Parole-nidiandolo

L’anima vergognosa

La lingua del dialetto è fatta di parole-immondizia legate a un mondo di miseria e d’ignoranza, che, per questo, godono di una considerazione negativa, soprattutto da parte di chi, riscattandosi socialmente, quel mondo ha dimenticato, cancellato, rimosso. Ma con il dolore c’è il ritorno, lo struggimento del ritorno all’ombelico delle origini, attraverso la filogenesi (il pelo dei mammiferi, le piume degli uccelli, la pelle di muta dei rettili…), allo sporco del nascimento: Inter faecies et urinam nascimur « nasciamo tra le feci e le urine».

La lingua del dialetto è fatta di parole-terra legate alla fatica dei campi (quelle degli attrezzi, le « parole di legno » di Ernesto Calzavara), di parole affunate alle piaghe da lavoro, di parole impastoiate alle sofferenze della vita, del parto, dello sfruttamento, della mortificazione.

La lingua del dialetto è fatta di parole di morti, che sono radici di mirto, perché sono i morti, le loro parole, che alimentano la poesia; una poesia dolorosa, che ha spine di pruno, di trigna (Atrinea atra); ma anche una poesia odorosa, intrisa del timo della memoria.

La lingua del dialetto è fatta di parole-avanzi, di parole non scritte, dei residui, della melma di un cataclisma che ha visto sprofondare il mondo contadino e artigianale con la sua cultura e i suoi valori, di parole che sono il semenzaio di una poesia di assenza e di essenze, di una scrittura di frammenti ridotta all’osso, striminziti fossili di un mondo da disumare, non senza la vergogna di quello che fummo.

La lingua del dialetto è fatta di parole-nidiandolo. Esse, come l’endice, l’uovo di pietra che si mette nel nido per indicare alla gallina il posto dove fare l’uovo, sono il richiamo delle radici, il monito all’anima di Ulisse lontano dalla sua terra. Il poeta, infatti, adopera le parole della terra, quelle dei suoi morti che sono diventati terra, per scrivere le sue poesie di terra, ma non sa a chi dirle, perché comportano lo scandalo di un’esistenza incomprensibile, la vergogna dell’offesa, il pudore del proprio mondo sconfessato e inconfessabile.

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Dall’intervento di Granatiero al Convegno internazionale di Trieste-Pècs « Il dialetto come lingua della poesia » (Trieste 28-29 settembre 2006).

 Da sinistra: F. Granatiero, Edda Serra, Claudio Grisancich, Franca Grisoni, Franco Loi, Assunta Finiguerra, Achille Curcio

Paròule-énece

Paròule-stírche lòute
fanghe fumíre fèrevene
nfuquete nd’i famurre

de nu munne sfunnete.

Paròule andiche vóttene
scurdete, scangeddete,
refutete: paròule ammurtalete

mummuluscete.

Ije crepe serpe rúspe
vucídde vèstie vòlepa
sularine, paròule vecchie
porche nzine, ije veddiche
pile pénne scúrzele,

paròule sporche.

Paròule-terre, paròule
jastemete, ch’acque
nne sciàcque, úgghie nn-ammodde
mbicche ndulucìsce,
paròule-chiéje, premeture,
paròule fatìje de fegghianne,
paròule affunne, corie
core carne, cerevídde
stutete, mangete,

murtefechete.

Paròule de múrte,
ràteche de murtedde,

de trigne, de tume.

Paròule, avanzatòure
de stigghie uarnemínde,
funurigghie d’úgghie de lume,
moria d’úgghie,
mammazze, renazze, rumasugghie
de memoria quagghiete,
sculatòure de muste,
raretòure, scorze (d’ove,
de fróttere, d’àruele),
scademende, laianedde, secature,
scapatòure de súnne,
scurpicce d’àneme,
speculature, restucciume,

sccundatòure…

Paròule-énece
me chiàmene sòule.
Ate munne, ate sòule,
ate cande de iadde
aiénghie l’ove

de la puiesije.

Paròule frevute,
a i labbre arascete me tòrnene,
fúche de Sand’Andònie.
A dàrele audènzie ne ndrove
récchie p’accundàrele,

vrevegnuse.

Parole-nidiandolo. Parole-immondizia fango limo letame fermentano infuocate nelle viscere di un mondo inabissato. Parole antiche urgono dimenticate, cancellate, rimosse: parole umiliate mormorate. Io capra serpe rospo uccello bestia volpe solitaria, parole vecchie porto in grembo, io ombelico pelo piume pelle di muta, parole sporche. Parole-terra, parole bestemmiate, che acqua non sciacqua, olio non ammolla né addolcisce, parole-piaga, guidaleschi, parole fatica di gravidanza, parole profonde, cuoio cuore carne, cervello spento, mangiato, mortificato. Parole di morti, radici di mirto, di pruno, di timo. Parole, avanzi di attrezzi finimenti, fondiglio d’olio di lume, morchia d’olio, feccia, tritume, frammenti di memoria rappresa, scolatura di mosto, raschiatura di madia, gusci, bucce, cortecce, rimanenze, trucioli, segatura, residui di sogni, brandelli d’anima, spigolatura, vanume, olive cadute fuori dal telo… Parole-nidiandolo mi chiamano sole. Altro mondo, altro sole, altro canto di gallo riempie le uova della poesia. Parole incandescenti, alle labbra screpolate mi tornano, fuoco di Sant’Antonio. A dar loro ascolto non trovo orecchi per raccontarle, vergognoso.

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Da F. Granatiero, Énece, “Nidiandolo”, pref. di Pietro Gibellini, “Collezione di poeti dialettali diretta da Amedeo Giacomini, Franco Loi e Giovanni Tesio” 3, Udine, Campanotto Editore, 1994.
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