Il lirismo narrativo di “U iréne”

Giovanni Tesio, Presentazione, in U iréne, cit.

C’era una maniera, una acerba e ingenua euforia descrittiva, ma già un’attenta auscultazione di forme e colori nel primo Granatiero di La lunga veglia (1968) e anche una dizione che tende all’essenziale, insieme con i piccoli indizi di un mondo che resta il suo punto d’appoggio, la sua couche: il paese «bianco di calce» scoperto «nel palmo / di verdi colline / all’ombra dei salsi olivi» (e certi preannunci meno ovvii: «mi scopri – come da bambino – / che crepitano / i fuochi d’artifizio, / in un angolo buio, / ubriaco di liquirizia»). Di più, forse, i veri e proprii palinsesti della ‘conversione’, dove l’uso del dialetto già sospinge, quasi tout court, al racconto. Continua a leggere “Il lirismo narrativo di “U iréne””

Nella notte dei segni

Giovanni Tesio, Presentazione, in La préte de Bbacucche, cit., poi con il titolo La parola e il giorno in: G. Tesio, Prefatine, Mondovì, Boetti & C. Editori, 1989.

Potrei parafrasare una considerazione di Lotman: «La storia delle arti abbonda di ‘rinascimenti’, e cioè di resurrezioni di lingue artistiche del passato, percepite come innovatrici». Dico parafrasare perché non si può considerare il dialetto, tout court, come lingua artistica. Ma non si può nemmeno negare che il suo rinascimento odierno sia dovuto al suo nuovo statuto di ‘lingua di poesia’. Vecchia questione ornai, su cui è superfluo indugiare. La pretesa naturalezza del dialetto si trasforma in densità estrema di artificio. La speleologia della parola contraddice la storia e lo scarto che ne consegue è per se stesso una metafora. Il dialetto come ‘lingua di poesia’ afferma il suo statuto nel punto estremo di una negazione: e il paradosso è solo apparente. Anche Jakobson sostiene che nella storia del linguaggio standardizzato si verifica «la tendenza a risuscitare modelli arcaici, talvolta dimenticati da tempo». Nel caso del dialetto come ‘lingua di poesia’ la resurrezione è doppia. O può esserlo. Continua a leggere “Nella notte dei segni”

Chi non parla dialetto non può parlare con i propri morti

Tristano Bolelli, La lingua e i dialetti, in «La Domenica del Corriere» (Milano), 21-7-84.

Una raccolta di poesie nel dialetto pugliese di Mattinata, intitolata U iréne (Il grano), ci ha mandato, tempo fa, Francesco Granatiero, nella bella edizione curata da Mario dell’Arco, un poeta di ampio respiro di cui abbiamo già parlato, benemerito anche come editore di testi dialettali.

Passéte (“Passata”/”Usta”)

Recensione di Franco Pappalardo La Rosa

Francesco Granatiero, Passéte, Interlinea, Novara 2008 (Nota critica di Giovanni Tesio), pp.135, € 10

    In Passéte (Interlinea, Novara 2008, pp. 135, € 10, Nota critica di Giovanni Tesio)– traccia odorifera lasciata dal “cacherello” della lepre, in dialetto pugliese; oppure, nello stesso dialetto, passato: aggettivo di lontananza e participio passato di “passare”, indicante il superamento del tratto temporale, dell’azione, dell’età dell’esistenza ormai conchiusi –, Francesco Granatiero configura un io, nel cui discorso poetico aleggiano, insieme, l’ombra onnipresente della morte e le suggestioni evocative di oggetti, di paesaggi e di figure riferibili ad un’arcaica-resistente civiltà rurale, trascinate in un unico flusso ritmico, senza pause o cadute di tensione. Come se le cose, le stagioni, l’amara-dolce terra natale tormentata da caverne, precipizi, inghiottitoi, e le creature convocate nei versi, fossero frammenti sospesi dentro uno specchio spezzato che riflette, delle une, l’illusione d’essere reali e, delle altre, quella d’essere vive.

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Nell’orma un afrore di terra garganica

di Cosma Siani

Passéte, la recente silloge poetica di Francesco Granatiero nel vernacolo di Mattinata (Foggia)

Vorrei parlare di Passéte, recente silloge poetica in dialetto di Francesco Granatiero (Interlinea Edizioni), perché nei settantacinque brani che contiene, per metà inediti, credo si trovino alcune fra le migliori poesie di tutta la sua produzione. È una raccolta che conferma il carattere di fondo della sua poesia, ma ci dice anche qualcosa di più. Continua a leggere “Nell’orma un afrore di terra garganica”

Il dialetto dell’anima

Intervista di Antonio Rinaldi

Granatiero prega con Jacopone

A poco più di un anno dal libro Passéte [“Usta”/“Passato”] edito da Interlinea di Novara, esce in questi giorni, per i tipi delle Edizioni Cofine di Roma, un volumetto di patrenústre, ossia di preghiere, del poeta Francesco Granatiero. Il titolo, Patrenústre ótte a ddenére [“Paternostri otto a ddenaro”], è tratto dalla lauda Que farai fra’ Iacovone? di Jacopone da Todi e significa otto paternostri di penitenza per ogni soldo di debito contratto con il peccato. Jacopone, il grande francescano già rivisitato da Granatiero in occasione di un suo volume di trasposizioni intitolato Giargianese (2006), viene ora riproposto in tutta la sua magnificenza con otto laude profondamente assimilate dal poeta pugliese e offerte alla sensibilità dei suoi lettori. Continua a leggere “Il dialetto dell’anima”