Da TUTAJ (“Qui”)

di Wisława Szymborska

poesie tradotte da Francesco Granatiero

Szymborska-foto4

Ancora tre componimenti del premio Nobel polacco Wisława Szymborska, già presentata sul n. 2 di “Proa Italia”, con una prima terna di poesie tratte da Tutaj (“Qui”, Cracovia, Snak, 2009). In Microcosmo la Szymborska osserva al microscopio ottico con divertito sgomento, stupita pietas e bonaria ironia i numerosi batteri in movimento nel labirinto delle impronte digitali lasciate sul vetrino che li copre senza schiacciarli. In Divorzio, un argomento oggi fin troppo attuale, la poetessa evidenzia, come il distacco coinvolga tutto e tutti: gli ex coniugi, qui alle prese con «il problema dei due nomi»; i bambini, per i quali è «la prima nella vita fine del mondo»; gli animali domestici; i mobili (anch’essi hanno un’anima); le pareti della casa private dei loro quadri. In Metafisica il passato, che sembra l’unico tempo reale nella lotteria della vita, è pervaso dall’agnostica, atea consistenza del nulla che tutto ingoia, dall’ironia che accosta gli eventi della storia universale al fatto incontrovertibile «che oggi hai mangiato gnocchi e ciccioli».

 

Microcosmo

Quando si è cominciato a guardare al microscopio,
si è suscitato uno spavento che soffia ancora oggi.
La vita era stata fino a quel momento abbastanza bizzarra
con i suoi numeri e le sue forme.
Si riproducevano anche allora esseri minuscoli,
alcuni moscerini, vermetti,
però almeno a occhio nudo
si potevano vedere.

Ma qui all’improvviso, sotto il vetrino,
altri ce ne sono fino all’esagerazione
e anche così minuscoli
che lo spazio che occupano
solo per pietà si può chiamare posto.

Il vetrino neanche minimamente li schiaccia,
senza impedimenti si raddoppiano sotto di esso e si triplicano
in piena libertà e alla cieca.

Dire che sono molti – è dire poco.
Più potente è il microscopio
e più diligentemente e accuratamente sono numerosi.

Non hanno neppure interiora ben rappresentate.
Non sanno che cosa sia sesso, infanzia, vecchiaia.
Forse non sanno neanche se sono – o non sono.
E tuttavia decidono della nostra vita e morte.

Alcuni si irrigidiscono in momentanea immobilità,
benché non si sappia che cosa sia per loro un momento.
Se essi sono così minuti,
forse anche la durata
è per loro adeguatamente sminuzzata.

Un granello di polvere portato dal vento è per essi una meteora
che viene dal profondo cosmo,
e l’impronta del dito – un labirinto considerevolmente esteso,
dove si possono radunare
per le loro sorde parate,
per le loro cieche iliadi e upanisad.

Già da molto avrei voluto scrivere di loro,
ma questo è un tema difficile,
continuamente rinviato a dopo
e probabilmente degno di poeta migliore,
ancora più di me stupito del mondo.
Ma il tempo stringe. Scrivo.

 

Divorzio

Per i bambini la prima nella vita fine del mondo.
Per il gattino il nuovo signore.
Per il cagnolino la nuova signora.
Per i mobili le scale, lo strepito, il carro e il trasporto.
Per le pareti i quadrati chiari dei quadri tolti.
Per i vicini del piano terra l’argomento, interruzione della noia.
Per la macchina meglio se fossero state due.
Per i romanzi, le poesie – d’accordo, prendi quello che vuoi.
Peggio per le enciclopedie e gli impianti video,
e infine per questo prontuario di più corretta scrittura,
dove forse ci sono indicazioni per il problema dei due nomi –
se ancora unirli con la congiunzione “e”,
se già dividerli con il punto fermo.

Metafisica

Stato, passato.
Stato, dunque passato.
In sempre irrevocabile sequenza,
poiché tale è la regola di questo gioco perdente.
Deduzione banale, neppure degna di scrittura,
se non è un fatto incontrovertibile,
un fatto per i secoli dei secoli,
per l’intero cosmo, come è e sarà,
con qualcosa che è davvero stato,
finché non è passato,
perfino questo,
che oggi hai mangiato gnocchi e ciccioli.

_______

Da “Proa Italia”, n. 3, 2010

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