Giovanni Tesio poeta

 

di Francesco Granatiero

Tesio

Del côté poetico di Giovanni Tesio, il noto studioso, critico letterario, filologo e storico della lingua, si ricorda il precedente In punto di svolta (1985), recante l’acuta prefazione di Pietro Gibellini, una corona gemmata ed irta di sonetti tutt’altro che canonici, con assenze di rime, spesso sostuite da assonanze e consonanze, paronomasie, ipometri e ipermetri, dove un dantesco trobar clus s’infratta in dedali e labirinti, per mezzo di una lingua estremamente colta e raffinata, densa ed espressiva, piena di arcaismi, latinismi, neologismi, tecnicismi.

A trent’anni da quel mirabile canzoniere d’amore, costituito da diciassette sonetti, esce ora, di Giovanni Tesio, con la prefazione di Lorenzo Mondo e la postfazione di Albina Malerba, Stantesèt sonèt, “Settantasette sonetti”, edito dal Centro Studi Piemontesi / Ca dë Studi Piemontèis (Torino 2015), un libro dove la cadenza colloquiale è meno rara rispetto alla prima plaquette, dato anche il medium e l’anapesto su cui frequentemente si dispone. Qui c’è una più stretta coincidenza tra significato e significante, e l’oscuro trovatore accorda le sue note, in limpida saggezza, su una scrittura assai più lineare. Si tratta di sonetti di endecasillabi o, più spesso, di decasillabi, o anche di novenari o di versi derivati. Il primo è costituito da versi di tredici sillabe con rime baciate e rimalmezzo.

Il sonetto, gabbia o prigione d’altri tempi, è come un vecchio malato di solitudine, e per questo è ancor più amato e vezzeggiato dal poeta intento all’arcolaio “che guaisce e frizza”.

E davvero frizzante è questo libro. Frizzante e corporale, il suo piemontese “da sensale”, che recupera le parole dimenticate e le sposa alle nuove.

Qui la vita ha il fascino del mago delle favole («la gata marela»), che prende il suo bene anche dal male. I pensieri più alti possono venire sedendo addirittura sulla tazza del water, mentre l’idea che il corpo sia tutto buono ci viene da un originalissimo, “socratico” asciugamano.

La vita, come il mare con le sue onde, può prendere la forma di una litania: «Mar dij barcon, e mar dij salvà / Mar ëd j’uman, e mar disuman / Mar dël Dirit. Mar dël Leviathan».

La vita è un mistero la cui verità è paradossalmente colta dal bambino che svuota il mare col secchiello (il «sigilin» in rima con «sant’Agustin»): è lui che l’acciuffa “per azzardo”. Verità che sa diventare anche gioia, come quella dei nipotini che danno fiducia nel domani, il loro sorriso e il piacere che «as taca fin-a ij dij marmlìn / mossant e frissonant come ’d gucin», “che si comunica fino ai mignoli / che friccicano e fremono come spilli”.

Il senso della morte, con il pioppo che diventerà cassa da morto, rinnova Pinin Pacòt e nell’ombra del bosco-chiesa ridesta il vento che spira dall’infanzia e che «am dis che sì a i-é n’arbra ’dcò për mi», “mi dice che qui c’è un pioppo anche per me”.

C’è poi l’indole alfieresca, come nella corsa al Valentino, che scaccia i pensieri deprimenti e accoglie quelli graditi, una pratica sportiva o meglio un qualcosa di straordinario, perché “il meglio è sempre il figlio dell’impegno”.

Le parole di Pancalieri sono una lingua sostanziosa, radicata nelle midolla, diseredata e forte («lenga lion-a»), che verrà ulteriormente irrobustita sui classici piemontesi.

La parola poetica è come una resurrezione, perché parla della morte convertendola in redenzione. La poesia nasce dal travaglio della memoria che brucia nel baleno di una ferita ed è raggiungibile soltanto lasciandosi andare, “per rimescolare il cuore e il ventriglio”, i sentimenti e la corporalità.

Dopo Nino Costa e Pinin Pacòt, Giovanni Tesio dà alla letteratura piemontese una decisa, coraggiosa scossa: pur prediligendo le forme chiuse e attingendo alla tradizione, le rinvigorisce con accenti nuovi, profondità di pensiero, freschezza di immagini icastiche e incisività di tratto. A quanti parlano di fine della letteratura («già tut scrit») risponde: “La parola è sempre in principio”.

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Apparso con il titolo A proposito di Stantesèt sonèt di Giovanni Tesio, in “Periferie”, anno XX, n. 77, (Roma) gennaio-marzo 2016

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