Il lirismo narrativo di “U iréne”

Giovanni Tesio, Presentazione, in U iréne, cit.

C’era una maniera, una acerba e ingenua euforia descrittiva, ma già un’attenta auscultazione di forme e colori nel primo Granatiero di La lunga veglia (1968) e anche una dizione che tende all’essenziale, insieme con i piccoli indizi di un mondo che resta il suo punto d’appoggio, la sua couche: il paese «bianco di calce» scoperto «nel palmo / di verdi colline / all’ombra dei salsi olivi» (e certi preannunci meno ovvii: «mi scopri – come da bambino – / che crepitano / i fuochi d’artifizio, / in un angolo buio, / ubriaco di liquirizia»). Di più, forse, i veri e proprii palinsesti della ‘conversione’, dove l’uso del dialetto già sospinge, quasi tout court, al racconto.
In Stormire (1974) non tanto serve scontatamente l’indugio sul progredire di una poetica più consapevole, ma cogliere, ancora, le tracce di un percorso che si fa. Stormire raccoglie un periodo che va dal ’69 al ’73, gli anni del primo distacco dal paese e la distanza svela, con la nostalgia, la memoria delle cose. Si fa luce così, in un lirismo postadolescenziale (pur dignitoso e nitido) la scoperta del ritorno, e le figure, gli oggetti, gli attrezzi, i luoghi non generici – non meramente paesistici –, insieme con un più disteso movimento prosastico. Contro le forme a tratti cantate in falsetti un po’ leziosi, in frammenti di ricercata (troppo) musicalità, sta la presenza assidua dell’imperfetto, che distende e scioglie in movimenti narrativi una fitta, intima colloquialità vocativa.
Poi Granatiero ha confessato: «In Stormire parlo a mia madre in una lingua a lei sconosciuta, quella di Sbarbaro, Cardarelli, Betocchi. Mi chiedo se è a lei che parlo». E la sua perplessità s’incontra, in modo del tutto indipendente, con una felice intuizione di Buttitta, il quale ha sostenuto: «Chi non parla dialetto non può parlare con i propri morti, io come tutti. Succede di sognare il padre, la madre. Se io con mio padre, con mia madre che erano contadini, parlassi l’italiano, mio padre e mia madre non mi riconoscerebbero. Non parlare dialetto significa offendere anche i morti». La sicurezza perentoria di Buttitta non è di Granatiero, ma certo nella domanda («Mi chiedo se è a lei che parlo») c’è tutta la crisi, che sarà risolta nella scelta decisiva del ‘dialetto’ come lingua della nuova poesia. Dico crisi, non folgorazione e basta aprire la raccolta All’acchjitte (1976) per rendersene conto.
Sono parecchie, qui, le poesie di Stormire tradotte nel dialetto di Mattinata e costituiscono la preziosa testimonianza di un passaggio non improvviso ma meditato, sperimentale. La traduzione comporta la rifondazione di un modo di pensare e non soltanto, si direbbe, di un modulo espressivo. E se Tramízze, ad esempio, ancora non persuade di una raggiunta autonomia, in Alla lustre la lune lo spostamento dell’invocazione («fréte mije»), che rinnova il più aulico «fratello» di La cena è già bene la spia di uno spostamento (uno scarto) integrale. Non è, si badi, la riappropriazione di un «pensare in dialetto» che sarebbe opera, contro ogni intenzione, necessariamente difettiva, ma di un «ricordare in dialetto», di un rimemorare che recupera gli strati sommersi del vissuto insieme con i reperti di un linguaggio che non teme l’arcaicità – e anzi in essa, «poieticamente», si sprofonda. Valga ancora questa dichiarazione: «La mia preferenza non va, naturalmente, al dialetto parlato, non tanto perché impuro quanto perché altrettanto ‘utile’ e vuoto che la lingua, bensì a quello dei miei genitori, dei miei nonni, filtrato dalla memoria, e pieno di termini arcaici (non di puro folclore!), ma pregnanti, discreti, necessari». Così, a poco a poco, il lirismo di Granatiero si libera della sua dolce, un po’ sfibrata cantabilità e svolge per la prima volta un movimento drammatico. In questo mondo ritrovato U raspe sularine, con quel padre che prima minaccia e poi porge al figlio il grappolo solitario («nu cìngele / scampéte alla vennegne»: «racìmolo / scampato alla vendemmia») rappresenta la prima voce diretta.
La ricerca in questi anni è andata avanti e la nuova raccolta è il segno di una raggiunta maturità. Il recupero dell’infanzia di Mattinata, che già prima veniva procedendo da una nostalgia della madre e si muoveva ancora perplesso, ma già favoloso, sui collaudati modelli in lingua, ora si distacca. Forse hanno agito nuove letture e forse, più di altre redditizia, l’opera di Pierro. Non tanto, si può azzardare, in virtù di prestiti minuti, ma piuttosto per il suo valore d’esempio, per la sorprendente indicazione di un cammino che scopre riscontri di vita e addirittura precise affinità strumentali: in altri termini il dialetto protostorico di Pierro può avere svelato a Granatiero almeno un’eco di consonanze incoraggianti. La testimonianza diretta non aiuta ad andare molto più in là: «Pierro, da me scoperto dopo la pubblicazione di All’acchjitte, mi sarà di aiuto nel riacquistare la ‘fede’ perduta», e si allude, superfluo sottolinearlo, a fede di parole.
La nuova raccolta inizia con un poemetto in prosa, U cìcene. Matteccídde è l’obiettivazione del poeta bambino e Giuvanne è il padre (mite più di altri, padre-padrone) passato al filtro di una memoria acuminata, che ne coglie la gestualità quasi rituale, l’elementare didassi, l’imprevista e ruvida tenerezza. C’è un patema (un dramma) che si scioglie in riso, un po’ come nella chiusa di U raspe sularine. C’è l’enunciazione di un rapporto che tocca esiti sicuri di poesia come I cílze, i megghie fróttere (e il gioco «chesa/Chésa» intorno a cui la lirica si muove: ma Granatiero, sia detto qui come spunto da sviluppare, è sempre sensibile a questo piano di ricerca tecnico-espressivo), oppure Vinchie de stince e d’aulive, passando attraverso lo specchio della madre morta, già segnato nelle sue coordinate ambientali ed affettive fin dalla prima sezione di Stormire e da quest’ultima dichiarazione che, a posteriori, l’accompagna: «La sua ‘verità’ non è il reale vissuto della mia infanzia. Il rimpianto per la madre e l’attuale nostalgia sono riferiti a un periodo in cui mia madre è in vita e io sono in campagna con mio padre; sono come calati nello smarrimento del fanciullo solo, nostalgico dell’affetto materno, del paese, dei compagni di giochi: c’è stata evidentemente una trasposizione: si è come trasfuso l’uomo nel bambino».
Il lirismo narrativo di Granatiero tocca in questa zona i risultati migliori: più che nel colloquio struggente con la madre in ’A toue è ’a veretà, probativa ma pateticamente enfatica, nel trepido rito, tra veglia e sonno, di U ppéne, e, definitivamente, nel legame a tre di Oue véche chi-l’appure (già pubblicato con il titolo più domestico di U iréne, che ora intitola l’intera raccolta), dove hanno corso terzine di settenari che richiamano vaghe cadenze di lauda. Granatiero ama forme chiuse, cimento di rima e il sonetto Reggitte meriterebbe per più versi sia di chiudere un discorso sia di aprirne uno nuovo, che qui c’è appena modo di suggerire. È il discorso degli ultimi versi (Nfra végghie e súnne, L’assemigghie, Azzurre e grigge, Primavere), che guardano a temi scorporati in più libero gioco e stanno come altrettanti spie di una capacità di risalita, testimonianze di un lirismo che la memoria ha liberato in nuovo canto, in un canto più vero. Perché è la memoria – più che la morte – la radice della verità.

GIOVANNI TESIO

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