa ancora definirsi il presagio della successiva epocale catastrofe antropologica. Qui la poesia che parla del lavoro nella campagna, della vita di tutti i giorni disvela un mondo altro, da scoprire in ciò che impropriamente vengono definite “le piccole cose”, un mondo interiore che, nel cuore di quelle immagini, serba e lascia intendere una verità più profonda e forse inquietante, toni questi che forse non a caso animano la lirica di Granatiero (ci viene in mente il suo ultimo lavoro Bbommine del 2006, se a sollecitarci non è tanto la vicenda umana, che senza dubbio ha la sua parte). Infine, proprio in assenza di un canone consolidato, è interessante il personale percorso nel Novecento letterario, che da Saba a Campana, da Ungaretti a Sbarbaro, a Montale fino a Luzi sembra prediligere, in maniera molto significativa, il frammento lirico, che si fa interprete e continuatore della tradizione letteraria.Granatiero traduce così nel suo “giargianese” [3], nella sua lingua poetica, autori diversi, diversissimi, cercando di rispettarne la cultura e di mettere in debita luce la specifica intonazione lirica di ciascuno di essi, restituendo, nei limiti oggettivi dell’operazione svolta, a ciascun poeta il proprio senso più intimo, nel pieno rispetto delle strutture metriche e dei sistemi di rime.


Eppure, se di questo, se “solo” di questo si trattasse, avremmo ben poco da dire: dovremmo limitarci a parlare di un semplice processo di traduzione che, muovendosi, per lo più, dalle lingue nazionali ad un idioma subregionale, quale è lo strumento utilizzato da Granatiero, sarebbe segno distintivo di una operazione preziosa, colta, tecnicamente raffinata, ma certo il passaggio da una dimensione di ampia comunicazione a quella, apparentemente più chiusa, di un idioma dialettale sarebbe limitante.

Granatiero ha però l’accortezza di cogliere questo rischio e si avventura in un’operazione ben più complessa. La traduzione in quanto tale per un verso intesse sempre uno speciale rapporto con l’inestinguibile esigenza di “fedeltà” all’originale, al testo di partenza, per l’altro, e forse in maniera contraddittoria, propone una personalissima interpretazione da parte del traduttore dei testi sottoposti a traduzione stessa. Dunque il primo dato conflittuale sta proprio in questa dissonante tendenza che il traduttore avverte: egli stesso lettore di un testo che deve essere ora preparato per nuovi lettori di un’opera che diviene in qualche modo altro.

Partendo da tali premesse non dobbiamo leggere Giargianese come un’operazione di traduzione, un fatto meramente linguistico, il passaggio dalle “altre lingue”, come recita il sottotitolo, al dialetto apulo garganico. In tanti casi Granatiero si trova a dover contemperare l’esigenza di fedeltà al testo all’esigenza di fedeltà ai contenuti. E qui entrano in gioco la sua cultura, la sua sensibilità, i suoi studi, il suo modo di leggere la poesia. Il traduttore così diviene interprete: è questo il primo elemento su cui vorrei soffermarmi. È il caso, quasi all’inizio della raccolta, di un testo che è già a sua volta una traduzione che è in verità ben più di una traduzione: Madonna, dir vo voglio di Iacopo da Lentini, traduzione risemantizzata di A vos mindonç  di Folchetto da Marsiglia. E quando giunge a tradurre la terzina dantesca di Inf. I 103-105 che allude al sopraggiungere di un veltro che caccerà la lupa dell’avarizia dall’Italia, uno dei luoghi più controversi della Commedia:

Questi non ciberà terra né peltro
Ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro

ecco che il traduttore è chiamato ad uscire dall’ambiguità di queste ultime parole, “tra feltro e feltro”, oscure come devono essere quelle di una profezia, e pur riportando nel testo una maiuscola su Feltro che non tutte le edizioni della Commedia riportano, traduce

ed hou’a nasce nd’a strazze de léne.

L’immagine si potenzia così nell’unico modo in cui nella lingua garganica si sarebbe potuta potenziare, con una precisa immagine che sembra tratta di forza dal mondo contadino del Gargano, dal mondo dei pastori, e così, per magia, per quella magia che solo la poesia può produrre, ecco che improvvisamente Dante suona vicino e la speranza del riscatto, di un futuro che sia migliore del degrado presente, si concretizza sotto la forma familiare di uno straccio di lana. Nel passare da una lingua ad un’altra, si rende necessaria anche talvolta l’infedeltà, purché essa vada a restituire al testo tradotto il senso intrinseco. Tradurre, ha scritto Umberto Eco, significa essenzialmente rendere il testo comprensibile a un lettore di lingua diversa e in questo senso lo stesso concetto di fedeltà all’originale si relativizza. La fedeltà, scrive ancora Eco, così intesa diviene sempre fedeltà per qualcuno: risalire così verso la fedeltà al senso più intimo di un testo significa trasformare l’originale adattandolo all’universo di segni familiare al lettore [4].

È ciò che nell’introduzione al volume Granatiero ha definito lo sforzo di “reinterpretazione del testo” e la discesa dall’astratto della lingua italiana o straniera utilizzata in poesia al concreto che il dialetto esprime. Lì ha fornito un esempio molto probante, quello dell’Infinito di Leopardi, in cui l’immensità del testo originale si tramuta nella ireve, la grava, voragine della versione dialettale, parola che ha tanta importanza nella storia della poesia di Granatiero, la quale ci riporta ancora direttamente al poeta che, in Cafúerchie irótte iréve (Tane, grotte, voragini) di Énece (1994) cerca di scendere, con la propria penna, nel profondo della terra in quella voragine che è l’abisso dell’anima, per estinguere la propria sete poetica, in una ricerca, tortuosa e difficile, di una dimensione intellettuale che lo rappresenti: un viaggio verso quello che Pietro Gibellini definì «viaggio tra i morti e le parole morte» [5]. La sua è una traduzione, come si direbbe oggi, target oriented, volta cioè a farsi comprendere da un pubblico dialettofono, un pubblico, però, quello di Granatiero, che è certamente anche italofono e che presumibilmente ha anche letto L’Infinito di Leopardi. E dunque non è importante far leggere Leopardi, ma far leggere Leopardi con gli occhi, con la lingua, con il cuore del poeta che lo traduce, che concepisce l’infinito come un affondo verso il basso, uno scavo che non ha più slancio verso l’alto ma che traduce il naufragare come uno sprofondarsi in un mondo ctonio, come spesso nella lirica di Granatiero [6].

Tanti altri esempi si potrebbero a questo proposito portare. In Tanto gentile e tanto onesta pare, per fare un altro esempio, il sintagma “benignamente d’umiltà vestuta”, che è ritratto interiore di Beatrice, si traduce in una umiltà e benignità che trova espressione esteriore in jarbe e ttratte, un portamento che è comunque indice di ciò che sta dentro, che è segno esteriore di compostezza interiore. E perciò, nella stessa logica, “gli atti d’allegrezza spenti” del petrarchesco Solo e pensoso diventano stutéte d’ogni pprescézze, il venir meno di forma di allegria che, ci fa intendere Granatiero usando il termine prescézze, è anche un habitus dell’età giovanile. Similmente, nel tradurre la “gioia in gola” dei Versi a Dina di Sbarbaro, Granatiero, interpretando, filtrando con la propria sensibilità, trasforma una “felicità mentale, intellettuale, in una cundandezze che certamente non vuol dire la stessa cosa, rinunciando forse a quella pretesa di assoluto che la felicità poteva avere e diventando un sentimento momentaneo, evanescente, come in Sbarbaro, ma più che in Sbarbaro, e se lì quel termine finiva per contrapporre la felicità di parole ad uno stato di precarietà, qui, nella versione di Granatiero, la caducità di quella felicità è espressa in maniera diretta.

Come il cuore palpitante di Metastasio, nel dialetto garganico túzzele, l’eterea “immago” della “fatal quiete” di Alla sera di Foscolo diventa la murèisce, ombre di dentro, ha scritto altrove Granatiero, l’ombra lunga e inquietante di una morte che, per Granatiero, non sopporta più di essere metaforizzata ed entra in scena con il suo dirompente aspetto, crudelmente reale. In questo senso, nel sonetto In morte del fratello Giovanni tradurre “gli avversi Numi”, che avevano portato tempesta nella vita del compianto fratello, in una Sòrta smèrse sembra quasi voler accentuare il senso di un ineluttabile meccanicismo che sicuramente coglie appieno il sentimento foscoliano. L’immagine materna, della madre mesta, che chiude la lirica, diventa anch’essa quella, di una mamma adduluréte, che sa di venerdì santo.

Talvolta il dialetto sa essere brutale, non conosce, non può riprodurre le reticenze della lingua dotta e denuncia la realtà in maniera immediata, come quando bisogna tradurre il celebre incipit del 5 maggio manzoniano (“Ei fu”), che diventa un laconico C’è murte, che giunge al lettore come un colpo secco.

Anche quando il mondo della grande poesia si “garganizza”, come il maestrale di San Martino di Carducci che diventa u mulfutténe, il vento che viene da Molfetta, non perde il senso profondo del suo significato, anzi. Per rimanere a Carducci, la metafora con cui aveva indicato il figlio Dante, “de l’inutil vita/ estremo unico fior”, viene risemantizzata, non semplicemente tradotta da Granatiero:

tu d’u ccambé vacande
l’ùteme, ùneche néte

La vita è utile quando è piena, feconda, produttiva e così il dialetto apulo garganico, che sa di terra e di lavoro, rende a modo suo più crudo il ricordo di questa mancanza, di questa annata andata male, di questo raccolto privo di frutti. Ma il volto della morte è sfuggente: quando traduce il “sora morte” del Cantico delle creature con ssasóra mòrta, la dolcezza che Francesco d’Assisi intendeva attribuire anche alla morte resta intatta, in una prospettiva che è dolcemente rasserenante.

Si prenda ancora l’esempio offerto da Alle fronde dei salici di Quasimodo: anche in questo caso c’è un passo che merita di essere oggetto di riflessione. Si legge in chiusura di quella celebre lirica una frase che è rimasta a testimoniare l’atteggiamento di una intera generazione al cospetto della guerra e dei suoi martiri:

Alla fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Nella traduzione le “cetre” diventano ccatarre: traduzione forse infedele alla lettera, ma la scelta è obbligata se si vuole davvero comunicare quel senso della lirica che vive al di sopra dell’opera stessa. La cetra del poeta, lo strumento della poesia aulica, si trasforma, si traduce nel più umile ma più squillante e vero strumento del canto contadino, anch’esso certo messo a tacere dall’obbrobrio del conflitto. L’orrore della guerra che risuona forte anche nei versi di Ungaretti, che, tradotti, ci restituiscono, in maniera inusitata, il suono della Grande Guerra come l’avrebbero raccontata, se avessero saputo farlo, i nostri nonni al fronte.

La grande lirica, che più che l’oggetto di questo volume, ne è la sua fonte, è il nutrimento di quest’opera di Granatiero, svela qui, in una lingua non sua, in una lingua altra, il proprio senso, ma per farlo questa poesia deve adattarsi alla lingua verso cui migra, ne deve assumere il volto, il sapore, l’anima, e solo così, in maniera apparentemente paradossale, essa potrà essere se stessa, ben tenendo presente che potrà essere tale, solo grazie al filtro dell’interpretazione del lettore Granatiero. L’oggetto di quella poesia dovrà per necessità piegarsi al dialetto, ai suoi suoni, al suo mondo, dovrà utilizzare ora le “parole-immondizia” [7] che il nostro poeta ha spesso rappresentato nella sua precedente produzione, ma senza che questo lo snaturi, quell’oggetto, senza che quell’oggetto ne risulti tradito. Perché le parole-terra, le parole-limo, fango, letame sono pur sempre antiche, parole “morte e non morte”, come altrove ha scritto il nostro poeta [8], incandescenti e riportano anche la grande poesia alla riappropriazione del proprio vitale spazio poetico, spesso tradito da una modernità massificante.

Certo, quando i ritmi, le parole vengono da una poesia come quella di Iacopone da Todi, che tanto spazio concede alla tradizione popolare, spesso la traduzione diventa traslitterazione, come al principio della lauda O signor per cortesia, dove i vv. 3-4 risultano perfettamente identici tanto nel volgare di Iacopone che nel giargianese di Granatiero:

A mmè la fréva quarténe,
la cundìnue e lla terzéne

Ed è anche significativo, proprio per la storia della nostra lingua, notare che tale fenomeno si riscontra spesso anche nella traduzioni dallo spagnolo di Machado («Era un niño che soñaba/ un caballo de carton»: «Stèive nu ninne che sunnèive/ nu cavadde de cartòune») o dal napoletano di Salvatore di Giacomo.

La poesia, in generale, si piega poco volentieri alla traduzione, in quanto una traduzione non riesce mai del tutto a riprodurne gli aspetti più fini, il senso fonosimbolico ad esempio [9]. Granatiero, che sa quanto ciò sia ad esempio importante nella lirica di Pascoli e in modo particolare in Lavandare, traduce :

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare

con:

A ttúne véne da lu sciacquature
pe lu sciacquerescé d’i llavannére

Quando una poesia ha una fabula, un intreccio narrativo, se è pur vero che non è solo questo che ne esalta il potenziale poetico, è certamente vero che quella che è stata definita “la flessibilità per quello che riguarda l’espressione” è resa possibile proprio dal fatto che il potenziale poetico si poggia anche sul contenuto [10]. Ecco perché il giargianese di Granatiero suona felice specialmente quando il suo autore dialettale ne ha compreso il senso e vuole trasmetterlo, filtrato dalla propria personalità, dal proprio personalissimo modo di intenderla. Non c’è spazio per fredde scelte meccaniche nelle traduzioni qui pubblicate: in ogni occasione le parole vanno soppesate, scelte, meditate. Nell’Infinito di Leopardi quell’ineffabile senso di indefinitezza, che pervade il componimento, viene reso, rendendo “l’eterno (mi sovvien l’eterno)” con u tímbe assènza tímbe e Granatiero chiosa: “tempo senza tempo: non è l’eterno?”. Invece nella Capra di Saba quando il “dolore è eterno”, u delòure è sèmbe, una eternità che non è più una dimensione definita per negazione, ma definita nella sua incommensurabile estensione temporale, nella sua atavicità, come atavico è il dolore. E tutto questo non perché manchi nel dialetto usato da Grantiero la nozione di eterno e un vocabolo che la rappresenti in maniera diretta, se poi nel tradurre la Dickinson esso compare direttamente (ternetà).

Se dovessi indicare in cosa questo volume riveli la propria utilità didattica, oltre che nel far comprendere la ricchezza del dialetto, la rintraccerei proprio in questo prezioso esercizio esegetico, che accompagna ogni riga, ogni parola di questo volume. Certo, il dialetto non è sporco, come polemicamente nei confronti di una certa generazione di insegnanti che tale lo considerarono, scrive Granatiero nelle note apposte all’Indovinello veronese e come ha scritto in Paròule-énece [11]: oggi può rappresentare qualcosa di profondamente diverso, uno spazio linguistico incontaminato dalla massificazione che ha impoverito e addirittura scarnificato la nostra lingua nazionale, così ricca di vocaboli rinchiusi nei vocabolari, così povera sulle labbra dei parlanti, il cui patrimonio è ridotto a pochi logori termini. Il dialetto allora diventa la lingua che esprime uno spazio poetico inaspettato, nelle versioni di Granatiero, come pure nella sua imponente produzione lirica.

Il dialetto di Granatiero, quando si applica alle versioni di questi poeti che riassumono in qualche modo un canone personale o da lui condiviso, non è rivisitazione pura e semplice di una lingua che sta nella memoria del suo autore; è ricerca poetica, impegnata e impegnativa. Se Granatiero avesse semplicemente voluto tradurre i classici, se avesse semplicemente voluto trasporli dalla loro lingua ad una lingua diversa, storicamente meno importante, la sua operazione avrebbe saputo un po’ di operazione di retroguardia, come tante, troppe se ne vedono. Invece, il suo tentativo è proteso verso la ricerca e l’individuazione di una lingua che è la lingua della poesia, una lingua “perfetta”, pura. E torniamo alla questione teorica della traduzione. Nella traduzione poetica che voglia davvero esprimere il senso delle opere tradotte, scrive ancora Eco, bisognerebbe convincersi che tale senso è «esprimibile in una terza lingua che costituisce il parametro al quale si adeguano o cercano di adeguarsi sia la lingua di partenza sia la lingua di arrivo. Questa terza lingua dovrebbe essere una sorta di lingua perfetta» [12]. È proprio questa lingua che, con le sue traduzioni, cerca Granatiero, una lingua mai parlata da nessuno eppure attingibile nello sforzo della traduzione, che vive in quel territorio, ampio e inesplorato, che si apre tra la grande opera letteraria e il ricco patrimonio linguistico del dialetto, una miniera, l’ha definita giustamente Granatiero nella prefazione al primo volume della collana “Il dialetto a scuola”, che come ogni miniera disvela i suoi tesori solo dopo un faticoso scavo [13]. È lo spazio della lingua della poesia, una lingua che travalica i secoli, attraversa le isoglosse dei linguisti, naviga lungo i mari e gli oceani e suona familiare a tutti: è forse davvero questo il giargianese di cui parliamo. Quella lingua straniera per tutti ma a tutti familiare. Il senso intimo, vero dell’operazione di Granatiero è proprio in questo, nella celebrazione della religione universale della poesia: una poesia che si esprime in quella lingua che parla sempre a tutti i cuori. Direbbe il Giovanni Pascoli di Un poeta di lingua morta: “in fin dei conti tu non parli della lingua, cioè della veste sensibile, ma dell’idea, cioè dell’anima intelligibile” [14]. Questo è il merito di questa raccolta, avere celebrato la poesia in sé, sincero atto di amore di un poeta per la poesia.

[1] Ampia la bibliografia su Granatiero. Ricordo, tra gli altri: G. Tesio, pref. a U iréne , Dell’Arco, Roma 1983; Id., introd. a La préte de Bbacucche (“Ij babi cheucc”, Mondovì 1986), in «Diverse lingue» (n. 2., 1986), in «Lunarionuovo» (n. 45, 1987) e in Prefatine (Boetti, Mondovì 1989), oltre che l’antologizzazione, con Mario Chiesa, ne Le parole di legno, Mondadori, Milano 1984; D. Bisutti su «Steve» (n. 7, 1987) e «Il Belli» (n. 4 1992); F. Brevini in Le parole perdute, Einaudi, Torino 1990; G.Oliva, in «Lettera dall’Italia» (n. 27, 1992); G. Spagnoletti, Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, Garzanti, Milano 1991; A. Serrao, Via Terra, Campanotto, Udine 1992 e postfaz. a Scúerzele Cofine, Roma 2002); P. Gibellini, pref. a Énece, Campanotto, Udine 1994; F. Loi, in «Il Sole-24 ore», 29-1-95 e 18-2-96; S. D’Amaro, in Dialect Poetry of Southern Italy, a cura di L. Bonaffini, Legas, Brooklyn, New York 1997; C. Siani, pref. a L’endice la grava, Mattinata 1997; H. W. Haller, in The Other Italy. The Literary Canon in Dialect, University of Toronto Press 1999. Granatiero è presente anche in La poesia dialettale pugliese del Novecento, a cura di G. De Matteis, Atti del Convegno di S. Marco in Lamis, 18 gennaio 1999, Ed. del Rosone, Foggia 2000. Si vedano anche D. Valli, pref. a Scúerzele cit.; F. Zinelli, Dialetto e postdialetto, in Parola plurale, Sossella, Roma 2005; R. Caputo, Francesco Granatiero, un poeta anche neodialettale, in Atti del Convegno “La poesia dialettale di Capitanata”, Foggia 16-4-2004 (in corso di stampa); F. Pappalardo La Rosa, prefaz. a Bbommine, Joker, Novi Ligure 2006; D. Cofano, La poesia in Capitanata, in La saggezza della letteratura, Atti del Convegno di Brindisi, 2-3 marzo 2005, a cura di E. Catalano, Gius. Laterza, Bari 2006.

[2] Francesco Granatiero, Énece, pref. di Pietro Gibellini, Udine, Campanotto, 1994, p. 17.

[3] Per una definizione di “Giargianese” rimando alla relazione tenuta dallo stesso Granatiero in occasione del Convegno internazionale di Trieste-Pécs “Il dialetto come lingua della poesia” (Trieste 28-29 settembre 2006) riportata nel cd allegato al volume Giargianese.

[4] Cfr. U. Eco, Riflessioni teorico-pratiche sulla traduzione, in Teorie contemporanee della traduzione, a cura di S. Nergaard, Bompiani, Milano 20022, pp. 121-146: 124-126.

[5] Nella prefazione a Granatiero, Énece cit.

[6] Si vedano a tale proposito le parole di Derrida, secondo il quale la traduzione non può essere «né ricezione, né comunicazione, né rappresentazione» (J. Derrida, Des tours de Babel, in Teorie contemporanee cit., p. 387.

[7] Nel primo verso della poesia intitolata Paròule-énece, in Énece cit., p. 79.

[8] In Paròule cíerche, singhe, ibidem, p. 31.

[9] Tra i numerosi contributi sulla teoria della traduzione poetica si possono segnalare, oltre ai numerosi contributi in Teorie contemporanee cit., U. Eco, Il segno della poesia e il segno della prosa, in Id., Sugli specchi, Bompiani, Milano 1985; La traduzione del testo poetico, a cura di F. Buffoni, Guerini, Milano 1989.

[10] Cfr. Eco, Riflessioni cit., p. 134. Ma su questo confronta anche U. Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Laterza, Bari 1993.

[11] Granatiero, Énece cit.

[12] Eco, Riflessioni cit., pp. 140-141

[13] F. Granatiero, La memoria delle parole. Apulia. Storia, lingua, poesia, Grenzi, Foggia 2004, pp. 7-8.

[14] G. Pascoli, Un poeta di lingua morta, in Prose, vol. I, p. 161.

* La presente relazione di Sebastiano Valerio, professore associato di letteratura italiana presso l’Università di Foggia, fu letta sabato 25 novembre 2006, ore 19, a Mattinata (Fg), nell’accogliente cornice di un antico frantoio, il Ristorante Papone, immerso tra gli ulivi della contrada Asprito, dopo il saluto del prof. Domenico Cofano, ordinario di letteratura italiana presso l’Ateneo di Foggia, e la relazione di Pietro Saggese, presidente del Centro Culturale “Uriatinon” e insegnante di lettere presso l’Istituto Superiore “Mario Del Giudice” di Rodi Garganico.

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