Le ombre lunghe della poesia

Donatella Bisutti, Le ombre lunghe della poesia, in «Steve» (Modena), 7, 1987.

Due piccoli libri, usciti negli scorsi mesi, mi pare siano passati inosservati o non abbiano avuto sufficiente attenzione dalla critica: il primo è Segni, di Bartolo Cattafi, pubblicato da Scheiwiller, forse perché il suo autore, purtroppo scomparso nell’80, sta attraversando quella ‘quarantena’ che penalizza i poeti subito dopo la morte. L’altro perché è inserito in una piccola collana nuova e non pubblicizzata che pubblica testi in dialetto (le Edizioni «Ij babi cheucc» di Mondovì) – curata da Giovanni Tesio – ed è La préte de Bbacucche, poemetto di Francesco Granatiero. […]
La préte de Bbacucche è un poemetto che, come osserva Giovanni Tesio nell’introduzione, si sviluppa secondo un intreccio simile a quello della lavorazione artigianale di un canestro di vimini, tema che Granatiero aveva già sviluppato in una poesia precedente (Vinchie de stince e d’aulive – Vinchi di lentisco e d’ulivo). Questo intreccio si realizza nel complesso gioco/richiamo delle rime e delle assonanze, oltre che degli enjambements, dei chiasmi e degli incastri.
Granatiero, che è medico e abita a Torino, ma è nato nel 1949 a Mattinata in provincia di Foggia, figura nell’antologia Primavera della poesia in dialetto di Mario dell’Arco (1979-81) e nell’antologia Le parole di legno di Mario Chiesa e Giovanni Tesio (1984) ed è autore tra l’altro di una Grammatica del dialetto di Mattinata. Egli usa il dialetto come uno strumento che consente straordinarie libertà e suggestioni soprattutto attraverso i termini più arcaici: un uso quindi aristocratico e più attento all’aspetto filologico che a quello parlato, anche se egli sottolinea soprattutto l’importanza della trasmissione orale e di una tradizione che ricerca le proprie radici umane e familiari. Il poemetto consta di 369 versi suddivisi in 25 quadri e in terzine di settenari e ha per inizio e chiusa le due parti di un chiasmo che si riferisce alla costellazione di Orione: «I Trè pPasture tòrnene» e «šéme p’i Trè pPasture…» (I Tre Pastori ritornano – Andiamo con i Tre Pastori). La giornata scandita da questo giro celeste – apparizione e sparizione delle stelle – è una giornata di trebbiatura (la «pietra di Bacucco» è infatti una pietra che viene usata come peso nella trebbia a strascico). Una giornata di lavoro nella calura soffocante, dietro il mulo nella polvere dell’aia, scandita da operazioni descritte in tono quasi didascalico, tranne nella parte finale che racconta la fuga e il recupero del mulo riottoso ricorda un idillio teocriteo. Solo allora si scopre, con meraviglia, che l’occhio che guarda – un occhio di saggezza già adulta – è l’io narrante dapprima così distaccato e quasi impassibile – sono in realtà quelli di un bambino.
Questo poemetto mi pare un esempio straodinario di poesia bucolica, che non ha tuttavia nulla a che vedere con le pastorellerie e le Arcadie letterarie, ma attinge con totale immediatezza un mondo arcaico che conserva ancora una dimensione mitica. I Tre Pastori hanno infatti più che un sentore di presepe, il senso di un’alta protezione – e proiezione – cosmica. Granatiero raggiunge un modulo di classicità in cui il rapporto uomo-natura è ancora intatto, come nella grave semplicità del poema esiodeo e delle Georgiche virgiliane. L’occhio di continuo trascorre dal cielo alla terra e dalla terra al cielo in una dimensione cosmica scandita dalle costellazioni: in questa dimensione tutto, dal filo di paglia alla stella, pur conservando la sua semplice individualità, acquista un valore archetipico.
Nel poemetto l’uso del dialetto arcaico e il ritorno a una rigida forma chiusa convergono. Sono strumenti stilistici cui sempre più numerosi testi poetici oggi fanno ricorso ed appaiono spesso, specie il secondo, di gusto manieristico. Qui tuttavia ci è consentito di vederne affiorare la motivazione più profonda: quella di prendere in diverso modo una distanza dal tempo reale per ritrovare il tempo archetipico dell’immaginario, in un’epoca in cui la Storia è un sistema di segni che esclude la Favola, la Leggenda, il Mito.

DONATELLA BISUTTI

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