La grafia dei Dialetti Alto-Meridionali (DAM)

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Premessa

Una grafia dei singoli dialetti che non tenga conto delle altre parlate può sfociare in una babele di scritture.

Senza nulla togliere al napoletano – lingua per prestigio letterario oltre che storico –, alla sua grafia saranno rapportabili alcune varianti campane, non certo tutti i Dialetti Alto Meridionali (DAM), i quali formano la cosiddetta «lingua napoletana» (UNESCO), che per numero di parlanti rappresenta la seconda lingua d’Italia. In essa rientrano Abruzzo, Molise, Puglia (senza tacco), Lucania, Calabria (senza punta) e le finitime parti di Marche, Lazio e Campania, per la cui scrittura bisognerà guardare ai progressi della dialettologia e riferirsi a una lingua tetto, che è, non già – o non più – il napoletano, bensì l’italiano.

D’altronde oggi nessuno dei poeti che usano i DAM, partenopei e campani a parte, scriverebbe ciinto [cíndә] ‘cento’ con la o finale, come il De Vincentiis (Vocabolario del dialetto tarantino, 1872). Ognuno sente la necessità di distinguere quel suono neutro inesistente in lingua. C’è chi lo rappresenta (come in francese e in tedesco) con la cosiddetta e “muta”, chi con ë o ә (proprie della dialettologia) e chi con una vocale in apice, con l’apostrofo o in modo più personale e astruso.

Credo sia giunta l’ora di adottare dei criteri di scrittura semplice – per le trascrizioni fonetiche si rinvia ai trattati di dialettologia – che rientrino in una convenzione più allargata. Convenzione che, ovviamente, non deve prescindere dal gusto, soprattutto se a scrivere sono i poeti.

L’apostrofo assolve a funzioni diverse (aferesi, elisione, apocope) e indica non un suono (per quanto breve, atono e indistinto), bensì un’assenza di suono.

L’uso della ë va bene nelle citazioni di un testo in lingua o, ad esempio, in piemontese, dove è tanto discreta da essere quasi un vezzo, ma nei DAM è talmente frequente che finirebbe per infittire la scrittura di inutili puntini (pëdëcinë, fëlìšënë, frëmmënandë, frëzzëcaríëddë). Si provi a immaginare un tale uso in francese (fënêtrë, pëtitë, chëvrettë…) o in tedesco (Gutën Abënd; bittë, wir möchtën zahlën…)! 

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Note sulla scrittura corrente di poeti e studiosi

I poeti dei DAM dell’800 o del primo ’900 – così come molti autori di vocabolari e gli stessi dialettologi in opere meno accademiche – rendono lo schwa con e. Soltanto alcuni (Modesto Della Porta, Cesare De Titta, Albino Pierro, Alessandro Dommarco) in protonia usano anche la i (uagninèlle, friccicarèlle).

Non tutti segnano l’accento sulla e tonica (è, é) o distinguono la i semiconsonante (j).

Il digramma iniziale di šcaffe ‘schiaffo’, spesso scritto come tale, è reso con sck, oltre che dal barese Francesco Saverio Abbrescia (Bari 1886-1951), dalla maggior parte dei poeti pugliesi del ’900, mentre Pietro Gatti scrive scc (asccuate).

Il suono [š] di grado semplice, spesso confuso con quello di grado rafforzato [šš], verrà distinto dall’abruzzese De Titta con çi/sci, da Gerhard Rohlfs (Vocabolario dei dialetti salentini) con sci/šci, da altri con sci/ssci, š/sci o in altro modo.

La zeta sonora sarà indicata solo dal sottoscritto, da qualche studioso locale e, ovviamente, dai dialettologi. Il rafforzamento sintattico verrà scritto costantemente, oltre che dagli accademici e dagli ultimi studiosi locali, solo dai poeti De Titta, Dommarco e Gatti.

Proposte di scrittura (grafia DAM)

L’accento tonico è obbligatorio sulle parole tronche, sdrucciole e bisdrucciole (Mattinata FG accussì ‘così’,  pàppele ‘tonchio’, scàpulene ‘smontano dal lavoro’). In mancanza di accento la parola s’intende piana.

L’accento fonico andrebbe sempre segnato: Mattinata FG paèise ‘paese’, trè ‘tre’, fémmene  ‘femmina’, candé ‘cantare’, sòule ‘sole’, sòrete ‘tua sorella’, pónde ‘punta’, cólepe ‘colpa’,  tèlèvisiòune ‘televisione’, Casacalenda CB èpiérte ‘aperto’, Molfetta BA  rechèmète  ‘ricamato’, Monopoli BA nè vòlde ‘una volta’.

Ma èò in sillaba chiusa di parola piana possono farne a meno: quaterne [kwatèrnә] ‘quaderno’, notte [nòttә] ‘notte’. Così pure éó in sillaba aperta di parola piana (mere  [mérә] ‘mare’, rote  [ró:tә] ‘ruota’) o di monosillabo (mo [mo] ‘ora’).

La e dello schwa [ә, ë] fa a meno della dieresi (feleture [fәlәtu:rә] ‘turacciolo’), tranne quando è tonica (Vieste FG pëne [pә:nә] ‘pane’, Vasto CH cas¢ëgne ‘crespigno’).

Nel caso di ì ù molto aperte (tali da sembrare rispettivamente é ó molto chiuse) si può usare l’accento circonflesso (Irsina MT matîne ‘mattina’, crijatûre ‘bambini’, Martina Franca TA mandarîne).

Lo stesso si può fare nel caso di è ò molto aperte (tali da avvicinarsi ad astêlle, che suona quasi ‘stalle’; môrte, che suona quasi ‘Marte’).

Con â indicherei la che tende a (pâne).

Con ä si indica il suono di a che tende a e (tramundäne). Con ö il suono tra e o (chiöve  ‘piovere’, pröte ‘pietra’). Con ü il suono tra i e u (matüne [maty:nә] ‘mattina’, matüne [maty:nә] ‘mattoni’). Tuttavia, quando il turbamento vocalico interessa la sillaba libera di parola piana, cioè la penultima sillaba terminante in vocale (come negli esempi riportati), si può fare a meno di ognuno di questi segni diacritici, purché lo si dica in una nota. Così  [pә:nә] ‘pane’ a Foggia e [pä:nә] a Taranto vengono comunemente scritte pane.

La semivocale j si può usare in posizione iniziale o intervocalica (jatte ‘gatto’, prejà  ‘pregare’, pajé ‘pagare’). La e  di -ie (duie  [duj] ‘due’, maie [maj] ‘mai’) non fa sillaba, quella di -je sì (duje [dujә], maje [màjә]).

Parole come chiave e gghianne vengono scritte come in italiano, anche davanti a i (a gghiìsse ‘a lui’, chiìne ‘pieno’).

Per indicare lo iato si può usare la dieresi, come in italiano (fïéte [fijétә] ‘fiato’ crüèdde [kruwèddә] ‘corbello’, tlìne [tawuli:nә] ‘tavolo’), o separare le vocali (fijétәcruuèdde, tàuulìne).

I dittonghi discendenti di ede [pìәdә] ‘piedi’ e bbùene [bbùәnә] ‘buono’, ove sentiti come monottonghi, si possono rendere con l’accento acuto (píde, bbúne), essendo ormai invalso l’uso dell’accento grave come tonico. L’accento acuto si usa nei rispettivi dittonghi quando la ha suono chiuso: píete [pìetә], bbúene [bbùenә].

Le consonanti e g(i) in posizione iniziale o intervocalica hanno pronuncia (e scrittura) rafforzata (bbone, tabbacche, ggiarre, Luigge), ma in posizione iniziale, dove la pronuncia sia costantemente tale, annotandolo, si possono anche scrivere semplici (bone, giarre).

La variante debole di g (γ) viene indicata con ·g (Roseto Capo Spulico CS  ·góune  ‘uno’, ·gheteché  ‘litigare’, Cagnano Varano FG ·gadde ‘gallo’). La variante debole di (δ) con ·d (Vico Garg. FG ·dent ‘dente’). In genere, trattandosi di allofoni, si possono scrivere normalmente chiarendo la pronuncia in una nota.

Il suono [ç] dell’IPA è reso con h(i) (Casacalenda CB hiume ‘fiume’).

Le forme dialettali del verbo ‘avere’ possono fare a meno dell’h (éi ditte ‘ho detto’, à’ ditte ‘hai detto’, à ffatte ‘ha fatto’, â venì ‘devi venire, verrai’, ànne vinde ‘hanno vinto’).

Così il χ greco [x] e la di ‘casa’ in bocca toscana [h] si possono rendere entrambe con (Roseto Capo Spulico CS huhhià ‘soffiare’, Firenze la hasa).

La cacuminale (occlusiva retroflessa sonora) viene resa con dh (Martina Franca TA Sabbeddhe ‘Isabella’). La cacuminale (presente nell’area meridionale estrema) con th (quatthru ‘quattro’).

La velare è resa con n- (Celle San Vito FG tén- ‘tempo’).

Il digramma sc(i) in italiano è sempre di grado forte [šš], pronuncia a cui non si sottraggono neppure l’it. regionale ‘lampascione’ e il digramma inglese sh di ‘fare shopping’, dove il fonema sarebbe notoriamente di grado tenue. Nei DAM, accanto alla pronuncia rafforzata, è assai frequente il suono di grado semplice [š]: [ša:tә] ‘fiato’, [šó:rә] ‘fiore’, [bbušardә] ’bugiardo’[ši] ‘andare’, [va:šә] ‘bacio’, [šәttà]‘gettare’. Il diverso grado può avere funzione oppositiva: [ka:šә] ‘cacio’ e [kaššә] ‘cassa’; [pè:šә] ‘peggio’ e [pèššә] ‘pesce’.

Come si è detto, mentre il Rohlfs rende il suono scempio con sci e quello rafforzato con šci, altri utilizzano rispettivamente sci e ssci, sebbene quello da evidenziare dovrebbe essere, non il grado rafforzato, che è sci come in italiano, bensì il grado semplice. Ma come? ci suona [š] a Firenze e a Roma, dove l’opposizione sci/ssci del Belli diventa  ci/sci  in Pascarella, Trilussa e dell’Arco (cfr. Mario dell’Arco,  Gioachino Belli ritratto mancato, Roma, Bulzoni, 1970), ma non di norma nell’alto Meridione. La lettera š, da me usata in Énece (1983), non è condivisa in Puglia o altrove.

Il suono rafforzato [šš] (it. striscia) va scritto come in italiano (casciòune [kaššò:wnǝ] ‘cassone’,  sciarpe [ššarpǝ] ‘sciarpa’, pèsce [pèššǝ] ‘pesce’, canósce [kanóššǝ] ‘conoscere’).

Il grado tenue [š] si può rendere con scj davanti ad a/o/u (vascjà ‘baciare’,  stascjòune  ‘estate’ ‘(bella) stagione’, scjunghe ‘giunco’), con ·sc- davanti a i/e a inizio di parola (·scíle ‘gelo’, ·scìscele  [šìššәlә] ‘gingilli’, ·scínere [šíәnәrә] ‘genero’, ·sci’  [ši] ‘sei’, ·scì ‘andare’, ·scì ‘sì’ ‘andò’) o con -s¢- all’interno (mas¢ije ‘magia’,  tras¢ì  ‘entrare’, cròus¢e  [krò:ušǝ] ‘croce’, löus¢e ‘luce’,  móis¢e ‘mesi’). Dopo allungamento il digramma non può che essere di grado tenue (vaasce ‘bacio’,  mureeisce [murè:jšә] ‘ombra’, felìiscene  ‘fuliggine’)

In Abruzzo qualcuno usa la ç (vaçe ‘bacio’).

Il suono [š] davanti a consonante in Puglia (ma anche in Lucania) in parole tipo ‘schiuma’ molto spesso viene reso con sc (sckume ‘schiuma’, sckaffe ‘schiaffo’,  sckette  ‘schietto’,  sckattà  ‘schiattare’, sckitte  ‘soltanto’), grafia che si potrebbe estendere davanti ad altre consonanti anche in Campania e in Abruzzo: sccòla ‘scuola’, suscpire  ‘sospiro’, scputà ‘sputare’, sctà ‘stare’, sctelle ‘stella’). Ma in questa posizione va bene anche la š (šcume, šcaffesušpireštelle).

Il corrispettivo sonoro (la del franc. je) davanti a consonante sonora (Campobasso [Ʒdruššә] ‘struscio, passeggiata su e giù per il corso’) si può tranquillamente rappresentare con lo stesso digramma sc (scdrusce) o con la lettera š, trattandosi di un nesso automatico.

La s iniziale o intervocalica è normalmente sorda. La s sonora esiste solo in gruppi consonantici comuni all’italiano (sbatte ‘sbattere’, sgarre ‘sgarro’ ecc.), dove la sua pronuncia è automatica. Un’eccezione, la s sorda davanti a vibrante: s-ruvizie (San Marco in Lamis FG) ‘servizio’, s-revírse (Mattinata FG) ‘preoccupazioni’ < serevírse, s-ruàje (Celle San Vito FG) ‘sole’ < fr. soleil. Nei rarissimi casi di sonora intervocalica si può usare ’s (Pescasseroli AQ mè’sa ‘mezza’). 

Alla zeta si riserva il suono aspro (zìnghere [tsìngәrә], zappe e zappe [tsannә e ttsappә] ‘zappa e zappa’, scòrze [skòrtsә] ‘scorza’, munnézze [munnéttsә] ‘spazzatura’, pazzié [pattsjé] ‘scherzare’), tranne dopo n, dove in genere è sonora (velanze [velandzә ‘bilancia’]).

Per la sonora in altra posizione si può usare ’z o z’z (duz’zine’dozzina’, vi’zie [viddzjә] ‘vizio’, jar’zone ‘garzone’,  al’zà ‘alzare’).

Il raddoppiamento della consonante iniziale da parte della parola che la precede (rafforzamento fonosintattico = RF) è un fenomeno comune all’italiano. Esso, a volte reso graficamente dai poeti del Duecento, ma anche dopo (cfr. Michelangelo, Rime, a cura di Matteo Residori, Mondadori, Milano 1998: «E·sse i dannosi», «e·lla memoria», «a·tte», «da·mme», «a·mme», «né·sso», «fra·nnoi», «da·llui­», «e·llega», «ha·sseco» ecc.), si scrive soltanto quando le due parole si fondono in una (soprattutto).

In quanto a RF, i dialetti – confronta il romanesco di Giuseppe Gioachino Belli, il napoletano di Salvatore Di Giacomo o di Eduardo De Filippo e il cegliese di Pietro Gatti – si comportano molto diversamente sia dall’italiano sia tra loro. Per cui, se si desidera che il proprio dialetto venga apprezzato anche da chi non lo parla, è bene non trascurare il fenomeno. Tuttavia una scrittura zeppa di iniziali doppie (a mmamme e ppatre ‘a mamma e padre’) in parole che normalmente ce l’hanno semplici (mammepatre) non sembra ai più di facile lettura.

Come in napoletano, raddoppierei l’iniziale del neutro (lu ssele ‘il sale’, cussu ppene ‘questo pane’) e del femminile plurale (quiddi ccerese ‘quelle ciliegie’, re ffémmene ‘le femmine’) da parte dell’articolo determinativo e indeterminativo, dell’aggettivo dimostrativo e dell’aggettivo indefinito.

L’articolo si comporta in maniera imprevedibile, per cui andrebbe evidenziato sempre il suo RF: a llu, e llu, a nnu ecc.

La preposizione “a” e la congiunzione “e”, che sono le cogeminanti più frequenti, in genere rafforzano costantemente la parola che le segue. Per cui si può convenire di omettere il RF dopo di esse (a mare [a mma:rә], e cande [e kkandә]) e di segnarlo in tutti gli altri casi (pe ssembe, à dditte ‘ha detto’ ecc.) – Chi, ligio alla grammatica italiana, non vuole scrivere l’iniziale doppia, potrebbe almeno usare un segno per indicare la sua presenza (pe ‘terra e ‘pe ‘mare ‘per terra e per mare’) o, se dell’alto Meridione, mettere una dieresi sullo schwa finale delle geminanti (cchiù fàcelë, à vindë ecc.).

L’aferesi (nnucènde ‘innocente’, cchjíse ECCLESIA, ccone ‘boccone’) in genere non necessita dell’apostrofo, mancando in dialetto la forma intera – individuabile nella base latina – ed essendo (ove non enfatica: cchiù, rrobbe) la stessa doppia iniziale (così come l’inizio in n/m + cons.) un segno evidente di caduta vocalica. Essa andrebbe scritta solo quando è determinata dall’incontro di una forma intera (appise ‘appeso’, assettete ‘seduto’) con una vocale forte (c’è ’ppise ‘si è appeso’, c’è ’ssettete ‘si è seduto’).

Per eventuali altri fonemi ci si regolerà seguendo lo spirito della presente grafia.

 

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11 pensieri riguardo “La grafia dei Dialetti Alto-Meridionali (DAM)

  1. Uno dei tanti argomenti in discussione tra i cultori del dialetto napoletano è quello del raddoppiamento consonantico iniziale, meglio indicato come raddoppiamento sintattico per le condizioni che lo giustificano.
    A mamma non va raddoppiata se A è l’articolo. Così u pate (scrivo con la grafia di Torre del Greco di cui mi occupo).
    Ma se mamma è preceduta da uno dei circa venti monosillabi duplicanti, allora sarà “a mmamma” (da ad mamma), mamma è ppate (per effetto di et congiunzione). Pe mme e ppe tte per ragioni analoghe. Cosi “u ssale” va benissimo (u da illud neutro) ma n’acino ‘i sale senza raddoppiamento perché la preposizione di, ‘i, non lo richiede.
    Carissimo Francesco, l’argomento è di estremo interesse e attualita e trovare un poeta napoletano che abbia seguito in toto queste regole è assolutamente difficile.
    Salvatore.

  2. Nel caso delle parole in -e (che nei DAM sono le più frequenti), anziché raddoppiare la consonante iniziale o usare in sua vece un segno particolare, sfrutterei a tal fine la dieresi della finale: a chése ‘la casa’, ma a chésë [akkésë] ‘a casa’, è venute [evënutë] ‘è venuto’, ma sò venutë [sovvenutë] ‘sono venuto’, ha’ ditte [adittë] ‘hai detto’, ma ha dittë [addittë] ‘ha detto’ ecc.

    Non sarebbe più corretto etimologicamente con apostrofo di elisione: ‘a chése ≠ a chése, è’ venute ≠ sò venute, ha’ ditte ≠ ha ditte ?

  3. L’apostrofo non significa sempre mancanza di raddoppiamento fonosintattico. Alcune apocopi (da’, fa’, di’, va’, sta’; fra’ < frate; ecc.) determinano RF. In ogni caso potrebbe essere sfruttato (ma non sempre) per indicare l'assenza del fenomeno, sebbene molto spesso venga usato in dialetto esattamente per il contrario: pe' < per, cu', che' < con, ne' < non, ecc.
    Ma cosa può indicare invariabilmente il RF?
    L'accento lo determina costantemente in lingua, ma non in dialetto, e se lo causa in un dialetto, non lo fa in un altro. Se a Foggia si dice « è venute », a Bari si pronuncia « è vvenute ». Inoltre scrivere « è' » < EST non è corretto, come non lo è scrivere « pe' » da PER. Infatti non si tratta di apocope: in un caso indicherebbe la caduta, non di una sillaba, ma di un gruppo consonantico, in un altro addirittura il RF.
    Parole come « a » ed « e » congz. possono dare o non dare RF. Idem la relativa « che », idem « pe » < PER, e così tutti i monosillabi… E allora?
    L'unica alternativa è quella di scrivere le doppie in tutti i casi in cui si sentono. È ciò che fa la dialettologia ed è ciò che fanno i poeti più avveduti, da Giuseppe Gioachino Belli a Pietro Gatti a Nicola Giuseppe De Donno.

  4. Ma quindi la distinzione tra “la casa”, “a casa” e “alla casa” che nel mio dialetto è sempre “a kése” come si fa? Cambia solo tra le tre parole la prolungazione del suono “a”.
    E inoltre come potrei fare per distinguere “coperta” e “corto” che sono nel mio dialetto sono entrambi “cuérte”, solo che per dire coperta c’é tipo una pausa tra cu – érte….forse cuwérte o cuuérte se nn ho capito male?

  5. ’a chese (la casa), a chesë (a casa), â chese (alla casa); cuérte (corto), o anche, a scanso di equivoci: quérte [kuér-tǝ]; cuuérte (coperta) [ku-wér-tǝ]. Nel primo caso c’è dittongo, nel secondo iato.

  6. Per scrivere il raddoppiamento delle due semiconsonanti ( w e j) come si dovrebbe fare?
    per esempio nel mio dialetto:
    acchiappare – awwandè
    stai baciando – stè wwèse
    stai aprendo – stè jjapre
    ad acqua – a jjakkwe
    Vado ad Alberobello – Voke a JJarubèdde.
    Non sono sicuro se sia presente anche in italiano tipo per dire: vado a Jesolo ( vado a JJesolo) oppure “che uomo!” (che wwomo!).

    Comunque per me è opportuno trascrivere la geminazione a iniziale di parola, perché almeno nel mio dialetto ci sono molti casi in cui l’assenza o presenza della geminazione cambia il significato della frase…
    ad esempio:
    stè Vite? ( c’è Vito?)
    stè vvite? ( stai vedendo?)
    è fatte ( ho fatto) anche so ffatte
    è ffatte ( è fatto)

  7. Io userei la “z” per indicare il suono della sc di sceso.
    Ad esempio: pèzze (pesce) , mèze (maggio), péze (peggio)
    Perché tanto è una lettera che non è molto utile in quanto può essere rappresentata da “ds” o “ts”.
    Ad esempio: fattse (faccio) , mindse ( mezzo), dsambène (zanzara), attsise ( seduto)
    Anche la c dolce non ha senso poiché è semplicemente una “tz”
    Ad esempio: tzile (cielo), pattze (pazzo) , atzite ( aceto)
    Così come la g dolce che è una “dz”
    mandzè (mangiare), gaddze (gabbia), dzuste ( giusto)

  8. In sicilia per il suono [š] anticamente si usava la x, che è sì una lettera inutile. La zeta ha altri usi codificati dall’IPA, a cui fai riferimento con ts, dz, ecc.. Ma io non propongo una grafia da trascrizione dialettologica. Le mie idee, dettate dal buonsenso, mirano a una grafia conservativa delle regole della nostra lingua tetto, cioè l’italiano. Del resto siamo in Italia, o no?

  9. Per me è da evitare la j, che non ci appartiene. non è né italiana che latina. Adoperarla nel dialetto, dicendo che è una i lunga è una scusante. Al suo posto va benissimo la doppia i. Se devo scrivere oggi, in dialetto scrivo goiie e se devo scrivere io, scrivo iìie. Mettere la j è diventata una moda. addirittura si mette anche in italiano e scrivono Jonio, al posto del corretto ionio.

  10. Sull’uso della J nei dialetti vedi anche https://www.academia.edu/36767555/SCRIVERE_LA_LINGUA_MADRE_-_NUOVA_EDIZIONE
    alle pagine 7-8 e 20.
    Non ne farei una regola di vita o di morte. Mi piace Giuseppe Gioachino Belli, che usa la J, e mi piace Salvatore di Giacomo, che usa la I. Comunque la J di Juve continua a tempestare i giornali (sarà per questo che ti sembra una moda) ed indica la I semiconsonante non solo nell’italiano antico, nel romanesco, nel piemontese e in altri dialetti, ma anche nell’IPA (alfabeto fonetico internazionale), che è quanto di più moderno e preciso si possa avere in fatto di lingue e dialetti.

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