L’acciarino e la pietra focaia

Francesco Granatiero su
Giovanni Tesio
I più amati. Perché leggerli? come leggerli?
Novara, Interlinea, 2012

Lo scrittore Sebastiano Vassalli sul “Corriere della Sera” dell’11-3-2012, in un trafiletto dal titolo pedagogico-evangelico Lasciate che i ragazzi leggano a caso, sottolinea che quando si incomincia a leggere «ci si innamora della lettura, prima che dei libri» e che tutti i “grandi lettori” da lui incontrati hanno incominciato con letture casuali. Di questi lettori ne ricorda tre: Daniele Ponchiroli, «un protagonista un po’ in ombra della vecchia Einaudi»; il milanese Mario Spinella, che diceva di dovere ai libri alcuni dei momenti più belli della sua vita; e Giovanni Tesio, le cui coordinate di origini contadine e di scoperta della lettura vanno individuate «in un piccolo paese della pianura piemontese tra Pellice e Po, tra prati, campi e rii…».

Il riferimento è a un libro fresco di stampa, che Tesio, proprio accogliendo un suggerimento di Vassalli, intitola I più amati. Perché leggerli? Come leggerli. Un libro che fin dal titolo prende le distanze dalla logica dei “più venduti”, configurandosi come un breviario sulla lettura, fornendoci assai più di un’idea sulla letteratura, rappresentando un vero e proprio vademecum sulla poesia.

Ne I più amati l’illustre critico ci parla della sua commozione davanti alle illustrazioni di «inverni figurati», dell’aspirazione «a qualcos’altro che stava oltre la realtà», «il mondo di un altrove» che neanche oggi saprebbe dire dove stia. Ci dice come qualcosa di simile accadesse a Cesare Pavese o a Lalla Romano, della «commozione d’infinto» evocata in lui dalla parola “brughiera”, di come le parole inseguivano le figure e il giovane lettore le succhiava «come una sanguisuga».

Si tratta di un’opera molto intrigante, dove il lettore si ritrova, tra citazioni da nomi importanti e pensieri, a volte, di sconosciuti, contrapposti come i poli di un arco voltaico o, meglio, come l’acciarino e la pietra focaia. Di scontato mai nulla, ma sempre un’idea di fondo a governare gli opposti. Ogni capitoletto ha in esergo massime che ora sembrano riproporre lo stesso concetto con immagini diverse e ora partono da idee poste agli antipodi per prendere il meglio da ognuna o per farle cozzare, per dire che la verità ha le sue vie nascoste, che essa necessita di una discesa e di una risalita in superficie, una superficie che però non sarà più la stessa.

A Joseph Joubert che dice: «Souvenons nous que tout est double» fa eco Enrica – la figlia dell’illustre critico – che a nove anni racconta un suo sogno: «Non ero nella mia faccia». Basta questo esempio, credo, per suggerire lo spirito e la dinamica del libro.

In una premessa l’eccezionale lettore Giovanni Tesio spiega le ragioni che lo hanno indotto a occuparsi della letteratura italiana: «non avrei saputo fare altro», «niente come la letteratura avrebbe potuto interessarmi così a fondo».

Il libro prosegue con le letture che gradualmente lo hanno introdotto nel mondo della letteratura, ma sempre con la levità e la saggezza dei grandi, con la grazia e la sensibilità di un critico che è grande perché è prima di tutto un grande lettore. Il sismografo del valore non ubbidisce alla sola fisica, come il mondo in cui viviamo non è tutto in ciò che vediamo. C’è però una metafisica che non piove dal trascendente, ma germoglia dalla terra dei nostri giorni. Come c’è un’ispirazione che non viene né prima né dall’alto, ma come una grazia attraversa il momento della verità, della poesia nel suo farsi.

I più amati di Tesio non sono né i più venduti (come ho detto) né i più letti (si parla anche dei nostri «tempi grami»), ma di certo tra i più problematici e, in assoluto, tra i più veri. Sono i libri di una solida formazione, quelli che vanno oltre la filologia, che danno un senso alla nostra ricerca di verità. E non è tutto qui. Il libretto (130 pagine concise e spigliate) dice solo i nomi che sgorgano così, alla prima. Ma quanti titoli, quante altre opere hanno lasciato il segno nella sua anima! Opere che, mentre parliamo, gli ritornano in mente aprendo altri squarci luminosi.

Nei paragrafi sulla letteratura, ancora nomi grandi e ogni tanto la parola di uno del tutto ignoto. Perché «le cose più profonde possono passare attraverso i portavoce più discreti. Ma la letteratura resta un luogo di tensioni, non di fughe e di evasioni.» Paradossalmente la sua salvezza è nel divenire «luogo di un “inutile” quanto mai raccomandabile, e diciamo pure “necessario”. Preserva dal cadere nell’inerzia delle cose, mantiene vigili circa il destino che ci tocca, concorre a stabilire un più profondo contatto con gli altri».

Tra il mutismo e il grido c’è la parola «che sa stringersi in disciplina e che fa fremere i contrari». Tra la realtà (la rozzezza del razionale) e il “nulla” (il sottile della vita) c’è, necessitante, la letteratura. Tra la menzogna e il vero, una finzione che dice la verità. Tra la politica e l’evasione, «un “impegno” che sfugge agli ideologismi».

E la poesia che cosa è? Non è prosa. Non è – o non è solo – ciò che significa. Ma che cosa è? Forse è un modo di comunicare, un oggetto sonoro, una metafora ricca di risonanze allusive, un vedere con occhi nuovi, un gioco, un’attesa e insieme una complicità, una forma di conoscenza, un tessuto di reminiscenze, o ancora un qualcosa di astruso, di oscuro. È tutto questo? O che cosa è? Di sicuro, nel suo mistero è la sua forza. Un mistero, un non sapere, che è – a dirla con la Szymborska – come «la salvezza di un corrimano».

La poesia è sempre, per Giovanni Tesio, «aumento di vitalità», un qualcosa che «si radica nel più profondo, nella contraddizione estrema, nella ferita sempre aperta». Ma, beninteso, – ci avverte – non è questa una conclusione.

 

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