Nell’orma un afrore di terra garganica

di Cosma Siani

Passéte, la recente silloge poetica di Francesco Granatiero nel vernacolo di Mattinata (Foggia)

Vorrei parlare di Passéte, recente silloge poetica in dialetto di Francesco Granatiero (Interlinea Edizioni), perché nei settantacinque brani che contiene, per metà inediti, credo si trovino alcune fra le migliori poesie di tutta la sua produzione. È una raccolta che conferma il carattere di fondo della sua poesia, ma ci dice anche qualcosa di più.

Il carattere di fondo è un sapore di terra intriso nella parola (il postfatore Giovanni Tesio usa le espressioni “terrigena” e, ripetendo un verso di p. 13, “afrore di terra”), immesso fin nel titolo, Passéte, “tracce del passaggio” anche in forma di deiezioni animali. L’autore ottiene questo carattere essenzialmente attraverso il lessico rurale, accumulando lemmi legati non tanto da un ordine apparente di rappresentazione, bensì dal filo interiore della sua emozione. E la sua emozione di base è quella che sembra memoria della sua terra ed è invece (come in tutti i consapevoli) senso lancinante del tempo passato e perduto, e tentativo di stabilire un tempo ritrovato costruendosi appunto la propria casa di parole, senza cadere nella trappola della poesia vernacolare che rimpiange il bel tempo antico, lamenta i tempi cambiati, e si bea del colore locale.

L’accorta scelta, anche in base alla sonorità, e l’accumulo di parole costituiscono un mezzo formidabile di intensificazione. Il risultato è un’addensarsi di lessemi in poco spazio, che sfida – io credo – la competenza linguistica dello stesso parlante dialettale (il garganico di Mattinata in provincia di Foggia); e ci ricorda il Granatiero compilatore di un dizionario e una grammatica della sua parlata, e raccoglitore dei proverbi della sua zona.

Lo schizzo paesaggistico “Terra jarse/Terra bruciata” nel breve giro di quattro settenari (verso privilegiato in questa raccolta) contiene un esempio sia dell’intensificazione sonora che dell’accumulazione lessicale: “ummèisce na cupésce./ Na lènze de bbianghite./[…]/ Da la mascèdde pènne/ currèisce de spresórde” (“romba un nido di calabroni./ Una striscia di magreta./ […]/ Dal ramo carico pende/ cinghia d’aspide sordo”). Altrove Granatiero offre colti cataloghi botanici. Altrove ancora, la sonorità è servita anche da rime scaltramente manovrate e spesso disposte in metri chiusi: quartine, terzine.

Se queste sono le sue intenzioni e tecniche, quali gli esiti, i brani che più convincono? Quelli in cui l’evento, il pensiero o l’associazione mentale si risolvono in sequenze fatte di immagini caleidoscopiche o idee all’apparenza slegate, perfino oscure ma ricche di suggestione, come nei sonetti settenari “Murèisce katà murèisce/Fotogramma per fotogramma” e “Desírte/Deserto”. Ma soprattutto quelli in cui il comporre non si esaurisce nell’accumulazione lessicale, pur impressionante, ma si assottiglia e sfuma in una svolta lirica, che può essere un pensiero improvviso, un’immagine inaspettata, un accostamento non logico ma analogico.

Il ripetersi di questo tratto aggiunge infatti un che di nuovo alla qualità poetica che già conoscevamo. Esempio è nel brano “La varde/Il basto”: dopo la figurazione agricola del basto, rurale della muriccia a secco, paesaggistica del tepore solare in un angolo di campagna, si fa strada una dichiarazione che non spiega nulla (“io so dove si è fatto terra”), ma permette di passare alla bella nozione di una “terra” dove i morti si fondono e rinascono nelle piante.

Tra i brani compiuti indichiamo “Ciappítte/Scarabocchi”, “La passéte/L’orma”, “Veddecòuse/Vitalba”, “Cúrpe/Tronchi”, “Lu uéte/Il guado”, ma soprattutto l’esempio principe, “L’arie/ L’aria”, altro sonetto settenario, che vogliamo additare come migliore della raccolta e fra i migliori di tutta la produzione dell’autore.

COSMA SIANI
“La Gazzetta del Mezzogiorno”, 7-5-2010

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