Chi non parla dialetto non può parlare con i propri morti

Tristano Bolelli, La lingua e i dialetti, in «La Domenica del Corriere» (Milano), 21-7-84.

Una raccolta di poesie nel dialetto pugliese di Mattinata, intitolata U iréne (Il grano), ci ha mandato, tempo fa, Francesco Granatiero, nella bella edizione curata da Mario dell’Arco, un poeta di ampio respiro di cui abbiamo già parlato, benemerito anche come editore di testi dialettali.
Granatiero, dopo aver prodotto versi in lingua, si è volto al dialetto perché si è posto il quesito se poteva parlare alla madre in modo diverso dal dialetto originario. Come dice Giovanni Tesio nell’introduzione, Ignazio Buttitta ha espresso molto bene tale sentimento quando ha scritto: «Chi non parla dialetto non può parlare con i propri morti, io come tutti. Succede di sognare il padre, la madre. Se io con mio padre, con mia madre, che erano contadini, parlassi l’italiano, mio padre e mia madre non mi riconoscerebbero».
Granatiero scrive proprio, per sua stessa ammissione, in un dialetto filtrato nella memoria, che è quello dei suoi genitori, dei suoi nonni, che ha termini arcaici in cui si esprime un sentimento lirico di grande levatura. Ecco, per dare un esempio della poesia di Granatiero, come si chiude la presente raccolta: «È iúrne e ne nn’è iúrne, / all’assacrese tróve, / sope a na réme, / na neve de sole, / na vena de rose; // e nu cardille mpónte, / lu vi’, cante alla stese: / So’ fiure e ne nn’è neve, / è primavere!» Questa è la traduzione: «È giorno e non è giorno, di sorpresa trovo, su un ramo, una neve di sole, una vena di rosa; e un cardellino in punta, eccolo, canta a distesa: Son fiori e non è neve, è primavera».
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