Passéte (“Passata”/”Usta”)

Recensione di Franco Pappalardo La Rosa

Francesco Granatiero, Passéte, Interlinea, Novara 2008 (Nota critica di Giovanni Tesio), pp.135, € 10

    In Passéte (Interlinea, Novara 2008, pp. 135, € 10, Nota critica di Giovanni Tesio)– traccia odorifera lasciata dal “cacherello” della lepre, in dialetto pugliese; oppure, nello stesso dialetto, passato: aggettivo di lontananza e participio passato di “passare”, indicante il superamento del tratto temporale, dell’azione, dell’età dell’esistenza ormai conchiusi –, Francesco Granatiero configura un io, nel cui discorso poetico aleggiano, insieme, l’ombra onnipresente della morte e le suggestioni evocative di oggetti, di paesaggi e di figure riferibili ad un’arcaica-resistente civiltà rurale, trascinate in un unico flusso ritmico, senza pause o cadute di tensione. Come se le cose, le stagioni, l’amara-dolce terra natale tormentata da caverne, precipizi, inghiottitoi, e le creature convocate nei versi, fossero frammenti sospesi dentro uno specchio spezzato che riflette, delle une, l’illusione d’essere reali e, delle altre, quella d’essere vive.

      È la memoria dell’io in cerca di se stesso, insomma, l’oggetto della stilizzazione poetica: una memoria incarnata nell’immagine del cane che si lecca le ferite («nu quéne che ce allécche la frite»:cfr. Secuté), che insegue la “lepre”, metafora a sua volta della vita, ma che, nel momento in cui la scova, non ha il coraggio di ucciderla, come il poeta, in Récchielúnghe, confessa al padre morto: «… – mó, // tatà, cume siasije, / t’u pòzze dice – quédda / nòtte nd’i restucciune, / lu córe nganne, jije / lu uédde, u lèbbre récchie / lúnghe, pegghié l’ammire / quanne me vénne a ttire // chiére sótte la lune, / ma ne mme la sendìje / de préme lu cacciune» («….– ora, // padre, comunque sia, / te lo posso dire – quella / notte tra gli stoppioni, / il cuore in gola, io // la vidi, la lepre orecchie / lunghe, presi la mira / quando mi venne a tiro // chiara sotto la luna, / ma non me la sentii / di premere il grilletto»).
     Per questo non si reperiscono, nella stilizzazione inventiva, espressioni del tipo “per sempre”, oppure “definitivamente”, riferibili al distacco netto dell’io dalla propria “orma”, dal proprio “passato”, ma vi compaiono altre forme avverbio-temporali, quali “il dopo” («u ddòppe che m’accappe»), “ora” («mó, // tatà…»), “spesso” («spisse a ttruué reggìtte»), “ancora” («vularrìe rènne angòre»), indicative di una condotta che si ripete e dura nel tempo, che consente all’io di entrare e uscire dallo spazio memoriale, di annusare dentro di sé, in ciò che è stato («dajindre a qquédde ch’è stéte»), e di spostare di continuo l’asse del suo scandaglio fra passato e presente, fra “l’ora” e “l’allora”, fra “il di qua” e “il di là” e viceversa, in un appassionato gioco di sublimi finzioni, nel quale il poeta-artifex, mago della parola, di norma s’impegna per resistere nel marasma insensato dell’esistenza.
     Ne viene fuori, quale nota connotativa, un generale effetto litotico, che conferisce all’andamento timbrico-tonale dei versi una velatura di riflessiva levità, ma che, per antifrasi, lascia trasparire il senso di sradicamento, di disagio esistenziale, di strazio interiore, in cui l’io si dibatte. Effetto, che il poeta ottiene proiettandosi, e proiettando i materiali della stilizzazione, nella dimensione aurorale del mito: dell’infanzia memorialmente recuperata, dove tutto rimane per sempre fissato sullo schermo di un’abbagliante-struggente eternità e dov’è possibile “ritrovarsi”, ritrovare le proprie ombre, e rinvenire, nel contempo, un codice linguistico comune che consenta di comunicare con loro – di ricomunicare – al di là del baratro di silenzio scavato dalla morte.
     Per rappresentare il suo universo, Granatiero si appronta uno strumento linguistico – il dialetto apulo-foggiano di Mattinata –, in parte attinto dalle profondità della memoria, in parte reinventato su plausibili modelli analogici di scavo glottologico. Si tratta del dialetto, adoperato come lingua della poesia in un verso snello, con rime consonantiche e assonantiche, svariato nei metri (dal settenario all’endecasillabo) e nei toni, già dall’autore definito «na vòuce annatavanne», una voce altrove che gli risuona dentro: guazzabuglio di sequenze vocalico-consonantiche generanti grappoli sonori e allitterativi di una straordinaria, asciutta, scabra musicalità, appreso ai primordi del proprio essere nel reale e nella storia dall’oralità di chi gli ha insegnato a battezzare una volta per tutte le cose del mondo.
                                                     Franco Pappalardo La Rosa
Da «l’immaginazione», n. 250, novembre 2009, pp. 60-61
                                                                                                  
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