La Capitanata ha un nuovo dizionario

 

dizionario

Dionisio Morlacco, Dizionario del dialetto di Lucera

Dare un quadro reale di una determinata situazione linguistica è sempre pressoché impossibile, in quanto le parole, i loro suoni e il loro combinarsi nella frase sono soggetti a continui mutamenti. Ci sono parole che scompaiono ed altre che si trasformano. Le forme di maggior prestigio soppiantano quelle locali. Scompaiono gli oggetti tradizionali e con essi muoiono le parole che li indicavano.

Arrivano le macchine, scompaiono i muli, gli asini, i cavalli. Perché dovrebbero restare ’a varde “il basto”, u sottapanze “il sottopancia” e u straccale “il soccodagnolo”?

Sparisce il forno a legna, sparisce u mùnnele, “il fruciandolo” e il verbo lucerino munnelijà. Scompaiono i mestieri, si dissolvono gli attrezzi e i loro nomi. Sparisce lo sprangaio, u conzapiatte, e scompare u tràpene a zzöche, il manfredoniano trapano a fune, ad esso collegato. Arrivano i contenitori di plastica, svaniscono quelli di creta, millenari, e spariscono le parole che li hanno accompagnati per tutto questo tempo. Sì, perché le parole viaggiano con le cose. Vengono con esse e con esse se ne vanno.

Dove sono ’a sccafaréje, ’a patresèlle, ’a cùcheme?

Via le galline ruspanti, via l’ènece, l’endice, il nidiandolo o guardanidio, ossia l’indicatore, l’uovo di pietra che si metteva nel nido per indicare alle galline dove fare l’uovo.

Con il progresso è arrivata la nuova, neppure lontanamente immaginabile tecnologia ed è tramontata la civiltà contadina vecchia di millenni. Chi come noi, come Dionisio Morlacco, come Massimiliano Monaco e Francesco Romice, ha vissuto l’epocale, vertiginoso passaggio dalla vecchia alla nuova civiltà, è stato dolorosamente sradicato da un mondo e trapiantato in un altro.

Con l’inarrestabile declino della lingua materna, è naturale, – come può un figlio della propria terra assistere impassibile a una tale perdita, di memoria e di identità? – è naturale, dicevo, da una parte il fiorire linguistico di grammatiche, lessici e dizionari dialettali e dall’altra l’impennata, il canto del cigno, della poesia cosiddetta “neodialettale” a partire dagli anni Settanta del secolo breve.

Compilare un vocabolario fino agli anni Settanta-Ottanta significava fare una scheda di ogni lemma, ordinare quelle schede lettera per lettera, lastricando il pavimento di uno stanzone con infiniti foglietti da dattiloscrivere con l’Olivetti, per non parlare poi del paziente lavoro tipografico di composizione con i caratteri di piombo.

Il progresso, con la scolarizzazione, i media e la nuova tecnologia, ci ha dato in cambio però l’acquisizione di una lingua comune, l’italiano, di lingue straniere, del linguaggio di Windows, di immagini e di simboli, e con essi della possibilità di uscire da un mondo chiuso, di ampliare il nostro orizzonte, e con internet, con la globalizzazione, di giungere addirittura all’annullamento delle distanze.

Conseguentemente, per nostra fortuna, anche la compilazione di un dizionario è stata dal computer enormemente agevolata. La scrittura e l’ordinamento delle parole insieme alle altre infinite possibilità offerte dagli attuali programmi rendono oggi possibile allestire e pubblicare un lessico in brevissimo tempo o, preferibilmente, dedicare il tempo guadagnato a indagini dialettologiche sempre più vaste e approfondite.

Nell’era pre-computer i vocabolarietti si contavano. Limitandoci all’area a noi più vicina, nell’arco di un secolo se ne possono ricordare una quindicina, quattro prima dell’era fascista: Saracino 1901 (Bitonto), Scardigno 1903 (Molfetta), Tancredi 1910 (Monte Sant’Angelo) e Pascale 1918 (Manfredonia); una durante il ventennio: Cocola 1925 (Bisceglie); e dieci dopo la Liberazione, di cui due negli anni Sessanta: Prencipe 1965 (Mattinata) e Maldarelli 1967 (Molfetta); cinque negli anni Ottanta: Jurilli-Tedone 1981 (Ruvo), Bucci 1982 (Corato), Marchitelli 1983 (Sant’Agata), Ferrara 1983 (Trani), Reho 1988 (Monopoli); e otto negli anni Novanta: Amoroso 1990 (Margherita di Savoia), Spinazzola 1990 (Barletta), Greco 1991 (Picerno e Tito), Colasuonno 1991 (Alberona, San Ferdinando e Sant’Agata), Orlando 1993 (Trinitapoli), Granatiero 1993 (Mattinata e Monte S. Angelo), Massarelli 1995 (Modugno), Faleo 1999 (Foggia).

Il computer ha reso possibile una straordinaria fioritura di vocabolari utili e interessanti, spesso molto voluminosi, di buono, se non di ottimo livello. In un solo decennio si supera la decina, di cui quattro nel ’99: Ricci (Foggia),  Rinaldi (San Giovanni Rotondo), Tempesta (Terlizzi) e Procaccini (Panni); quattro nel primo quinquennio: Lombardi 2001 (Apricena), Gentile 2002 (Rignano Garganico), Sereno 2003 (Foggia), e Stella Elia 2004 (Trinitapoli); tre nel 2006: Caratù e Rinaldi (Manfredonia), Galante (San Marco in Lamis) e Pistillo e Littera (Sansevero); e uno nel 2008: Basile (Sannicandro).

Nel 2012 poi, con il sottoscritto, la Puglia settentrionale, a oltre sessant’anni dal Vocabolario dei dialetti salentini di Gerhard Rohlfs, avrà il suo primo vocabolario di area, quello dell’intero Gargano, sedici paesi con ampi riferimenti alla Daunia e all’alto Meridione.

Come si può vedere dal Dizionario del dialetto di Lucera, di Dionisio Morlacco e collaboratori, dalla sua Premessa in primo luogo, ma anche dalle sue note fonetico-grammaticali e dagli elenchi etimologici, in gran parte provenienti dal Dizionario etimologico della lingua italiana di Cortelazzo-Zolli, si tratta di autori tutt’altro che sprovveduti. Non che il Morlacco segua un’impostazione storico-linguistica della sua grammatica, sebbene tenga nel dovuto conto il saggio di Francesco Piccolo – per Lucera dialettologicamente fondamentale – edito nel 1939 in L’Italia Dialettale, vol. XIV-XV, ma in lui c’è già tutta la consapevolezza dell’apporto etimologico dei vari popoli alla lingua della sua città, non ultimo quello degli Arabi, qui giunti anche per il tramite di Federico II.

Morlacco – così come i suoi collaboratori – non ha ancora – o non intende appropriarsene – la capacità della piena sintesi glottologica, perché forse preferisce più intimamente accostarsi all’anima del suo concittadino, scoprire con lui – senza troppo addentrarsi nei meandri di un’arida dottrina specialistica – il piacere dell’analisi o meglio della catalogazione dei termini di una parlata fatta di concretezza e di metafore.

Mentre altri autori, spesso su consiglio del sottoscritto, seguono l’esempio del Vocabolario dei dialetti salentini del Rohlfs, munendo i loro dizionari di una guida alla ricerca delle parole, utile agli studiosi, Morlacco clamorosamente rinuncia a una tale scelta, perché il suo vocabolario sia portatore di un messaggio, prima che linguistico, umano, da consumarsi prevalentemente in ambito cittadino, quasi privato, riservato, intimo, tanto è incomunicabile la perdita linguistica e sociale del suo mondo che, decontestualizzato, finirebbe per svuotarsi di ogni significato.

E allora ecco che il senso di perdita, la passione, l’acribìa quasi di un autore come Dionisio Morlacco – che molto ha dedicato alla storiografia lucerina – si appunta, si prodiga, si macera nella definizione precisa, impeccabile di ogni vocabolo, nelle disparate sfaccettature di ogni lemma, nell’ampia esemplificazione paremiologica, nella ricca fraseologia che sempre accompagna questo concerto di parole che affiorano alla memoria con l’impeto e la necessità di un recupero improrogabile, di un imperativo categorico.

Mi si perdoni se, con malcelato struggimento, da studioso e da poeta, ricordo una parola, l’italiano bica. Bica, non biga. Con la C. Non, per intenderci, la biga alata di platonica memoria, ma la bica terra terra di covoni raccolti e trasportati con fatica anche da me ragazzo fino agli anni Sessanta del secolo scorso, la bica ancora nominata dal poeta Montale nella poesia Meriggiare pallido e assorto, contenuta negli Ossi di seppia: «Nelle crepe del suolo o su la veccia/ spiar le file di rosse formiche/ ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano/ a sommo di minuscole biche».

Ecco, la bica nel Gargano aveva questi nomi: acchie nella sua parte più settentrionale, dal latino *appula, cioè pugliese, come tale chiamata dagli abruzzesi; ausídde a Monte S. Angelo e dintorni, dal latino asellus ‘asinello’, per il tettuccio a schiena d’asino; grégne dal Gargano al Tavoliere alla Terra di Bari fino al Lazio, dal latino gremia, plurale di gremium ‘grembo’, ossia ciò che si può stringere con le braccia al grembo; pegnòune, la grossa bica costruita nell’aia, dal latino *pinnio -onis, per la primitiva forma di grossa pigna; régghie e regghiòune, la bica costruita a regola d’arte, appunto dal latino regula.

Ma altri se ne potrebbero aggiungere, come ciavurre, una sorta di bica irregolare, un mucchio di fieno a campana, retto da un palo centrale, traslato del napol. ciaùrro ‘corsaro, uomo efferato’, dal turco giâvur ‘giaurro, infedele’. Termine che è anche di Lucera, dove conserva il senso di mucchio, ma riferito a un cumulo di pietre, a una maceria, o anche a un grosso masso o rudere dall’aspetto minaccioso, che sopravvive nell’omonimo agnome del toponimo u pertuse Ciavurre, la breccia presso la casa dei Ciaburri, la cui severità è ironicamente attutita dal vezzeggiativo nell’espressione toponomastica abbasce u ciavurrille, la località ad est dell’agro lucerino situata dietro l’Anfiteatro.

Orbene l’italiano bica e tutte le parole che la designano nei vari dialetti, con la scomparsa della mietitura di tipo tradizionale, si possono dichiarare definitivamente morte, seppellite dal progresso.

Esse sopravvivono soltanto – ma solo per poco – nella memoria degli ultrasessantenni reduci dalla fatica dei campi. E Dionisio Morlacco, per quanto riguarda Lucera, grazie anche alle approfondite inchieste condotte dai suoi collaboratori e all’insostituibile apporto delle fonti orali, le ha raccolte e diligentemente descritte. Nel suo vocabolario c’è l’acchie de grane, il “cumulo di covoni” e c’è acchijà “allestire la bica”; c’è bbanghe, la grossa bica dell’aia, e bbangà, allestire la catasta di covoni; c’è grégne “covone” e u bbanghe d’i grégne, la bica dei covoni. E c’è altro, come méte o metàcchie, sparso sotto altri lemmi.

Vorremmo con la memoria ripercorrere le innumerevoli parole di cui si compone questo ponderoso e sorprendente dizionario di Dionisio Morlacco per meglio, adeguatamente commentare tutta la ricchezza del patrimonio linguistico dell’antica Luceria e della sua terra, ma non vogliamo privare i suoi concittadini del piacere di scoprire da sé l’appropriatezza del suo linguaggio e i suoi profondi legami con le lingue del passato, il dialetto in parte ancora vivo in parte morto, in cui rimane custodito il carattere identitario della sua gente.

Non resta che augurare a Morlacco, al vocabolario suo e dei suoi collaboratori, così come delle numerose fonti dialettofone intervistate, di entrare in ogni casa, in ogni famiglia della loro città, per far rivivere e rinsanguare il suo patrimonio linguistico, da trasmettere orgogliosamente ai propri discendenti, perché – come diceva Stefan George in Das neue Reich – «Nessuna cosa è dove la parola manca».

F. Granatiero

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