Dialetto di San Marco in Lamis

Francesco Granatiero su
“La vadda de Stignane” e altri canti popolari di San Marco in Lamis
di Grazia Galante

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“La vadda de Stignane” e altri canti popolari di San Marco in Lamis è il primo di due volumi (il secondo è in corso di stampa) di un’opera davvero imponente, sebbene debba considerarsi come il prodotto estremo di una operazione necessariamente «ritardataria».

Così giudica la propria raccolta di canti popolari degli anni Settanta lo scrittore – fine presentatore della Galante – Raffaele Nigro: «Ritardataria perché la televisione, la radio, la scolarizzazione di massa, la fuga dal mondo contadino e l’assassinio del dialetto ormai da due tre decenni avevano costretto non solo il mio mondo all’emigrazione verso il paese della borghesia, verso il regno dell’italiese giornalistico e verso il complesso di sudditanza a tutto ciò che veniva dai grandi modelli linguistici dominanti.»

E dagli anni Settanta a oggi è passato mezzo secolo di acqua sotto i ponti, tanta da avere netta la sensazione che più nessuno parli il dialetto e che i contenuti della cultura orale siano definitivamente spariti.

È questa la ragione per cui la grande messe di canti popolari raccolti da Grazia Galante, se da una parte è di immenso valore, venendo a colmare una grossa lacuna negli studi della tradizione sammarchese, dall’altra per intermittenza della memoria non può che essere frammentaria e piena di zeppe, stravolgimenti e corruzioni, che ne alterano ritmo e senso.

È in forza di questa consapevolezza che la Galante cerca le sue fonti orali anche tra i concittadini viventi fuori regione, di là dalla Penisola e addirittura oltre oceano, nella speranza di trovare del materiale maggiormente conservativo, qualcosa che l’amore per la propria terra abbia custodito con maggiore fedeltà. Fatto, questo, che se non altro dà l’idea di quanto grande sia stato l’impegno della nostra studiosa e come nulla sia rimasto intentato.

La equilibrata, chiara e precisa esposizione introduttiva della Galante tenta di definire in maniera circostanziata il contesto in cui i canti sono nati e la loro funzione nella vita e nella società in cui venivano eseguiti. Contesto senza il quale è impossibile comprendere il loro effettivo valore e tanto meno apprezzare la primigenia poesia dei suoi frammenti.

A tanto mira anche la loro distinzione nel corpus dell’opera, dove i canti si trovano così classificati: ninna nanna, canti per trastullare i bambini, serenate, altri canti d’amore, canti maliziosi, canti di ammirazione della bellezza, canti di desiderio, canti di contegno e di ritrosia, canti di affanni dolori e sospiri, canti di gelosia, canti di abbandono delusione sconforto pentimento, canti di sdegno, canti relativi al matrimonio, stornelli e storie cantate.

Il secondo volume comprenderà i canti da ballo, i canti satirici, i canti del lavoro, i canti dell’emigrazione, i canti politici, i canti all’ammersa (al contrario), i canti calendariali…

L’aver utilizzato anche il frutto di lavori meno recenti – di Raffaele Cera, di Saverio La Sorsa e di Michele Marchianò – dà meglio l’idea di ciò che sia andato perduto. Le vecchie, assai più limitate raccolte presentano per contro immancabilmente strambotti più regolari e meglio conservati.

Ci sono canti, come la Ninna nanna e La vadda de Stignane, che le fonti allungano in code estenuanti e che la Galante riporta così come registrate, per darci – credo – due esempi eclatanti di ciò che normalmente succede nel canto popolare. La Ninna nanna nelle ultime tre o quattro pagine ingloba strambotti, canti d’amore e sestine d’altro argomento che il lettore può facilmente espungere da sé. Altrettanto accade nell’autoctona Vadda de Stignane, dove la sestina Vurrija nchianà ncéle si putésse e le strofe che seguono sono ciò che resta di più o meno autonome composizioni.

“La vadda de Stignane” e altri canti, edito nel 2015 in pregiata veste grafica dagli editori Levante di Bari, è impreziosito, oltre che dalla limpida e autorevole presentazione di Raffaele Nigro, dai numerosi accurati spartiti di Michelangelo Martino e dalle esaurienti registrazioni contenute nel cd allegato, che integrano la trascrizione del dialetto, evidenziando l’effettiva corrispondenza con il suono e il valore sillabico dei grafemi.

Per concludere si riportano, in grafia DAM e senza il ritornello prezzemolo di ogni minestra, senza cioè la zeppa settentrionale infilata in ogni canto («… mi t’ami tanti, mi t’ami tanti, mi t’ami ancor…»), le belle strofe della ben nota e meglio accudita serenata Affàccete, Marì:

 – Affàccete, Marì, ch’è fattë jurne,
càndene li vucélle inde la cajòla,
lu hiore enne asseccate e no nn-addora,
affàccete, Marì, nu quarte d’ora.

– Seppine, oje Seppì, sonne affacciata,
m’ha resbegghiatë quéssa serenata,
pérò tu tande forte no n-candanne,
tégne pajura ché resbigghie a mamma.

– Ji candarrìa pe tté dova o tré jora,
alluccarrìa cchiù fortë de nu tenore,
li llucche arrevarrìene fin’e ngele,
resbigghiarrija a tutte lu munne ndere.

– M’ha dittë jere sera la mamma mia
ché m’adda dà pe ddódda la massarìa,
pérò, si spose a té, no nn-éja avé nénde,
m’adda fà ’scì da qua come na pezzénda.

– No vógghië né ddódda e né mmassarìa,
vógghie ché ttu menisse alla casa mia.
No vógghië né llenzòla e né cuscinë,
vógghie lu còre tova a mé vucinë.

– Si më ne végne ji alla casa tova
pe lla famigghia mia jè dissonorë.
Si ttu davéramènde si’ singerë,
te facce menì jinde dumane a sera.

_________

Grazia Galante, di San Marco in Lamis [SML] (Fg), è laureata in pedagogia ed ha insegnato nelle scuole medie, prima a Torino e poi in Capitanata. Ha pubblicato: I proverbi di SML (Bari, Malagrinò, 1993), La cucina tradizionale di SML (ivi 1999), La religiosità popolare di SML. Li còse de Ddì (ivi 2001), Fiabe e favole raccolte a SML (Bari, Levante, 2010), Li cunte. Vangelo popolare e Racconti veri e verosimili (ivi 2012), “La vadda de Stignane” e altri canti popolari di SML (ivi 2015) e, con Michele Galante, Dizionario del dialetto di SML (ivi 2006).

Il dialetto di San Marco in Lamis viene trascritto secondo la grafia DAM. Scarica il manuale (Scrivere la lingua madre).

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