Lingua o dialetto?

da “L’albero degli zoccoli”

Si può benissimo parlare di “variante linguistica locale” – anche perché l’espressione “lingua originaria”, pure consigliata, grazie alle mamme che non insegnano più il dialetto ai figli, finisce per riferirsi all’italiano –, ma, siccome linguisticamente parlando non c’è alcuna differenza tra lingua e dialetto, perché non impariamo noi stessi a dare alla parola DIALETTO il suo significato originario positivo di “(lingua) parlata”, cioè viva (cfr. Treccani: dialètto s. m. [dal lat. tardo dialectos, femm., gr. διάλεκτος «lingua», der. di διαλέγομαι «parlare, conversare»]) e a usarla senza vergognarcene? Diversamente si dà l’impressione di avere un qualche pregiudizio e di considerare il dialetto una lingua morta o di rango inferiore.

Dando a “locale” il suo giusto significato, si può parlare,  per esempio, di variante linguistica di Parma e della sua area di pertinenza. Ma è importante che impariamo a dare alla parola “dialetto” il suo giusto significato e a tutte le varianti linguistiche locali (rispetto alla lingua di stato) la loro dignità di lingua, come almeno linguisticamente effettivamente è. Non parliamo dell’importanza storica, per esempio del piemontese o del napoletano, e della letteratura dialettale che in  molti casi non ha nulla da invidiare a quella in lingua (si pensi al Commedione di Giuseppe Gioachino Belli, non a torto affiancato alla Commedia di Dante). Lingue, per intenderci, sono il sardo e il piemontese, il lombardo e il veneto, il friulano e la parlata napoletana (la più estesa di tutte), le parlate dell’Italia centrale e il siciliano (la prima lingua letteraria della Penisola) e lo sono in tutte le loro varianti anche dei piccoli centri, che hanno tutte, ma proprio tutte, una loro grammatica storica, come quella scritta da Clemente Merlo per il dialetto laziale di Sora (la fonologia) o quella di Michele Loporcaro per il dialetto pugliese di Altamura. Ogni dialetto ha le sue regole precise, diverse da quelle dell’italiano, regole di cui il parlante dialettofono non si rende conto, se non ha studiato un minimo di dialettologia. È come uno che, pur parlando una lingua, non è in grado di scriverla perché analfabeta.

Dialetto di Mottola (Ta)

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Trullo masseria in contrada Pandaro, Mottola (Ta) – Da imganuncios.mitula.net

La parabola del figlio prodigo

11 N’òmmene avève do file.

12 Lu cchiù giòvene disse all’attene: «Tatà, damme cciò chë m’attocchë, ca me n’é sci’». E jiddë nge spartì la rrobbe ca teneve. Continua a leggere “Dialetto di Mottola (Ta)”

Mattinata · Il verbo «scı’» “andare”

Mattinata · Il verbo scı’ “andare”

 davIl verbo “andare”, antico italiano “gire” (*jire, dal latino ire) suona scı’ [ši] in PUGLIA (apulo-garganico di Monte Sant’Angelo, Mattinata e Vieste; fascia periferica meridionale della Capitanata; BAT; Terra di Bari) e in LUCANIA (alto potentino, Melfi e Potenza escluse; fascia a sud di Potenza racchiusa tra Corleto Perticara, Tramutola, Moliterno e Sant’Arcangelo; provincia di Matera, esclusa la parte più meridionale da Valsinni a San Giorgio Lucano (cfr. M. Melillo e P. Caratù); scıre, scıri nel SALENTO;  jiri in CALABRIA e SICILIA; e nel resto del MERIDIONE. Continua a leggere “Mattinata · Il verbo «scı’» “andare””