Tre poesie di Wisława Szymborska

Presentazione e traduzione di Francesco Granatiero

Maggio 1998. Salone del Libro di Torino. Vanni Scheiwiller mi regala, fresca di stampa, una copia della seconda edizione del volumetto di Wisława Szymborska, intitolato La fine e l’inizio. Accarezzo la copertina lilla (oh i montaliani «libri-farfalla» di Scheiwiller!), quando gli chiedo: «Come si legge Szymborska?». «Scimbòrsca» mi risponde semplicemente.

Lessi La fine e l’inizio nel tram, dall’inizio alla fine, tutto d’un fiato. Un nuovo mondo mi si spalancava davanti, un universo tutt’altro che antropocentrico, un mondo dove il microbo e l’astro hanno la stessa importanza: dal DNA di una cellula dell’anima alla giostra dei pianeti.

La Szymborska, poetessa teatrale, dialogica, colloquiale, discorsiva, filosofica, ma concreta e agnostica, usa con precisione ed economia un verso che respira nella geometria della metafisica. Importante, nella sua poetica, è la prospettiva, il punto di vista, che è sempre nuovo, inusuale, straniante, che non ha neppure bisogno della presenza dell’uomo: «Lo chiamiamo granello di sabbia. / Ma lui non chiama se stesso né granello né sabbia. / Fa a meno di un nome / … / Del nostro sguardo e tocco non gli importa. / … / Dalla finestra c’è una bella vista sul lago, / ma quella vista, lei, non si vede. / …» (dalla poesia eponima del volume Vista con granello di sabbia, Milano, Adelphi, 2005; trad. di Pietro Marchesani).

La sua scrittura apparentemente semplice, in realtà sorvegliatissima, fa uso di giochi ritmici e allitterativi, ma giusto quel tanto per non prendersi troppo sul serio. Una scrittura moderna, attuale, intellegibile, perché rivolta al quotidiano e guidata da un’intelligenza, un’arguzia, un’attenzione minuziosa e affettuosamente ironica. Ricordo l’incipit della poesia intitolata La cipolla (che trasposi anche in dialetto): «La cipolla è un’altra cosa. / Interiora non ne ha. / Completamente cipolla / fino alla cipollità. / Cipolluta di fuori, / cipollosa fino al cuore, / potrebbe guardarsi dentro / senza provare timore.» (da Vista ecc.).

Per la poesia, nel 1996, a Wisława Szymborska venne attribuito il Premio Nobel. La notizia nel nostro Paese aveva suscitato una sorta di indispettito stupore, ma non trovò affatto impreparato il «consueto generoso intuito» (Marchesani) di Vanni Scheiwiller, che qualche mese prima aveva pubblicato Gente sul ponte (titolo originale: Ludzie na moście, Varsavia, Czytelnik, 1986).

Fino ad allora della Szymborska in Italia non si poteva leggere che qualche poesia sparsa in antologie e riviste. E pensare che fin dalla fine degli anni Cinquanta era stata tradotta e pubblicata in edizioni autorevoli in mezzo mondo!

In Italia, grazie ai Libri Scheiwiller, è stato possibile leggere per la prima volta, nella collana “Poesia”, oltre a Gente sul ponte e La fine e l’inizio, i volumetti Uno spasso (2003), Ogni caso (2003), Attimo (2004), Appello allo Yeti (2005) e, in “Taccuini”, Taccuino d’amore (2002), Posta letteraria (2002), tutti a cura e nella traduzione mirabile di Pietro Marchesani.

Ora, finalmente, sempre a cura del grande polonista, abbiamo a disposizione il volume complessivo, con testo a fronte, delle Opere di Wisława Szymborska (Milano, Adelphi, 2008, pp. LI-1134), corredato anche degli scritti in prosa, ossia delle Letture facoltative e della Posta letteraria, di una ricca biografia, di una lunga e intensa intervista e del discorso pronunciato dalla poetessa a Stoccolma durante il conferimento del Nobel.

Ma le tre composizioni che presento, in questo mio primo tentativo di traduzione dal polacco, sono tratte da una raccolta appena uscita in Polonia, intitolata Qui (Tutaj, Cracovia, Znak, 2009). Ritorna la prospettiva delle precedenti opere. La poetessa parla da qui, dalla Terra, e il suo linguaggio descrive con parole incisive il miracolo della vita, il prodigio del quotidiano, con termini che sembrano tener conto anche di un eventuale lettore extraterrestre: «Forse in nessun luogo, o in pochi luoghi, / hai qui un tronco separato, / e con esso le cose occorrenti, / affinché ai bimbi altrui tu aggiunga i tuoi. / Inoltre hai braccia, gambe e una testa stupita» (Qui).

Il poeta è grande perché innalza il quotidiano all’assoluto e la Szymborska, più di ogni altro, sa guardare con metafisico stupore alle cose minime, apparentemente insignificanti, in realtà dense di vita, perché il microcosmo ha già in sé tutto il macrocosmo. Per lei ogni esistenza è unica, irripetibile. Ma ciò non le impedisce di allargare lo sguardo alla storia (negli anni Ottanta così ingenerosa verso la Polonia), di osservare e cogliere quanto di atroce e irrazionale ci attraversa: «Per giorni interi pensano / a come uccidere, per uccidere, / e a quanti ucciderne, per molti ucciderne» (Attentatori).

È sorprendente come questi attentatori possano, per il resto, condurre una vita normale. E ancora ci riempie di stupore la fogliolina sola che si dondola sul ramo nudo, risparmiata dalla violenza del vento, che si diverte ad osservarla (Esempio).

Ma più stupefacente è ciò che la Szymborska dice dello stupore: «nella definizione “stupefacente” si cela una sorta di tranello logico. Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.» (dal discorso pronunciato in occasione del conferimento del Premio Nobel).

Qui

Non so come dove,
ma qui sulla Terra c’è parecchio di tutto.
Qui si producono sedie e tristezze,
forbicette, violini, sensibilità, transistor,
dighe, scherzi, tazzine.

Forse altrove c’è di tutto di più,
soltanto per ovvie ragioni là mancano dipinti,
cinescopi, ravioli, fazzoletti per lacrime.

Qui ci sono tanti posti con dintorni.
Alcuni puoi amarli in modo speciale,
chiamarli a modo tuo
e proteggere dal male.

Forse altrove ci sono luoghi simili,
però nessuno li ritiene belli.

Forse come in nessun luogo, o in pochi luoghi,
hai qui un tronco separato,
e con esso le cose occorrenti,
affinché ai bimbi altrui tu aggiunga i tuoi.
Inoltre hai braccia, gambe e una testa stupita.

L’ignoranza qui viene lavorata,
continuamente qualcosa calcola, confronta, misura,
estrae con ciò deduzioni e radici.

Lo so, lo so, che cosa pensi.
Niente qui di solido,
perché da sempre per sempre siamo in balìa della furia degli elementi.
Ma osservi – gli elementi si stancano facilmente
e debbono talvolta lungamente riposare
fino alla volta successiva.

E so che cosa pensi ancora.
Guerre, guerre, guerre.
Pure tra di esse capitano delle pause.
Attenti! – gli uomini sono cattivi.
Calma! – gli uomini sono buoni.
Stando sull’attenti non si produce nulla.
Nella calma col sudore della fronte si costruiscono le case
e presto vi si abita.

La vita sulla terra viene fuori abbastanza a buon mercato.
Per i sogni per esempio qui non paghi un centesimo.
Per le illusioni – solo quando svaniscono.
Per il possesso del corpo – soltanto con il corpo.

E se questo è ancora poco,
giri senza biglietto nella giostra dei pianeti,
insieme con essi, gratuitamente, nella bufera galattica,
in epoche così vertiginose,
che nulla qui sulla Terra ha neppure il tempo di tremare.

Allora osserva bene:
il tavolo sta dove stava,
sul tavolo il foglio, così come fu messo,
per la finestra socchiusa soltanto un buffo d’aria,
e nella parete nessuna grossa crepa,
per la quale dovunque ti soffierebbe.

Attentatori

Per giorni interi pensano
come uccidere, per uccidere,
e a quanti ucciderne, per molti ucciderne.
Oltre a questo con appetito mangiano le loro pietanze,
pregano, si lavano le gambe, nutrono gli uccelli,
telefonano grattandosi sotto le ascelle,
fermano il sangue, quando si feriscono a un dito,
se sono donne, comprano assorbenti,
belletto per le palpebre, fiorellini nei vasi,
tutti scherzano un po’, quando sono in vena,
sorseggiano dal frigo succhi di agrumi,
di sera guardano la luna e le stelle,
si mettono alle orecchie le cuffie con musica silenziosa,
dormono dolcemente fino alle luci del mattino
– a meno che ciò che pensano, debbano farlo di notte.

Esempio

Un forte vento
ha strappato nella notte all’albero tutte le foglie
tranne un’unica fogliolina,
rimasta,
perché si dondolasse in un assolo sul ramo nudo.

Con questo esempio
la forza dimostra
che sì –
a volte ama scherzare.

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