Una classicità scabra

Donatella Bisutti, Lo spazio del mito, in «Il Belli» (Roma), 4, 1992.

La préte de Bbacucche (La pietra di Bacucco – pietra usata nella trebbiatura a traino animale, n.d.r.) è un poemetto di Francesco Granatiero, medico a Torino ma nato a Mattinata in provincia di Foggia. Il nome di Granatiero figura nell’antologia Primavera della poesia in dialetto di Mario dell’Arco (1979-81), in quella Le parole di legno di Mario Chiesa e Giovanni Tesio e nell’Antologia dialettale dal Rinascimento a oggi di Giacinto Spagnoletti e Cesare Vivaldi. Il poemetto, edito in una piccola collana di Mondovì, le edizioni «Ij babi cheucc» di Domenico Boetti, a cura di Giovanni Tesio (e riproposto ora nella rivista «Diverse lingue», n. 11, 1992), consta di 369 versi suddivisi in 25 ‘quadri’, a loro volta composti di terzine di settenari, racchiusi da un chiasmo la cui prima parte funge da inizio mentre la seconda costituisce la chiusa: «I Trè pPasture tòrnene…» (I Tre Pastori tornano…) e «scéme p’i Trè pPasture…» (andiamo con i Tre Pastori…). L’immagine della costellazione di Orione (i Tre Pastori sono le stelle chiamate «I Tre Re» ne I Malavoglia) non ha solo intensità lirica, ma racchiude una misura emblematica e definitiva di tempo: quello che va dalla notte alla notte, dal tramontare al risorgere delle stelle: fra i due suggelli di oscurità si chiude il ‘giorno’ esiodeo che è tema del poemetto. Le semplici operazioni della trebbiatura nella calura affocata del tavoliere pugliese, le gialle paglie essiccate dal sole e le piaghe sul dorso del mulo, il sollevarsi della polvere sull’aia, il cielo senza soccorso di nuvole, un improvviso spirare di vento o l’apparire di un gatto alle prese con una lucertola, il breve riposo su un saccone di paglia e, verso sera, le lucciole e il nero paiolo sul fuoco sono i semplici avvenimenti di una giornata di lavoro nei campi descritta in tono quasi didascalico e che appare immutabile. Solo alla fine si scopre che l’occhio che guarda, e già conosce una saggezza adulta, è quello di un bambino.
Questo poemetto, di ispirazione bucolica ma lontano dall’Arcadia, opera un doppio e contrario effetto di allontanamento mitico di un presente ancora contadino ma prossimo ad essere cancellato dalle trasformazioni economiche e sociali, e di ravvicinamento di un mondo arcaico che fa parte del nostro patrimonio mitico. L’occhio che qui trascorre di continuo dalla terra al cielo e dal cielo alla terra, incidendo nei solchi dei campi il ritmo delle costellazioni, allarga indefinitamente lo spazio più ristretto e, proiettando anche l’umile individualità del filo di paglia sullo sfondo del cosmo, lo rende archetipico. La vertiginosa profondità temporale che il testo riesce a stabilire ci immerge così in quella zona in cui il passato coincide con una eternità fuori dal tempo, che è appunto lo spazio del mito. Il mondo arcaico che sembra qui combaciare con lo spazio della memoria infantile, può allora essere di nuovo quella «metafora del regno immaginale che ospitò gli archetipi» di cui parla Hillman. Quella parte d’Italia che un tempo fu la Magna Grecia appare dunque ancora una volta capace di rivivere il mito in forma attuale, come nell’Orcynus Orca di Stefano D’Arrigo. All’interno di questa dimensione cosmica Granatiero si propone una classicità scabra che esprime il rapporto fisico con la realtà attraverso la massima economia formale. Il complesso intrecciarsi nel testo di rime di vario tipo, chiasmi, enjambements e incastri è giustamente assimilato da Tesio nell’introduzione all’intreccio di un canestro di vimini: il linguaggio, così metaforizzato attraverso il lavoro artigianale, ribadisce i suoi ritmi di assoluta necessità interna. E dialetto e rigida forma chiusa assumono il senso non di un ritorno al passato ma di un prendere le distanze per risalire all’archetipico e all’immaginario.

DONATELLA BISUTTI

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