Il suono [š]

Nei dialetti alto-meridionali (DAM)

sc(i,e)  suona [šš] come in italiano: sciacquà [ššakkwà] ‘sciacquare’, casciòune  [kaššòunә] ‘cassone’, sfascé [sfaššé] ‘sfasciare’, strùscele [strùššәlә] ‘ciabatte’, vasce [vàššә] ‘basso’, capisce [kapìššә] ‘capisce’, strisce [strìššә] ‘striscia’, frusce [fruššә] ‘foglie secche’, grasce  [gràššә] ‘grascia’, pugl. nesciune ‘nessuno’, cäsce [käššә] ‘cassa’, crescende  [kreššèndә] ‘lievito’, pescine [pәšši:nә]  ‘cisterna’.

scj, scı, (ı)sc suonano sci [š] come nel napol. busciardo: buscjarde [bbušardә] ‘bugiardo’, vascjà ‘baciare’, scjunghe ‘giunco’, stascjone ‘estate’, abr. nescjune  ‘nessuno’, scıenestre [šәnèstrә] ‘ginestra’, stascıedde [stašèddә] ‘mazza’, mascıe [maši:j] ‘magia’, vruscıé [vrušé] ‘bruciare’, felìscıene [fәlì:šәnә] fuliggine’, scı′nere [šíәnәrә] ‘genero’, scıèttene [šèttәnә] ‘gettano’, cruscıé [krušé] ‘crochet’, accuscı’ [accušì] ‘così’,  pugl. scı’ [ši] ‘andare’, abr. scı’ [ši] ‘sei’, garg. sett. scı [šì] ‘sì’, murèısce [murè:jšә] ‘ombra’, vascje [va:šә] ‘bacio’, vulısce [vulì:šә] ‘voglia’, ióscıe [jó:šә] ‘oggi’, vrêscıe [vrä:šә] ‘brace’, príscıe [príәšә] ‘gioia’. (*)

Il fonema [š] di parole napoletane come šcumma sušpiro si può rendere con sc (sckaffesccaffe [škaffә] ‘schiaffo’, suscpire [sušpi:rә] ‘sospiro’, sctelle [štèllә] ‘stella’), anche se tra i poeti l’uso di š in questa posizione trova già un certo riscontro.

(*) Qualora la ı senza punto non sia disponibile, si può usare un j diacritico (scjusce ‘soffio’, nescjune ‘nessuno’, vascje ‘bacio’).

 

 

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8 pensieri riguardo “Il suono [š]

    1. No, ho scritto:
      «Il suono [šš] nei dialetti alto-meridionali (DAM) va scritto SCI come in italiano: … vasce [vašš∂] “basso” …». Infatti in italiano SCI ha sempre suono rafforzato. È il suono scempio, inesistente in lingua, quello da distinguere, usando J (scjate) o l’accento circonflesso (vâsce “bacio”).

  1. Io proporrei l’uso di “sh” o “ssh”…
    Tipo dalle mie parti per dire pesce, peggio, pace si dice: “pésshe”, “pèshe” e “péshe”.
    Almeno si rende la lettera acca utile a qualcosa… 😀
    Secondo me non dovremmo essere obbligati ad appoggiarci all’italiano per scrivere nel nostro dialetto.

    1. Alla sua proposta è di gran lunga preferibile quella del nostro grande poeta G. G. Belli: péssce, pèsce, pésce, primo perché molti già la seguono (c’è una convenzione), secondo perché noi italiani quando diciamo shopping o fashion, li pronunciamo con shi rafforzato: sshopping, fésshion).
      Se la nostra pronuncia di shi fosse uguale a quella inglese, basterebbe scrivere: pésce, pèshe, péshe!
      I nostri dialetti hanno come lingua tetto l’italiano e vanno scritti rapportandosi all’italiano, perché questa è la lingua che gli italiani (e i dialettofoni italiani) conoscono meglio. Non dobbiamo scrivere i nostri dialetti per gli inglesi!
      La lettera h viene già sfruttata: a Ortona si scrive “è” perché lì l’acca è aspirata (io scrivo h-è); altrove si scrive hiume e l’acca (FL di FLUMEN “fiume”) suona come il chi greco; ecc.

  2. Anche se il grafema “sh” viene pronunciato dagli inglesi in un modo, questo non vieta noi ad usarlo e pronunciarlo alla nostra maniera, secondo me. Per esempio anche la lettera “r” viene utilizzata in tutte le lingue che adottano l’alfabeto latino, ma questo non vieta inglesi e francesi a pronunciarla in un modo e agli italiani a pronunciarla in un altro.
    Comunque va bene lo stesso 😀
    Una curiosità…Ma semmai nelle scuole si insegnassero i dialetti lei cosa proporrebbe di fare? Standardizzare una variante regionale per la Puglia e una per il Salento oppure insegnare in ogni paese la sua variante?

    1. Sì, ma se io uso il grafema “sh” per rendere il mio suono [š] e il lettore me lo legge [šš], non ho risolto nulla.
      A scuola bisogna insegnare l’italiano e nell’ambito dell’italiano si può fare solo qualche riferimento o citazione di vari dialetti per dare un po’ di consapevolezza linguistica, nulla di più.

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