Un saggio sul francoprovenzale pugliese

Il francoprovenzale di Faeto e Celle di San Vito e la grafia dei dialetti alto-meridionali

di Francesco Granatiero

  1. Il francoprovenzale di Faeto e Celle

L’origine delle colonie linguistiche di Faeto e Celle di San Vito sembra risalire al 1269, quando Carlo I d’Angiò inviò un distaccamento di soldati a presidiare il centro fortificato di Crepacore, concedendo loro, poi, di insediarsi con le proprie famiglie nell’omonimo vicino Casale e nei dintorni.

Verso il 1340, con la ripresa delle ostilità prima tra gli stessi Angioini e quindi contro gli Aragonesi, una grossa parte degli abitanti lasciò il casale per trasferirsi nell’attuale sede di Faeto, mentre gli altri occuparono il territorio dell’odierna Celle.

In accordo con l’editto del 1274 con cui Carlò I d’Angiò dispose che «usque ad centum focularia» (un centinaio di famiglie) scendessero in Capitanata dalla Provenza, si è sempre pensato che Faeto e Celle fossero provenzali.

Così nel 1490 il guascone (occitano) Philippe de Voisins, tornando dalla Terra Santa, si stupiva che nella vicina Monteleone si parlasse la sua lingua. Allo stesso modo, nel 1556, Pio V in una bolla chiamò gli abitanti di Faeto e Celle «provenzali».  E non diversamente lo storico valdese Pierre Gilles, nel 1641, parlò di valdesi provenzali che in successive ondate tra l’inizio e la fine del XIV secolo, perseguitati dal papa, si rifugiarono nelle Valli valdesi cisalpine (occitane) per poi trasferirsi in Puglia e fondare «cinq villettes closes: assavoir Monlione, Montavato, Faito, la Cella et la Motta». Provenzale, infine, viene definito dall’Avv. Francesco Alfonso Perrini il dialetto di Celle in cui traduce la Novella IX della prima giornata del Decamerone.[1]

Sono riferimenti da cui non si può prescindere, anche se il Gilles parla – non sappiamo su che basi – di fatti accaduti tre secoli prima; Philippe de Voisins nomina Monteleone – che potrebbe avere a che fare con i Valdesi – e non Celle o Faeto; e Carlo I d’Angiò, conte di Provenza e di Forcalquier, anche volendo distinguere i futuri pugliesi dai provenzali, sicuramente non avrebbe potuto chiamarli “francoprovenzali”, dal momento che la parola verrà coniata soltanto nel 1878 ed avrà un significato essenzialmente linguistico.

Sarà infatti Graziadio Isaia Ascoli, fondatore della glottologia italiana, a riconoscere,[2] nel 1878, l’esistenza di una terza lingua romanza, quella francoprovenzale, una lingua molto arcaica e primitiva, che si è divisa dalla lingua d’oïl tra la fine dell’epoca merovingia e l’inizio di quella carolingia (800 d. C.), localizzandosi lungo l’asse Lione-Ginevra.

In Italia il francoprovenzale è parlato in Val d’Aosta, in Piemonte e in Puglia, a Faeto e Celle. Esso, pur presentando – da noi come in Francia – una notevole frammentazione e differenziazione locale, ha almeno due tratti tipici: 1) la palatalizzazione di CA del latino CAMPUS ‘campo’ e simili: ciamp (bassa Valle d’osta), ciantë (Faeto e Celle); 2) il costrutto DIES VENERIS in luogo di VENERIS DIES: divèndru (Ceresole), dëvèndrë (Celle e Faeto).

Un tratto regolare nel francoprovenzale d’Oltralpe, come il doppio esito della coniugazione latina in uscite tipo ­­-TARE e -CARE,  accomuna anche la Valle dell’Orco (ciantar ‘cantare’ e mingir ‘mangiare’) a Faeto e Celle (ciantà e mëngìjë).

A Michele Melillo va il merito, secondo Ernest Schüle, «d’avoir abordé ce problème du point de vue dialectologiche et d’avoir délimité une zone francoprovençale qui serait le pays d’origine des gens de Faeto: elle se situe à l’Est de Lyon et comprend la partie occidentale du Dauphiné et du département de l’Ain».[3]

A questi risultati il dialettologo pugliese è pervenuto studiando sincronicamente la riduzione della A tonica latina in i nelle forme verbali tipo mengíi ‘mangiare’ e ‘mangiate’ e la conservazione dell’antica vocale nel participio mengià ‘mangiato’, nell’imperfetto mingiava o anche nel condizionale mingiare, e analizzando quindi il comportamento degli esiti participiali in -CATUM e degli imperfetti in -CABAM nelle diverse aree francesi di lingua francoprovenzale.[4]

Ulteriori concordanze (fonetiche, morfologiche, lessicali, sintattiche), tra i dialetti francesi di Lione e quelli faetaro-cellesi, saranno sostenute dalla ricerca storica in Donde e quando vennero i francoprovenzali di Capitanata,[5] ricerca peraltro già iniziata in Lingua e società.[6]

Ernest Schüle, dal canto suo, studia diacronicamente dei tratti lessicali di Faeto, come léje ‘latte’ < lat. LACTE, arruttà ‘cullare’ < *CROTTARE e trére ‘mungere’ (cfr. fr. traire), che permetteranno di confermare i risultati del Melillo e di restringere, con buona approssimazione, il luogo di origine delle isole alloglotte del foggiano. Luogo situato ad est di Lione, nella parte centro-occidentale dell’area francoprovenzale.[7]

  1. Per una grafia unitaria dei dialetti alto-meridionali

Per la recente proliferazione di raccolte poetiche nei dialetti periferici privi di una tradizione letteraria e le estrose trascrizioni “fai da te”, per i riferimenti al “volgare pugliese” e alla macroregione con la cosiddetta “e” muta, ovvero l’area intermedia dei dialetti alto-meridionali, e per la ormai necessaria convenzione di una grafia semplificata e biunivoca, che non prescinda dal gusto degli esempi illustri della poesia dell’area, vedi il saggio introduttivo a Altro volgare : Per una grafia unitaria della poesia nei dialetti alto-meridionali (antologia a cura di F. Granatiero, Milano, La Vita Felice, 2015. Cfr. DAM. Scarica il manuale).

  1. Per una grafia del francoprovenzale pugliese

a) Novella IX della prima giornata del Decamerone [8] con versione in “provenzale” del Perrini,[9] traduzione in lingua di quest’ultima e trascrizione DAM nel cellese odierno secondo la pronuncia di Silvano Tangi. [Cfr. Celle]

b) Da una novella faetara trascritta e tradotta da Michele Melillo. [Cfr. Faeto]

Adattamento alla grafia DAM.

La serpén-ne dde sètte llén-ne. Jore ggi ve vúoglie dire nu ccunte che fate avaie na mmúorre de ppaue. Na vaie ll’aiave un muén-n e nna ffénne. Ssi muén-ne e ssa ffénne i sevante marì e mmeglije. Su marì aiéve pesccattaue i allave tutte lò ggiúore a ppesccà. Un giúore i allatte a ppesccà e i pesccatte un béie pescjune. Lu purtatte a cciallaue e i descjitte a ssa meglìje che lh’ave fà a mmengìje pe ise. E llu fescjitte a mmengìje. Lu mengerunde e le scpinne su marì s’allatte denghién-n a ll’òre. Jore sa meglìje lh’ève ciòttele cómme pure i tenevante la ggiuménte. Lh’éve ciòttele e i tenevante pure la ccin-ne che lh’éve ciòttele. Dappoie de traie ggiúore sa meglìje lh’é accettatte ddò quattrà. La ggiumménte pure i fascjitte ddò pulletriélle. Lu ccin-n i fascjitte ddò zullitte. Sso ddò quattrà i fascjivante roe a lla ggiurnà. Dappoie dde ssètte t’an-ne abbeirunte i allà a lla sccole…[10]

4. Conclusione-proposta

La lessicografia cellese e faetana con il dizionario di Vincenzo Minichelli[11] e più recentemente con quello dello Sportello Linguistico Francoprovenzale[12] si è notevolmente arricchita, anche se in massima parte di parole provenienti dal dialetto pugliese e dall’italiano. Se non è stato scongiurato il forte rischio di estinzione della parlata, almeno si è cercato di salvare tutto il salvabile per serbarne la memoria scritta. Il materiale messo ora a disposizione degli studiosi, unitamente a quello già disponibile o in corso di stampa,[13] potrà favorire ulteriori, più approfonditi studi sul francoprovenzale pugliese e sulla lingua francoprovenzale nel suo insieme.

Stabilito il valore storico fondante del Tesoro lessicale raccolto da Michele Melillo negli anni cinquanta per “L’Italia dialettale”, al Minichelli andrà il merito di aver fatto da apripista agli studiosi locali del dialetto cellese-faetaro e di essersi impegnato su più fronti (anche poetico e paremiologico) per la sua valorizzazione. Merito tanto più grande se si considera che il suo Dizionario fu compilato in era pre-computer, lontano dai centri indagati, che alla sua mole di termini non mi sembra si sia aggiunto poi molto, che esso è ancora l’unico dizionario di entrambi i dialetti, e che spesso registri l’occorenza delle doppie iniziali, se non nel lemma, almeno nella fraseologia.

La grafia dello Sportello Linguistico, sarebbe in buona parte condivisibile, se non trascurasse un fenomeno importante come, per l’appunto, il rafforzamento fonosintattico – e le geminate iniziali, presenti solo nelle citazioni dall’AIS e da Michele Melillo –, rafforzamento assente nel francoprovenzale d’Oltralpe, così come della Val d’Aosta e del Piemonte, e invece peculiare della fonetica francoprovenzale pugliese; e se non facesse uso di grafemi non spiegati, e perciò equivoci (éssche ‘esca’), e di accenti che, se per alcuni (evitabili) prestiti italiani sembrano ineludibili (éléméndare), non lo sono per altri (sóttóscàle) che si pronunciano esattamente come nella nostra lingua tetto.

La scrittura francese – in un testo italiano – del cegliaje raccolto da Arcangelo Martino,[14] nell’incertezza di un preciso destinatario, più che una soluzione, mi sembra una compiaciuta curiosità, una licenza giusto buona per un lessico di preziose e nostalgiche “reliquie”, per una scelta di parole, come egli dice, di «provata estrazione francoprovenzale».

Detto questo, si noteranno, nel dialetto di Celle, le iniziali doppie – scritte solo nella trascrizione fonetica – di quasi tutti i monosillabi tonici e di molti bisillabi con prima sillaba tonica e schwa finale: ccan ‘quanto’, ccére ‘cadere’, cchià ‘chiave’, ddaj ‘dito’, ddìe ‘duro’, ffam ‘fame’, gge ‘io’, llaj ‘legge’, llu ‘il, lo’, llivre ‘libro’, mman ‘mano’,  nnétre ‘nascere’, ppan ‘pane’, ssaj ‘sete’, ttrére ‘mungere’. Spesso rafforzate risultano anche – come del resto normalmente nei DAM – la g e la b iniziali o intervocaliche, mentre non lo è mai la v- iniziale.

Come attestato dalle novelle edite dal Melillo,[15] il raddoppiamento sintattico è ben presente nel francoprovenzale pugliese. La stessa Naomi Nagy[16] – ben nota ai membri dello Sportello Linguistico[17] – parla di questa peculiarità del faetaro, distinguendo tra rafforzamento lessicale (lexically-triggered), proprio di Faeto, come di tutto l’alto Meridione[18], e rafforzamento determinato dall’accento (stress-triggered), tipico del toscano o del romanesco.

L’adozione della grafia DAM proposta in Altro volgare, come si può vedere dall’esempio qui riportato e da una novella postata nel web,[19] può offrire soluzioni valide non solo per la poesia e la letteratura, ma anche per pubblicazioni di tipo didattico. Essa infatti non è che il naturale sviluppo di un progetto intrapreso con un testo parascolastico.[20]

Il carattere didattico di una scrittura dialettale non può prescindere da un rapporto grafema/fonema «biunivoco e perciò, di massima, inequivoco.»[21] Anzi. Esistono in proposito sistemi di trascrizione normalizzata. Uno è quello del francoprovenzale giaglionese, che è stato elaborato con specialisti come Arturo Genre e Tullio Telmon.[22]

In accordo con il Minichelli e con lo Sportello Linguistico faetano e diversamente da Arcangelo Martino, eviterei però la lettera j del giaglionese per indicare la gi di ‘ciliegia’, dando ad essa il valore della semivocale italiana, come nei DAM e come nello stesso sistema di trascrizione internazionale. Ciò rende superfluo l’uso di y semivocale, lettera non italiana, che anche nell’IPA ha un diverso valore, quello della cosiddetta lombarda.

Per il resto, volendo evitare l’uso di segni diacritici strani, si può differenziare, per esempio, il fonema [š] come sopra (scj), lasciando a sci la sua normale pronuncia italiana; oppure esplicitare questo suono con l’inserimento di una c (scfamà [šfamà], scpinne, pesccà, scguarde [žgwardë] ecc.), senza dover alterare la grafia italiana di ésche e simili; o ancora distinguere la non frequente zeta sonora di ‘azzurro’ (adzurre [addzurrë]) da quella sorda di ‘pozzo’; e così via.

Per concludere ritorno ai punti di partenza della prima e della seconda parte dell’intervento: 1) Carlo I d’Angiò – secondo l’ipotesi più accreditata – portò il francoprovenzale in Capitanata; 2) il suo Regno, sufficientemente lungo, certamente contribuì al dileguo delle vocali atone nei dialetti alto-meridionali.

Sono questi due eventi storici di grande rilevanza. In essi, a partire dal Duecento, affondano le radici sia la lingua di origine, sia i dialetti della terra d’approdo. Due eventi che oggi indissolubilmente si fondono nelle parlate di Celle e di Faeto.

[1] I parlari italiani in Certaldo alla festa del V centenario di Messer Giovanni Boccacci, omaggio del bibliofilo Giovanni Papanti, Livorno, Tipi di Francesco Vigo, 1875: pp. 173-4.

[2] Graziadio Isaia Ascoli, Schizzi franco-provenzali, in Archivio glottologico italiano, III, 1878: 61-120.

[3] Ernest Schüle, Histoire et évolution des parlers francoprovençaux d’Italie (etat des travaux et perspectives de recherches nouvelles), in Atti del convegno internazionale di Torino, 12-14 aprile 1976, a cura di G. P. Clivio & Gasca Queirazza, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1978: 127-140.

[4] Michele Melillo, Intorno alle probabili sedi originarie delle colonie francoprovenzali di Celle e Faeto, in “Revue de Linguistique romane”, XXIII, 1959: 1-34.

[5] Michele Melillo, Donde e quando vennero i francoprovenzali di Capitanata, in “Lingua e storia in Puglia”, 1, 1974: 79-100; a cui andrà aggiunto: M. Melillo, Briciole francoprovenzali nell’Italia meridionale, in «Vox Romanica», XL, 1981: 127-30. Questo, con altro materiale, è ora in: Michele Melillo, Studi francoprovenzali, a cura di Armistizio Matteo Melillo, Bari, Adriatica, 2006.

[6] Michele Melillo, Lingua e società, Foggia 1966: 69-78.

[7] Ernest Schüle, Histoire et évolution cit.

[8] Giovanni Boccaccio, Il Decamerone, Edizione accurata con note del Prof. L. Giavardi, Centro di Diffusione Cultura, Milano, s. d. [ma posteriore al 1985].

[9] Giovanni Papanti (a cura di), I parlari italiani in Certaldo, cit.

[10] Prima di due novelle registrate anteriormente alla seconda guerra mondiale, nel 1936-37 dalla bocca di Giuseppe Altieri di Faeto e pubblicata in “Lingua e storia in Puglia”, 5, 1978: 93-104. Si noti la n-n velare, la presenza del raddoppiamento sintattico, il digramma sc [š] di pesccattaue [pëškattauë], di descjitte [dëšittë], di fascjivante  [fašivantë] e di scpinne [špinnë], il fonema lh (suono di gli scempio). La o di parola non accentata ha suono aperto in sillaba chiusa e suono chiuso in sillaba aperta.

[11] Vincenzo Minichelli, presentazione di Tullio Telmon, Dizionario francoprovenzale : Celle di San Vito e Faeto, Alessandria, Ed. Dell’Orso, 1994.

[12] Dizionario francoprovenzale-Italiano : italiano-francoprovenzale di Faeto, a cura dello “Sportello Linguistico Francoprovenzale”, Foggia, L’Editrice, 2007.

[13] AIS = K. JABERG-J. JUD, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Sudschweiz, Zofingen 1928-1940, dove Faeto corrisponde al punto 715 (inchiesta svolta da G. Rohlfs nel 1925); Il tesoro lessicale francoprovenzale odierno di Faeto e Celle in provincia di Foggia, in “L’Italia dialettale”, XXI, 1956: 49-128; ALI = MASSOBRIO L. et alii, Atlante Linguistico Italiano, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma, Libreria dello Stato, 1995-, nelle cui carte Celle di San Vito costituisce il punto 818 (inchiesta svolta da M. Melillo nel 1962). A questi titoli aggiungerei per un utile confronto, considerato l’apporto non indifferente del dialetto pugliese al francoprovenzale, anche il lessico della vicina Castelluccio: Pasquale Cacchio, Castelluccese, Castelluccio Valmaggiore 2014.

[14] Reliquie franco-provenzali nella parlata di Celle di San Vito, Brantford, 2008.

[15] Michele Melillo (a cura di), La serpén-e dde sètte llén-e, cit.; Id. (a cura di), Una novella nel francoprovenzale di Faeto : Lla mùseche dde llu Paravìe, in “Lingua e storia in Puglia”, 3, 1976: 95-100.

[16] Naomi Nagy, Double or Nothing: Romance Alignment Strategies, 1995.

[17] Vedi sito web [http://individual.utoronto.ca/ngn/].

[18] Cfr. Jonathan Bucci, Incompatibilità fra riduzione vocalica e raddoppiamento sintattico nell’italo-romanzo, in “Rivista italiana di dialettologia. Lingue dialetti società”, a. XXXVII, 2013: 153-75.

[19] Lla mùseche dde llu paravìe, sito Poesia e dialetti [https://fgranatiero.wordpress.com/].

[20] Francesco Granatiero, La memoria delle parole : Apulia : storia, lingua e poesia, Foggia, Grenzi, 2004.

[21] Cfr. Corrado Grassi – Alberto A. Sobrero – Tullio Telmon, Fondamenti di dialettologia italiana, Bari, Laterza, 1997, p. 300.

[22] Vedi sito [http://www.dizionariogiaglionese.it/index.php/come-leggere/elementi-di-ortografia/]

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