Un’archeologia della psiche

Pietro Gibellini, prefazione a Énece, cit.

La poesia ha, talvolta, qualcosa a che fare con l’ossessione, o con la fedeltà. È questo un pensiero che nasce spontaneo al lettore delle poesie di Francesco Granatiero; specialmente quelle di U iréne, «Il grano» (Roma 1983) e il poemetto La préte de Bbacucche, «La pietra di Bacucco» (Mondovì 1986) che costituisce la formella centrale del trittico Énece, «Nidiandolo», che vede ora la luce. Continua a leggere “Un’archeologia della psiche”

Una classicità scabra

Donatella Bisutti, Lo spazio del mito, in «Il Belli» (Roma), 4, 1992.

La préte de Bbacucche (La pietra di Bacucco – pietra usata nella trebbiatura a traino animale, n.d.r.) è un poemetto di Francesco Granatiero, medico a Torino ma nato a Mattinata in provincia di Foggia. Il nome di Granatiero figura nell’antologia Primavera della poesia in dialetto di Mario dell’Arco (1979-81), in quella Le parole di legno di Mario Chiesa e Giovanni Tesio e nell’Antologia dialettale dal Rinascimento a oggi di Giacinto Spagnoletti e Cesare Vivaldi. Il poemetto, edito in una piccola collana di Mondovì, le edizioni «Ij babi cheucc» di Domenico Boetti, a cura di Giovanni Tesio (e riproposto ora nella rivista «Diverse lingue», n. 11, 1992), consta di 369 versi suddivisi in 25 ‘quadri’, a loro volta composti di terzine di settenari, racchiusi da un chiasmo la cui prima parte funge da inizio mentre la seconda costituisce la chiusa: «I Trè pPasture tòrnene…» (I Tre Pastori tornano…) e «scéme p’i Trè pPasture…» (andiamo con i Tre Pastori…). Continua a leggere “Una classicità scabra”

La memoria contadina

Giacinto Spagnoletti, Cesare Vivaldi, Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, Milano, Garzanti, 1991.

[…] Quando si passa alle esperienze più recenti della poesia in dialetto, che man mano raggiungono punte d’eccezione, non si può più parlare di tradizione, ma di dilatazione o espansione tematica e di affinamento tecnico, derivato da una decisa autonomia del linguaggio letterario. Continua a leggere “La memoria contadina”

L’urgenza di un universo primitivo

Franco Brevini, Le parole perdute. Dialetti e poesia nel nostro secolo, Torino, Einaudi, 1990

Di documento sociale non si può […] parlare per Francesco Granatiero (Mattinata, Foggia 1949), che pure fa ricorso a un dialetto arcaico, oggi non più in uso, e si trova nella necessità di corredare i suoi testi di note etnografiche indispensabili per il lettore. Ma il mondo contadino garganico rappresenta per l’autore in primo luogo un contenuto di tipo memoriale e psicologico, che egli scava in «cafúerchie irótte iréve» («tane grotte voragini»), nelle quali si compie la sua catabasi poetica: si vedano […] Paròule cíerche, singhe («Parole cerchi, segni») e Cafúerchie irótte iréve. Continua a leggere “L’urgenza di un universo primitivo”

Le ombre lunghe della poesia

Donatella Bisutti, Le ombre lunghe della poesia, in «Steve» (Modena), 7, 1987.

Due piccoli libri, usciti negli scorsi mesi, mi pare siano passati inosservati o non abbiano avuto sufficiente attenzione dalla critica: il primo è Segni, di Bartolo Cattafi, pubblicato da Scheiwiller, forse perché il suo autore, purtroppo scomparso nell’80, sta attraversando quella ‘quarantena’ che penalizza i poeti subito dopo la morte. L’altro perché è inserito in una piccola collana nuova e non pubblicizzata che pubblica testi in dialetto (le Edizioni «Ij babi cheucc» di Mondovì) – curata da Giovanni Tesio – ed è La préte de Bbacucche, poemetto di Francesco Granatiero. […] Continua a leggere “Le ombre lunghe della poesia”

L’invocazione al mulo ribelle

Pietro Gibellini, rec. a La préte de Bbacucche, cit., in «Diverse lingue» (Udine) , 3, 1987.

Nato a Mattinata presso Foggia nel 1949, e medico a Torino, Granatiero ha esordito con poesie in lingua (Sul mare i lembi senza cimose, 1967; La lunga veglia, 1968; Un grido di gioia, 1972; Stormire, 1974) passando poi alla poesia dialettale (A ll’acchjitte, Italscambi 1976 e U iréne, presentazione di Giovanni Tesio, Roma, dell’Arco, 1983). Proprio dell’Arco e Tesio lo segnalano a un’attenzione più vasta, includendolo il primo nell’antologia Primavera della poesia in dialetto (Roma 1979-81), il secondo in quella mondadoriana Le parole di legno (Milano 1984). Continua a leggere “L’invocazione al mulo ribelle”

Il lirismo narrativo di “U iréne”

Giovanni Tesio, Presentazione, in U iréne, cit.

C’era una maniera, una acerba e ingenua euforia descrittiva, ma già un’attenta auscultazione di forme e colori nel primo Granatiero di La lunga veglia (1968) e anche una dizione che tende all’essenziale, insieme con i piccoli indizi di un mondo che resta il suo punto d’appoggio, la sua couche: il paese «bianco di calce» scoperto «nel palmo / di verdi colline / all’ombra dei salsi olivi» (e certi preannunci meno ovvii: «mi scopri – come da bambino – / che crepitano / i fuochi d’artifizio, / in un angolo buio, / ubriaco di liquirizia»). Di più, forse, i veri e proprii palinsesti della ‘conversione’, dove l’uso del dialetto già sospinge, quasi tout court, al racconto. Continua a leggere “Il lirismo narrativo di “U iréne””