Giargianese

Tradurre i classici in “giargianese”. Francesco Granatiero e la tradizione poetica
di SEBASTIANO VALERIO

Giargianese è il frutto di un’operazione difficile e rischiosa: tradurre poesia lo è già di per sé, tradurre poesia in dialetto lo è di più. La scelta di un così vasto numero di testi di poeti italiani e stranieri, che Francesco Granatiero [1] propone, è già di per sé un prezioso spunto di riflessione. Granatiero mette assieme, sotto un’unica copertina, per i tipi di Grenzi, poeti italiani, francesi, inglesi, tedeschi, polacchi. E ci indica un proprio personale canone: non vuol essere, così credo, una scelta esaustiva, ma un percorso, prezioso per comprendere quella che potremmo definire la “biblioteca reale” di Granatiero, prezioso per i critici che poi vorranno occuparsi di lui, i quali da questo volume sicuramente potranno trarre significativi elementi di riflessione. Certo, il canone di Granatiero, per quel che riguarda la letteratura italiana, risulta consolidato in una tradizione ben determinata, in cui lo spazio significativo dato alle origini, sin dai primissimi testi in lingua volgare, è ampio. Ben nove sono i poeti che coprono il segmento aureo della nostra letteratura che va dalle origini a Petrarca, a partire da quell’Indovinello veronese che era già fonte ispirativa di Sènza vèreje (Senza pungolo) in Énece del 1994 [2]. Più veloce il passaggio che va dal Quattro e Cinquecento con una scelta di brani che da Lorenzo il Magnifico ad Angelo Poliziano fino a Tasso e Ariosto, segue il filo, preponderante nel canone cinquecentesco, che si ricollega proprio all’esperienza lirica delle origini, sfociante infine nella lirica petrarchista. Anche l’oblio per quel periodo particolare che è rappresentato dal Barocco e per la lirica marinista finisce per rientrare in un canone ben consolidato, nella ricostruzione della nostra storia letteraria, ma non si può tacere come il Seicento europeo (dieci testi di John Donne) sia ben presente nel volume. Significativa mi pare la scelta che Granatiero riserva al Pascoli delle Myricae, non tanto l’ampiezza (cinque poesie), che non supera lo spazio riservato, per esempio, al Leopardi, al D’Annunzio o a Giuseppe Ungaretti (senza considerare i diciassette componimenti da Emily Dickinson), quanto il tipo di scelta: tutte le poesie tradotte da Myricae sono tratte dal ciclo che significativamente prende nome di L’ultima passeggiata, una sequenza di liriche in cui viene descritto in una serie di quadri contadini il passaggio, prima di un lungo arrivederci, attraverso luoghi e cose care. Qui c’è forse più che un preludio allo sradicamento di Granatiero, sebbene non possa ancora definirsi il presagio della successiva epocale catastrofe antropologica. Qui la poesia che parla del lavoro nella campagna, della vita di tutti i giorni disvela un mondo altro, da scoprire in ciò che impropriamente vengono definite “le piccole cose”, un mondo interiore che, nel cuore di quelle immagini, serba e lascia intendere una verità più profonda e forse inquietante, toni questi che forse non a caso animano la lirica di Granatiero (ci viene in mente il suo ultimo lavoro Bbommine del 2006, se a sollecitarci non è tanto la vicenda umana, che senza dubbio ha la sua parte). Infine, proprio in assenza di un canone consolidato, è interessante il personale percorso nel Novecento letterario, che da Saba a Campana, da Ungaretti a Sbarbaro, a Montale fino a Luzi sembra prediligere, in maniera molto significativa, il frammento lirico, che si fa interprete e continuatore della tradizione letteraria.Granatiero traduce così nel suo “giargianese” [3], nella sua lingua poetica, autori diversi, diversissimi, cercando di rispettarne la cultura e di mettere in debita luce la specifica intonazione lirica di ciascuno di essi, restituendo, nei limiti oggettivi dell’operazione svolta, a ciascun poeta il proprio senso più intimo, nel pieno rispetto delle strutture metriche e dei sistemi di rime.

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Passéte (“Passata”/”Usta”)

Recensione di Franco Pappalardo La Rosa

Francesco Granatiero, Passéte, Interlinea, Novara 2008 (Nota critica di Giovanni Tesio), pp.135, € 10

    In Passéte (Interlinea, Novara 2008, pp. 135, € 10, Nota critica di Giovanni Tesio)– traccia odorifera lasciata dal “cacherello” della lepre, in dialetto pugliese; oppure, nello stesso dialetto, passato: aggettivo di lontananza e participio passato di “passare”, indicante il superamento del tratto temporale, dell’azione, dell’età dell’esistenza ormai conchiusi –, Francesco Granatiero configura un io, nel cui discorso poetico aleggiano, insieme, l’ombra onnipresente della morte e le suggestioni evocative di oggetti, di paesaggi e di figure riferibili ad un’arcaica-resistente civiltà rurale, trascinate in un unico flusso ritmico, senza pause o cadute di tensione. Come se le cose, le stagioni, l’amara-dolce terra natale tormentata da caverne, precipizi, inghiottitoi, e le creature convocate nei versi, fossero frammenti sospesi dentro uno specchio spezzato che riflette, delle une, l’illusione d’essere reali e, delle altre, quella d’essere vive.

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Nell’orma un afrore di terra garganica

di Cosma Siani

Passéte, la recente silloge poetica di Francesco Granatiero nel vernacolo di Mattinata (Foggia)

Vorrei parlare di Passéte, recente silloge poetica in dialetto di Francesco Granatiero (Interlinea Edizioni), perché nei settantacinque brani che contiene, per metà inediti, credo si trovino alcune fra le migliori poesie di tutta la sua produzione. È una raccolta che conferma il carattere di fondo della sua poesia, ma ci dice anche qualcosa di più. Continua a leggere “Nell’orma un afrore di terra garganica”

Il dialetto dell’anima

Intervista di Antonio Rinaldi

Granatiero prega con Jacopone

A poco più di un anno dal libro Passéte [“Usta”/“Passato”] edito da Interlinea di Novara, esce in questi giorni, per i tipi delle Edizioni Cofine di Roma, un volumetto di patrenústre, ossia di preghiere, del poeta Francesco Granatiero. Il titolo, Patrenústre ótte a ddenére [“Paternostri otto a ddenaro”], è tratto dalla lauda Que farai fra’ Iacovone? di Jacopone da Todi e significa otto paternostri di penitenza per ogni soldo di debito contratto con il peccato. Jacopone, il grande francescano già rivisitato da Granatiero in occasione di un suo volume di trasposizioni intitolato Giargianese (2006), viene ora riproposto in tutta la sua magnificenza con otto laude profondamente assimilate dal poeta pugliese e offerte alla sensibilità dei suoi lettori. Continua a leggere “Il dialetto dell’anima”