La grafia dei Dialetti Alto Meridionali (DAM)

di Francesco Granatiero

795px-Brueghel-tower-of-babel

Premessa

Una grafia dei singoli dialetti che non tenga conto delle altre parlate può sfociare in una babele di scritture.

Senza nulla togliere alla lingua napoletana – tale per prestigio letterario oltre che storico –, alla sua grafia saranno rapportabili alcune varianti campane, non certo tutti i dialetti del cosiddetto «volgare pugliese», comprendente il napoletano e i dialetti italici o ausònii, che insieme e più modernamente costituiscono i dialetti alto meridionali (DAM), in cui rientrano Abruzzo, Molise, Puglia (senza tacco), Lucania, Calabria (senza punta) e le finitime parti di Marche, Lazio e Campania, per la scrittura dei quali bisognerà guardare ai progressi della dialettologia e riferirsi a una lingua tetto, che è, non già – o non più – il napoletano, bensì l’italiano.

D’altronde oggi nessuno dei poeti che usano i DAM, partenopei e campani a parte, scriverebbe ciinto [cíndə] ‘cento’ con la o finale, come il De Vincentiis (Vocabolario del dialetto tarantino, 1872). Ognuno sente la necessità di distinguere quel suono neutro inesistente in lingua. C’è chi lo rappresenta (come in francese e in tedesco) con la cosiddetta e “muta”, chi con ë o ə (proprie della dialettologia) e chi con una vocale in apice, con l’apostrofo o in modo più personale e astruso.

Credo sia giunta l’ora di adottare dei criteri di scrittura semplice – per le trascrizioni fonetiche si rinvia ai trattati di dialettologia – che rientrino in una convenzione più allargata. Convenzione che, ovviamente, non deve prescindere dal gusto, soprattutto se a scrivere sono i poeti.

L’apostrofo assolve a funzioni diverse (aferesi, elisione, apocope) e indica non un suono (per quanto breve, atono e indistinto), bensì un’assenza di suono.

L’uso della ë va bene nelle citazioni di un testo in lingua o, ad esempio, in piemontese, dove è tanto discreta da essere quasi un vezzo, ma nei DAM è talmente frequente che finirebbe per infittire la scrittura di inutili puntini (pëdëcinë, fëlìšënë, frëmmënandë, frëzzëcaríëddë). Si provi a immaginare un tale uso in francese (fënêtrë, pëtitë, chëvrettë…) o in tedesco (Gutën Abënd; bittë, wir möchtën zahlën…)! 


514px-Italy_-_Forms_of_Dialect

Note sulla scrittura corrente di poeti e studiosi

I poeti dei DAM dell’800 o del primo ’900 – così come molti autori di vocabolari e gli stessi dialettologi in opere meno accademiche – rendono lo schwa con e. Soltanto alcuni (Modesto Della Porta, Cesare De Titta, Albino Pierro, Alessandro Dommarco) in protonia usano anche la i (uagninèlle, friccicarèlle).

Non tutti segnano l’accento sulla e tonica (è, é) o distinguono la i semiconsonante (j).

Il suono [š] di šcaffe ‘schiaffo’, raramente scritto come tale, è reso con sck, oltre che dal barese Francesco Saverio Abbrescia (Bari 1886-1951), dalla maggior parte dei poeti pugliesi del ’900, mentre Pietro Gatti scrive scc (asccuate).

Il suono [š] di grado semplice, spesso confuso con quello di grado rafforzato [šš], verrà distinto dall’abruzzese De Titta con çi/sci, da Gerhard Rohlfs (Vocabolario dei dialetti salentini) con sci/šci, da altri con sci/ssci, š/sci o in altro modo.

La zeta sonora sarà indicata solo dal sottoscritto, da qualche studioso locale e, ovviamente, dai dialettologi. Il rafforzamento sintattico verrà scritto costantemente, oltre che dagli accademici e dagli ultimi studiosi locali, solo dai poeti De Titta, Dommarco, Gatti e Granatiero.

Proposte di scrittura [Grafia DAM, scarica il manuale]

L’accento fonico va segnato su tutte le e aperte (paèise, trè) o chiuse (viénde, fémmene, candé). Allo stesso modo va scritto sulla o aperta (sòule, sòpe, sòrete) o chiusa (pónde, cólepe). È facoltativo, in parola piana, su è ed ò di sillaba chiusa (quaterne [kwatèrnə], notte [nòttə])  e su é ó di sillaba aperta (vele [vé:lə], rote [ró:tə]).

L’accento tonico è obbligatorio sulle parole tronche, sdrucciole e bisdrucciole (accussì, pàppele, scàpulene). In mancanza di accento la parola s’intende piana: stutacannele [stutakanné:lə] ‘spegnitoio’.

Con e (ë) si indica lo schwa (cellucce, mezzequà, renenèlle). Con ä il suono di a che tende a e (tramundäne). Con å il suono di a che tende a o (påne). Con ö il suono di o che tende a e (chiöve). Con ë tonico il suono di e che tende a o (prëte). Con ï il suono di i che tende a u (matïne). Con ü il suono di u che tende a i (metetüre). Tuttavia, quando il turbamento vocalico interessa la sillaba libera di parola piana, cioè la penultima sillaba terminante in vocale (come negli esempi riportati), si può fare a meno di ognuno di questi segni diacritici, tranne della dieresi di ë nella stessa posizione (che altrimenti suonerebbe é), purché lo si dica in una nota. Così  [pä:nə/på:nə/pë:nə] a Foggia e [pä:nə] a Taranto vengono comunemente scritte pane.

La semivocale j si può usare in posizione iniziale o intervocalica (jatte/iatte, prejà/preià, pajé/paié). La di -je (statije  [statij]  ‘estate’,  vulije  [vulij]  ‘desiderio’) fa sillaba soltanto se preceduta dall’accento o da altro segno diacritico statìje  [statijë],  vulïje  [vulyjë]). Idem -ie -ue preceduti da vocale tonica  (nuie  ‘noi’  = [nuj],  maie ‘mai’  = [maj] ecc.,  ma nùie  = [nu:jə],  màie  = [ma:jə]).  La finale preceduta da vocale tonica ha in genere valore di semivocale  (mèi  ‘mia’  = [mèj],  dòi  ‘due’  = [dòj]).

Parole come chiave e gghianne vanno scritte come in italiano, tranne davanti a i (a gghjisse ‘a lui’, chjine ‘pieno’). L’accento sulla vocale tonica è in genere sufficiente a evidenziare la natura semiconsonantica della u vicina (cruuèdde [kruwèddə] ‘corbello’). Altrimenti si può usare l’(tahuline [tawuli:nə] ‘tavolo’).

I dittonghi discendenti di ede [píədə] e búene [bbúənə], ove sentiti come monottonghi, si possono rendere con l’accento acuto (píde, bbúne), essendo ormai invalso l’uso dell’accento grave come tonico.

Le consonanti b e g(i) in posizione iniziale o intervocalica hanno in genere pronuncia (e scrittura) rafforzata (bbone, tabbacche, ggiarre, Luigge), ma in posizione iniziale, data la natura del fenomeno, si possono anche scrivere semplici (bone, giarre).

La variante debole di g(h) davanti ad a/o/u viene scritta g- (g-óune ‘uno’).

Il suono [ç] dell’IPA è reso con h(i) (hiume ‘fiume’).

Il suono di cacuminale (occlusiva retroflessa sonora) con dh (quiddhu ‘quello’).

Il digramma sc(i) in italiano è sempre di grado forte [šš],  tranne in rarissime voci, come l’it. regionale lampascione. Nei DAM, accanto alla pronuncia rafforzata, è assai frequente il suono di grado semplice [š]: [ša:tə] ‘fiato’, [šó:rə] ‘fiore’, [bbušardə] ’bugiardo’[ši] ‘andare’, [va:šə] ‘bacio’, [šəttà]‘gettare’. Il diverso grado può avere funzione oppositiva: [ka:šə] ‘cacio’ e [kaššə] ‘cassa’; [pè:šə] ‘peggio’ e [pèšš∂] ‘pesce’.

Come si è detto, mentre il Rohlfs rende il suono scempio con sci e quello rafforzato con šci, altri utilizzano rispettivamente sci e ssci. Quello da evidenziare dovrebbe essere invece, non il grado rafforzato, che è sci come in italiano, bensì il grado semplice. Ma come? ci suona [š] a Firenze e a Roma, dove l’opposizione sci/ssci del Belli diventa  ci/sci in Pascarella, Trilussa e dell’Arco (cfr. Mario dell’Arco,  Gioachino Belli ritratto mancato, Roma, Bulzoni, 1970), ma non di norma nell’alto Meridione. La lettera š, da me usata in Énece (1983), non è condivisa in Puglia o altrove. La ç, utilizzata dal De Titta, indica in genere la c che si pronuncia [s]. La ć del dialettologo Giacomo Melillo (I dialetti del Gargano. Saggio fonetico,  Simoncini, Pisa 1926) non è letterariamente proponibile.

Per indicare il suono [š], propongo di attenuare la pronuncia di sci con un j grafico (vascjà [vašà] ‘baciare’,  scjunghe ‘giunco’, scjòttele ‘acqua di cottura della pasta’,  scjenestre [šənèstrə] ‘ginestra’), che si contrae davanti a palatale (scî [ši] ‘andare’, accuscî [akkušì] ‘così’, carescê [karəšé] ‘trasportare’, mascêise  [mašèjsə]  ‘maggese’).

Dopo sillaba con dieresi o con accento grave o circonflesso di parola piana il digramma s’intende di grado tenue: vräsce [vrä:šə] ‘brace’, crôsce [kró:šə] ‘croce’, vulìsce [vuli:šə] ‘voglia’, murèisce  [murè:jš∂] ‘ombra’.

La pronuncia rafforzata di sci [šš] viene resa come in italiano (nasce ‘nascere’, casciòune ‘cassone’, sfascé ‘sfasciare’, strùscele ‘pantofole’, pésce [péššə] ‘pesce’, canausce [kanàuššə] ‘conoscere’).

Il suono [š] seguito da consonante (šcàtule ‘scatola’, šcume ‘schiuma’, štà ‘stare’, šputà ‘sputare’), volendo evitare il segno diacritico slavo, si può scrivere sc (sccaffe ‘schiaffo’, pesccà ‘pescare’, sctelle ‘stella’, suscpirà ‘sospirare’).

La s iniziale o intervocalica è normalmente sorda. La s sonora esiste solo in gruppi consonantici comuni all’italiano, per cui va evidenziata solo in lavori come grammatiche o dizionari. Un’eccezione, la s sorda davanti a vibrante: s-ruvizie (San Marco in Lamis) ‘servizio’, s-revírse (Mattinata) ‘preoccupazioni’ < serevírse, s-ruàje (Celle San Vito) ‘sole’ < fr. soleil.

La z è normalmente sorda (zìnghere [tsìngərə], zanne [tsannə], pazze [pattsə], munnézze [munnéttsə], pazzié [pattsjé] ‘scherzare’, scòrze ‘scorza’), tranne dopo n (penzíre [pəndzíərə] ‘pensiero’,  velanze [vəlandzə] ‘bilancia’), dove quando è sorda viene scritta ts  (cantsone).  La zeta sonora è resa con dz (vidzie [viddzjə] ‘vizio’, vedzeiuse [vəddzəjusə] ‘vizioso’, dzurre [ddzurrə] ‘becco’, mídze  [míəddzə] ‘mezzo’, jardzone ‘garzone’, aldzà ‘alzare’).  La zeta sonora iniziale o intervocalica scempia viene indicata con (d)z ’z:  mè(d)ze / mè’ze  [mèdzə] ‘mezzo’.

Il raddoppiamento della consonante iniziale da parte della parola che la precede (rafforzamento fonosintattico = RF) è un fenomeno comune all’italiano. Esso anticamente veniva a volte reso graficamente: «E·sse i dannosi», «e·lla memoria», «a·tte arrivo», «da·mme» (Michelangelo, Rime); ora si scrive soltanto quando le due parole si fondono in una (soprattutto).

In quanto a RF, i dialetti – confronta il romanesco di Giuseppe Gioachino Belli, il napoletano di Salvatore Di Giacomo o di Eduardo De Filippo e il cegliese di Pietro Gatti – si comportano molto diversamente sia dall’italiano sia tra loro. Per cui, se si desidera che il proprio dialetto venga apprezzato anche da chi non lo parla, è bene non trascurare il fenomeno. Tuttavia una scrittura zeppa di iniziali doppie (a mmamme e ppatre ‘a mamma e padre’) in parole che normalmente ce l’hanno semplici (mammepatre) non sembra ai più di facile lettura.

Scriverei sempre l’eventuale rafforzamento del neutrale e del femminile plurale (lu sséle ‘il sale’, cussu ppéne ‘questo pane’, quiddi ccerése ‘quelle ciliegie’, re ffémmene ‘le femmine’ ecc.), come in genere fa il napoletano, e di tutte le parole uscenti in vocale diversa da mutola (a mmangé, pe ccambà ecc.). Nel caso delle parole in -e (che nei DAM sono le più frequenti), anziché raddoppiare la consonante iniziale o usare in sua vece un segno particolare, sfrutterei a tal fine la dieresi della finale: a chése ‘la casa’, ma a chésë  [a kké:sə] ‘a casa’, è venute [è-vənu:tə] ‘è venuto’, ma sò venutë [sò vvenu:tə] ‘sono venuto’, ha’ ditte  [a dittə] ‘hai detto’, ma ha dittë [a ddittə] ‘ha detto’ ecc. In caso di RF costante, esso può essere omesso solo dopo “a” preposizione ed “e” congiunzione (a mé e té = a mmé e tté), ma non con l’articolo, che in alcuni dialetti si rafforza (a lla mamme; a nnu cavadde), in altri no (a la mammea nu cavadde).

L’aferesi (nnucènde ‘innocente’, cchjíse  ECCLESIA, ccone ‘boccone’) in genere non necessita dell’apostrofo, mancando in dialetto la forma intera – individuabile nella base latina – ed essendo (ove non enfatica: cchiù, rrobbe) la stessa doppia iniziale (così come l’inizio in n/m + cons.) un segno evidente di caduta vocalica. Essa va scritta solo quando è determinata dall’incontro di una forma intera (appise ‘appeso’, assettéte ‘seduto’) con una vocale forte (c’è ’ppise ‘si è appeso’, c’è ’ssettéte ‘si è seduto’).

Le proposte relative ad altri fonemi saranno fatte dai singoli autori, tenendo conto della presente grafia.

 

___________

ALCUNI TESTI TRASCRITTI

Ceglie Messapica (BR)TarantoTrinitapoli (BAT), Valenzano (BA), Alberona (FG), Manfredonia (FG), San Marco in Lamis (FG), Castelluccio Valmaggiore (FG), Tursi (MT), San Fele (PZ), Trebisacce (CS), Bari, Lanciano (Chieti).

Annunci

9 thoughts on “La grafia dei Dialetti Alto Meridionali (DAM)

  1. Uno dei tanti argomenti in discussione tra i cultori del dialetto napoletano è quello del raddoppiamento consonantico iniziale, meglio indicato come raddoppiamento sintattico per le condizioni che lo giustificano.
    A mamma non va raddoppiata se A è l’articolo. Così u pate (scrivo con la grafia di Torre del Greco di cui mi occupo).
    Ma se mamma è preceduta da uno dei circa venti monosillabi duplicanti, allora sarà “a mmamma” (da ad mamma), mamma è ppate (per effetto di et congiunzione). Pe mme e ppe tte per ragioni analoghe. Cosi “u ssale” va benissimo (u da illud neutro) ma n’acino ‘i sale senza raddoppiamento perché la preposizione di, ‘i, non lo richiede.
    Carissimo Francesco, l’argomento è di estremo interesse e attualita e trovare un poeta napoletano che abbia seguito in toto queste regole è assolutamente difficile.
    Salvatore.

  2. Nel caso delle parole in -e (che nei DAM sono le più frequenti), anziché raddoppiare la consonante iniziale o usare in sua vece un segno particolare, sfrutterei a tal fine la dieresi della finale: a chése ‘la casa’, ma a chésë [akkésë] ‘a casa’, è venute [evënutë] ‘è venuto’, ma sò venutë [sovvenutë] ‘sono venuto’, ha’ ditte [adittë] ‘hai detto’, ma ha dittë [addittë] ‘ha detto’ ecc.

    Non sarebbe più corretto etimologicamente con apostrofo di elisione: ‘a chése ≠ a chése, è’ venute ≠ sò venute, ha’ ditte ≠ ha ditte ?

    1. L’apostrofo non significa sempre mancanza di raddoppiamento fonosintattico. Alcune apocopi (da’, fa’, di’, va’, sta’; fra’ < frate; ecc.) determinano RF. In ogni caso potrebbe essere sfruttato (ma non sempre) per indicare l'assenza del fenomeno, sebbene molto spesso venga usato in dialetto esattamente per il contrario: pe' < per, cu', che' < con, ne' < non, ecc.
      Ma cosa può indicare invariabilmente il RF?
      L'accento lo determina costantemente in lingua, ma non in dialetto, e se lo causa in un dialetto, non lo fa in un altro. Se a Foggia si dice « è venute », a Bari si pronuncia « è vvenute ». Inoltre scrivere « è' » < EST non è corretto, come non lo è scrivere « pe' » da PER. Infatti non si tratta di apocope: in un caso indicherebbe la caduta, non di una sillaba, ma di un gruppo consonantico, in un altro addirittura il RF.
      Parole come « a » ed « e » congz. possono dare o non dare RF. Idem la relativa « che », idem « pe » < PER, e così tutti i monosillabi… E allora?
      L'unica alternativa è quella di scrivere le doppie in tutti i casi in cui si sentono. È ciò che fa la dialettologia ed è ciò che fanno i poeti più avveduti, da Giuseppe Gioachino Belli a Pietro Gatti a Nicola Giuseppe De Donno.

  3. Ma quindi la distinzione tra “la casa”, “a casa” e “alla casa” che nel mio dialetto è sempre “a kése” come si fa? Cambia solo tra le tre parole la prolungazione del suono “a”.
    E inoltre come potrei fare per distinguere “coperta” e “corto” che sono nel mio dialetto sono entrambi “cuérte”, solo che per dire coperta c’é tipo una pausa tra cu – érte….forse cuwérte o cuuérte se nn ho capito male?

    1. ’a chese (la casa), a chesë (a casa), â chese (alla casa); cuérte (corto), o anche, a scanso di equivoci: quérte [kuér-tǝ]; cuuérte (coperta) [ku-wér-tǝ]. Nel primo caso c’è dittongo, nel secondo iato.

  4. Per scrivere il raddoppiamento delle due semiconsonanti ( w e j) come si dovrebbe fare?
    per esempio nel mio dialetto:
    acchiappare – awwandè
    stai baciando – stè wwèse
    stai aprendo – stè jjapre
    ad acqua – a jjakkwe
    Vado ad Alberobello – Voke a JJarubèdde.
    Non sono sicuro se sia presente anche in italiano tipo per dire: vado a Jesolo ( vado a JJesolo) oppure “che uomo!” (che wwomo!).

    Comunque per me è opportuno trascrivere la geminazione a iniziale di parola, perché almeno nel mio dialetto ci sono molti casi in cui l’assenza o presenza della geminazione cambia il significato della frase…
    ad esempio:
    stè Vite? ( c’è Vito?)
    stè vvite? ( stai vedendo?)
    è fatte ( ho fatto) anche so ffatte
    è ffatte ( è fatto)

  5. Io userei la “z” per indicare il suono della sc di sceso.
    Ad esempio: pèzze (pesce) , mèze (maggio), péze (peggio)
    Perché tanto è una lettera che non è molto utile in quanto può essere rappresentata da “ds” o “ts”.
    Ad esempio: fattse (faccio) , mindse ( mezzo), dsambène (zanzara), attsise ( seduto)
    Anche la c dolce non ha senso poiché è semplicemente una “tz”
    Ad esempio: tzile (cielo), pattze (pazzo) , atzite ( aceto)
    Così come la g dolce che è una “dz”
    mandzè (mangiare), gaddze (gabbia), dzuste ( giusto)

    1. In sicilia per il suono [š] anticamente si usava la x, che è sì una lettera inutile. La zeta ha altri usi codificati dall’IPA, a cui fai riferimento con ts, dz, ecc.. Ma io non propongo una grafia da trascrizione dialettologica. Le mie idee, dettate dal buonsenso, mirano a una grafia conservativa delle regole della nostra lingua tetto, cioè l’italiano. Del resto siamo in Italia, o no?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...