Una scrittura per ogni paese?

Le singole iniziative paesane in merito alla trascrizione del proprio dialetto sono sempre lodevoli, ma se effettuate senza un superiore coordinamento possono portare a una babele di scritture che non giova alla comprensione degli italiani. È invece necessario ispirarsi a dei criteri generali di trascrizione che rientrino in una convenzione allargata, se vogliamo che le nostre cose trovino un più ampio riscontro.

Tra i fatti acquisiti si possono indicare:

• l’uso delle vocali é e ó di suono chiuso e delle vocali è e ò di suono aperto, esattamente come in italiano.

• l’uso della e senza accento (come in francese, inglese e tedesco) per la cosiddetta vocale semimuta, evitando l’apostrofo (che ha altre funzioni) o la lettera ë o ∂ (a meno che non si tratti di opere dialettologiche a carattere nazionale o internazionale).

• il ricorso all’opposizione sci/ssci (come già in Giuseppe Gioachino Belli e in molti autori contemporanei) per differenziare il suono di vascio (bacio) da quello di vasscio (basso).*

• il ricorso al gruppo consonantico scc/sck, convenzione ormai diffusa in tutta la Puglia, per indicare il digramma šk di parole come sccuma (schiuma), a cui si possono aggiungere sct e scp (sctèlla, scputare).

• l’uso delle semiconsonanti j (pajése) e u (uaglione), come in italiano, evitando il ricorso alla straniera w, che ha valore diverso a seconda della lingua.

• l’indicazione della zeta sonora iniziale (zinco) o intervocalica (dozzina), in italiano sempre rafforzata, con il digramma dz (dzinghe, dudzine).

• l’indicazione di tutte le doppie iniziali allo stesso modo di quelle interne come stabilito dalla dialettologia nazionale e internazionale. Il rafforzamento sintattico è assai diverso da paese a paese e la mancata trascrizione delle doppie ingenera inutili ambiguità. Per alleggerire la scrittura si potrebbe omettere il raddoppiamento solo, ad esempio, dopo la preposizione “a” e la congiunzione “e”, purché il fenomeno sia costante e purché lo si dica in una nota.

Per capire l’esatta pronuncia di un suono particolare è a volte necessario affidarsi ai dialettologi di professione. In ogni caso è bene non fare ricorso a segni strani. Piuttosto si utilizzi una nota per dire che in una certa posizione (in genere ben definita) una determinata vocale ha suono diverso (alterato, lievemente palatalizzato, più aperto, più chiuso, ecc.), evitando così di sovraccaricare la pagina di segni diacritici che spesso, anziché facilitare la lettura, finiscono per appesantirla o renderla astrusa.

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* Quest’uso, tuttavia, non è coerente né con l’italiano né con i dialetti che hanno il solo suono rafforzato. Neppure la soluzione offerta dal Vocabolario dei dialetti salentini di Gerhard Rohlfs, che scrive sci  [=š] e šci [=šš], può essere utilizzata in opere a carattere nazionale. Lo stesso trigramma sci indicherebbe, infatti, ora il suono scempio (pugl. vulîsce “voglia”) e ora il suono rafforzato (it. pascere). Andrebbe evidenziato non il fonema di grado forte (comune alla lingua), ma quello di grado tenue. Cfr. Nota grafica; poi vai a Grafia DAM

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