La memoria contadina

Giacinto Spagnoletti, Cesare Vivaldi, Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, Milano, Garzanti, 1991.

[…] Quando si passa alle esperienze più recenti della poesia in dialetto, che man mano raggiungono punte d’eccezione, non si può più parlare di tradizione, ma di dilatazione o espansione tematica e di affinamento tecnico, derivato da una decisa autonomia del linguaggio letterario. Così accade al dialetto di Giacomo Strizzi, a quello di Pietro Gatti e di Nicola De Donno, ciascuno ricavato da un ambito preciso, come accadrà ai più giovani Lino Angiuli e Francesco Granatiero, poi decisamente volto a una cifra personale d’espressione. I segni della maturazione in Puglia si avvertono specialmente nella seconda metà del secolo, quando l’evoluzione della lirica italiana ha già una sua fisionomia e un alto valore esemplativo. Se si può dare un giudizio d’insieme in merito a esperienze fra loro molto dissimili, diremo che nessuno degli autori ora citati (e specialmente i maggiori) rivela un modello specifico; ma su tutti il travaglio della lirica contemporanea ha impresso orme e statuti che sarebbe superfluo mettere in evidenza.
[…] Dei due poeti più giovani, Angiuli e Granatiero, si attende – dopo varie prove felici – quel momento conclusivo in cui la loro poesia, proveniente da due diverse aree pugliesi, (una della terra di Bari e l’altra della provincia di Foggia) possa risultare un’esperienza compiuta. Entrambi, ma il primo in particolare per la sua poesia in lingua, hanno avvertito il richiamo alle proprie radici, e il dialetto risponde a una tale esigenza vivificandosi nel cuore di una civiltà contadina, quella pugliese, dai mille risvolti mitici e rituali. L’incontro di Angiuli con il dialetto di Valenzano risale ai primi anni Sessanta, e ha dato frutti considerevoli in Iune la lune e nella bella sequenza U àrue de le crestiane (L’albero dei cristiani). L’ironia – come è stato detto – diventa in lui «correttivo della pena e dell’elegia» (A. Motta, Prefazione a Iune la lune, Fasano di Puglia 1979). Per Granatiero, invece, vale «lo scavo di un dialetto arcaico, ritrovato in forza di studio e di memoria nella parola morta», (come osserva G. Tesio, in «Diverse lingue», I, 2, 1986). Esso lo rende partecipe della memoria contadina, come alternativa alla solitudine e al vuoto provocato dalla lontananza.

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