Alessandra Cutrì intervista Francesco Granatiero

Da Insula Europea

3copiaFrancesco Granatiero è nato il 31 marzo 1949 a Mattinata (FG), dove fin da piccolo ha aiutato il padre nel lavoro dei campi e dall’età di ventidue anni si è trasferito a Torino, dove ha lavorato come medico e attualmente risiede. Ha scritto una dozzina di libri di poesia in dialetto, tra cui U iréne (Dell’Arco, 1983, presentato da Giovanni Tesio), La préte de Bbacucche (Ij babi cheucc, 1986, con introduzione di G. Tesio), Énece (Campanotto, 1994, prefato da Pietro Gibellini), Scúerzele (Cofine, 2002, con prefazione di Donato Valli e postfazione di Achille Serrao), Bbommine (Jocker, 2006, con prefazione di Franco Pappalardo La Rosa), Passéte e La chiéve de l’úrte (Interlinea, rispettivamente 2008 e 2011, con note critiche di G. Tesio), Varde (Aguaplano, 2016), Spòreve (Aragno, in corso di stampa). È anche autore di svariati studi scientificamente fondati, tra cui una grammatica storica (1987) e un dizionario (1993) del dialetto del suo paese d’origine, un profilo storico-linguistico-letterario della Puglia (2004) e un po(n)deroso Vocabolario dei dialetti garganici (2012), che raccoglie le parole dei diciassette comuni del Promontorio pugliese.

Alla pubblicazione della sua raccolta in lingua, Stormire (1974), come leggo nella presentazione di Giovanni Tesio al suo volumetto U iréne (1983), è seguito un periodo di “crisi” in cui non ha scritto poesie per circa due anni, per riscoprire in seguito il dialetto natio come mezzo espressivo più adeguato a dar voce alla sua ispirazione. Ci vuole raccontare cosa è accaduto?

A questa domanda rispondo – fin dove è possibile – con le stesse parole della dichiarazione privata fornita a Giovanni Tesio nel 1983. In Stormire parlo a mia madre morta in una lingua a lei sconosciuta, quella di Sbarbaro, Cardarelli, Betocchi. Mi chiedo se è a lei che parlo. Seguono due anni di silenzio o quasi, di ripensamenti, in cui cerco di capire quel libretto. Provo a rileggerlo con l’occhio e la mente di un lettore non pugliese. La “panchetta” di La cena, per esempio, non è la chiangarèdde, lo “sgabello di legno a tre piedi” che l’ha suggerita. C’è un notevole scarto tra la parola dialettale e la corrispettiva in lingua, così come tra questa e la cosa che si vorrebbe rappresentare. Quand’anche il termine sia traducibile (quatrarèdde “bambina”), se ne perde la carica affettiva, la risonanza intima. La realtà poi, come è ovvio, vi è trasfigurata, ricreata.

Finalmente, dopo circa due anni, scrivo U raspe sularine, la mia prima poesia in dialetto. È come se improvvisamente germogli in me qualcosa – non saprei dire se più un’immagine o un suono – legato a un ricordo vivo dell’infanzia, come quelli di Stormire. Si risveglia in me l’immagine sonora del grappolo solitario o  ‘solingo’, aggettivo luminoso, quasi come sularine [sularêinə], ma che carduccianamente ricorda l’italiano un po’ troppo lirico del volumetto in lingua. È il dialetto che viene a trovarmi a cinque-sei anni dall’abbandono del paese. Il dialetto, privo delle parole così usate in lingua (e così svuotate), mi pare subito più adatto a dire le mie cose, tanto più che quelle parole, quegli aggettivi di cui manca, non mi necessitano.

Provo allora a tradurre in dialetto alcune liriche di Stormire, ottenendo esiti diversi, veri ma diversi. Ancora una trasfigurazione, ma di senso opposto, con un maggiore accostamento alla realtà e ai suoi “muti testimoni”. Ne derivo, in più, la profonda convinzione dell’intraducibilità della poesia, e il senso di una mancanza di fiducia nella parola, già provato, per altri versi, in La lunga veglia (1968) — laddove in Stormire, come riflesso della poesia del primo Novecento, c’era quasi un culto della parola. Intraducibilità che verrà evidenziata in All’acchjitte (1976) dall’accostamento a fronte non già di una traduzione ad litteram, bensì di “pezzi” a sé stanti. Un motivo in più per scrivere i miei versi direttamente in dialetto.

Succede spesso che il proprio dialetto si riscopra dopo aver lasciato la terra natia; secondo lei, quanto incide la lontananza da casa e il bisogno di riallacciare un legame con la propria terra, con le proprie origini, e quindi la nostalgia, nella comunicazione poetica in dialetto e qual è la sua personale esperienza? Pensa di aver avuto sin da giovanissimo, già prima di partire per Pisa e poi per Torino, un particolare rapporto con la sua lingua materna?

Sicuramente la lontananza ha inciso in maniera determinante. Sebbene io stia lontano da Mattinata da ben oltre quarant’anni, posso dire di non essermene mai allontanato veramente, tanto è forte il legame con la lingua del luogo, con il dialetto in cui – lo dice Martin Heidegger – è la regione che parla, la terra che ci dà il radicamento, per cui perdendo la terra noi perdiamo anche il radicamento.

Prima di lasciare il paese il dialetto non aveva per me il significato profondo che avrebbe avuto dopo: lo avevo usato soltanto in qualche occasione per composizioni di carattere esclusivamente parodico.

Nelle sue poesie ricorrono temi e immagini che rappresentano un mondo ancestrale, oggi perduto, fatto di “parole-cose” tipiche di una civiltà contadina, che si caricano però di significati metaforici, come nel caso dell’énece, il ‘nidiandolo’, o dei Vinchie de stince e d’aulive, ‘Vinchi di lentisco e d’ulivo’. Frequente, ad esempio, è proprio l’immagine dell’albero, dell’ulivo, come nella sezione Aulive della raccolta antologica Varde (2016), in cui anche l’aspetto figurativo non è trascurato, essendo presenti tre suoi disegni. Cosa evoca in lei l’immagine dell’albero, e in particolare dell’ulivo, con le sue radici (Ràteche è il titolo di una sua poesia) che affondano nella terra e i suoi rami che s’innalzano al cielo?

Nella mia scrittura c’è molta antropologia, è vero, ma solo come pretesto di poesia. Ci sono riti e usi ormai tramontati, avvolti però come in una dimensione mitica. La civiltà contadina a cui fanno riferimento i miei versi è stata da me realmente vissuta ed è morta negli anni sessanta del secolo scorso. Essa è materia propria, imprescindibile documento dei miei lavori linguistici ed etnografici, legata in gran parte a mio padre, che è la prima delle numerose fonti orali intervistate per la grammatica e il primo dizionario, a completamento dell’acquisizione della lingua madre; ma semplice strato superficiale, umile crosta della tellurica essenza legata alla ricerca poetica, allo scavo psicologico nel rapporto con il padre autoritario e nell’assenza della madre o nella distanza dalla madre terra, in cui la parole resta sepolta o seminata. Certo il mito ha la sua parte e la catabasi poetica è drammaticamente legata a Dioniso, al suo scendere nell’Ade.

In quanto agli oggetti, alle cose del mio mondo, essi coincidono naturalmente con le parole della mia poesia e stanno in qualche modo come l’immagine sta al suono. Il nidiandolo, i vincastri, le grotte, i muri a secco si caricano di valori simbolici che sono tutt’uno con l’attuale disagio. Anche ràteche è una parola chiave. Essa è profonda espressione di identità, ma è pure, come e più dei rami, una ricerca di alterità. La stessa struttura della terzina dei poemetti (da La préte de Bbacucche a La bbèlla nóve) e del sonetto di settenari (dalle poesie di Énece a quelle dell’inedito Spòreve) è desunta dai tre vimini con cui lavora il panieraio e, rispettivamente, dalle innumerevoli serie di muretti a secco che trattengono la terra nei dirupi di Mattinata. Per quanto attiene all’ulivo, esso è per me una pianta con valore simbolico assoluto, il correlativo oggettivo della condizione umana, del poeta che trae dal buio la sua luce, del suo cielo che germoglia dalle radici. Per quanto riguarda infine i disegni di Varde, mi piace ricordare che il disegno e la pittura sono stati la mia prima grande passione fin da piccolo.

Il dialetto usato nelle sue poesie non è esattamente il mattinatese parlato, ma una sua personale “reinvenzione”, un vero e proprio idioletto. Come si esplica questa reinvenzione nei suoi versi? A quale livello: sintattico e fonetico (com’era da aspettarsi per un testo poetico) o anche morfologico e soprattutto lessicale? Fa uso, ad esempio, di neologismi?

Va subito precisato che “reinvenzione” non è un inventare dal nulla. Per capirlo bisogna andare all’origine etimologica del termine. “Inventare”, dal latino invenitare, è il frequentativo di invenire, e significa “trovare”, ossia ritrovare dentro ciò che si era smarrito, che esiste e che è a fondamento del nostro essere, ma che avevamo dimenticato, accantonato nel preconscio. Un invenire che interessa essenzialmente il lessico. La fonetica sarà quella propria della lingua materna e paterna, del latte e del pane che mi hanno nutrito. A livello sintattico, volendo fare un discorso un po’ più articolato rispetto a quanto richiesto dal dialetto, potrebbe più o meno consapevolmente intervenire un impercettibile apporto dalla lingua tetto, sebbene io tenda a mantenermi fedele all’uso dialettale, non disdegnando anche qualche anacoluto. In quanto ai neologismi, li accolgo solo dove se ne presenti la necessità. L’ho fatto in maniera non eclatante, quantunque significativa, nel volumetto Bbommine. Anche se, devo dire, il dialetto di un piccolo centro, diversamente da quello di città come ad esempio Lecce o Torino, o dal veneto (il cui scarto dalla lingua è assai minore), pur facendo largo uso del code-switching, è meno incline all’accettazione di termini estranei alla propria parlata, che, semmai, viene del tutto abbandonata a favore dell’italiano.

Mentre compone in dialetto pensa già alla traduzione in italiano. Quanto il suo dialetto poetico è agganciato alla lingua?

Ci sono stati dei casi in cui ho scritto contemporaneamente le due versioni, cercando nelle due lingue, a volte con la mediazione del latino, soluzioni simili. Normalmente traduco subito dopo, cercando il termine più preciso e rispettando, fin dove è possibile, anche l’ordine delle parole. Non nascondo però che usando il dialetto, acquisito per via naturale, e ora ritrovato in forza di studio e di memoria, in me possano agire anche l’italiano e il latino o altri etimi.

Oltre a comporre versi in lingua e in dialetto, lei si è dedicato alla resa di parti di opere letterarie dell’italiano nel suo dialetto, come ad esempio ha fatto nella raccolta Giargianese (2006), dove ha “tradotto” il sonetto XXVI della Vita nova e il canto I dell’Inferno, o anche nel suo blog Poesia e dialetti, dove sono apparsi il III e il V canto della stessa cantica dantesca. Recentemente, postando su academia.edu queste traduzioni insieme a quella, inedita, di un frammento dell’VIII canto dell’Inferno in un opuscolo dedicato a Dante (da lei definito «un omaggio nel volgare dei barbarizzanti»), ha dichiarato di non essere d’accordo con questo tipo di operazioni. Ci vuole dire perché? Qual è la principale difficoltà che ha riscontrato nel trasporre versi italiani in dialetto?

Voglio subito chiarire che considero Giargianese niente di più di un esercizio letterario. Il sottotitolo Poesie in altre lingue, e non da altre lingue, vuol dire proprio questo, che la poesia rimane nella lingua in cui è stata scritta, che essa, per quanto si faccia, è intraducibile, come avevo sperimentato fin dalla mia “conversione” al dialetto. Ciò è evidenziato anche dalla rinuncia a una traduzione letteraria dei miei testi dialettali, che si sono avvalsi, fin dal volumetto U iréne, di una versione interlineare, ancilla del testo, posta in calce ad esso e in corpo più piccolo rispetto all’originale.

Cosa ben diversa è la trasposizione dal volgare umbro al mio volgare garganico di alcune laude di Iacopone da Todi, edite con il titolo Patrenústre ótte a ddenére nel 2009 e ora riproposte, con non poche modifiche, in academia.edu con il titolo Patrenústre, ossia preghiere. Qui la traduzione è non tanto un’operazione letteraria quanto e prima di tutto un “esercizio spirituale”, la ricerca di un nuovo modo di accostarmi alla preghiera, oggi per me altrimenti inconcepibile.

In quanto a Dante, è lui stesso a dirci che la poesia è intraducibile: «nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare…». Tuttavia, fino a quando la maggior parte degli italiani parlava solo in dialetto, il travestimento dialettale dei classici nella parlata locale poteva essere un contributo alla loro conoscenza. Oggi, con il forte regresso della dialettofonia, la traduzione, non più necessaria, diventa, nel migliore dei casi, un nobile esercizio letterario. Esercizio da cui già Carlo Porta, suo primo e massimo – ma molto parziale – traduttore, prendeva le distanze, associandolo a un gusto erudito e giocoso ormai anacronistico.

Nel caso della “traduzione” in dialetto, da cui è troppo attendersi un residuo di poesia, bisogna però chiedersi se l’operazione è effettivamente una traduzione, o se non si tratti più propriamente di una riduzione, dal momento che si cerca – è in questa ambizione la vera, insormontabile difficoltà – di travasare il mare di una lingua letteraria nel secchiello di una parlata circoscritta. Considerando i criteri di valutazione linguistica di una traduzione, bisogna allora verificare con Eugene Nida, se è passato «nella lingua ricettrice il messaggio della lingua-fonte per mezzo dell’equivalente più prossimo e più naturale, prima per quanto concerne il senso, poi per quanto concerne lo stile».

Oggi più nessuno crede a virtù particolari del proprio dialetto, che lo rendano superiore alla lingua. Linguisticamente parlando non c’è differenza tra lingua e dialetto. Da un punto di vista letterarario, però, non possono considerarsi in maniera paritetica. Non è senza peso il background, la storia letteraria di una lingua. Il dialetto, soprattutto se periferico, può esserne addirittura privo. Sbaglia chi crede di dover tradurre Dante per provare l’idoneità del proprio dialetto a trattare con precisione e adeguatamente i contenuti e la forma della Commedia. Con tali presupposti, la traduzione diventa una sfida e il dialetto così nobilitato o restaurato è il risultato di uno sforzo e non può in alcun modo essere accostato all’equivalente «più prossimo e più naturale» di Nida.

La recente grande fortuna della Commedia espressa in un numero davvero impressionante di riduzioni dialettali, quando non riguardi autori filologicamente e linguisticamente consapevoli alle prese con trasposizioni frammentarie e limitate, sembra piuttosto appannaggio del sottobosco vernacolare. Personalmente credo non sia il caso, nel nuovo millennio, di riabilitare pratiche traduttive titaniche, oltre che velleitarie, non dico inutili – la poesia lo è comunque, e sdegnosamente – ma di certo poco sensate.

Che rapporto c’è fra la sua attività poetica e la sua attività di studioso di dialetti? Sono entrambe volontà di tramandare ai posteri la memoria di cose e parole o gli strumenti descrittivi del suo dialetto sono nati effettivamente per appropriarsi meglio del codice?

La paura della morte del dialetto – pienamente giustificata dal vertiginoso epocale cambiamento di civiltà del secolo breve – è alla base sia del paradosso della poesia neodialettale – il canto del cigno – sia dello straordinario sviluppo degli studi dialettologici. Per cui entrambe le ipotesi sono valide. L’appropriazione piena del proprio codice, poi, è per me fondamentale e tale dovrebbe essere per ogni poeta in dialetto, così come lo è – o dovrebbe essere – lo studio della lingua e della stilistica da parte di ogni poeta in lingua. Trovo anche onesto distinguere la bellezza del fatto linguistico in sé dal frutto della personale ricerca poetica. Oggi si scrive senza regole. Tutti che derogano, ma da cosa, se le regole vengono evase prima di essere apprese?

La scelta del dialetto presuppone la scelta di un codice linguistico inaccessibile ai più: nelle sue poesie si rivolge quindi ai suoi concittadini? C’è una sorta di complicità che la lega a loro e che esclude chi non padroneggia il medesimo codice linguistico? Le faccio questa domanda perché per me, che sono cresciuta in ambiente dialettofono e che uso il dialetto in ambiti ristretti della vita quotidiana e con poche persone (familiari, amici, compaesani), la mia lingua materna esprime più che altro un senso di appartenenza a una comunità, mi consente di avere un’immediatezza di espressione che in certi contesti l’italiano non mi dà, ma l’uso del mio dialetto esclude automaticamente chi non lo parla. C’è nella sua poesia una volontà di “ermetismo”?

Per quanto mi riguarda trovo che “scelta” non sia la parola giusta. Posso coscientemente affermare che io non ho scelto. È stato il dialetto – con la poesia – che il 16 maggio 1975 è venuto a cercarmi, uscendo dalla sua tana per farmi suo. Il dialetto da lingua della vecchia realtà – al massimo buona per la parodia – è diventato così lingua della poesia, mentre all’italiano resterà la quotidiana prosa del medico e dello studioso o, tutt’al più, i versi di qualche componimento giocoso in occasione del matrimonio di mia figlia o del pensionamento di qualche collega.

La “complicità” con i compaesani è per me possibile illustrando parole, proverbi o espressioni ormai desuete suscettibili di ilarità. Essa si stabilisce più facilmente con il poeta vernacolare, che descrive le beghe e i personaggi del luogo. Il paese si riconosce nel folclore, mentre la poesia in dialetto, che rifugge da esso, viene facilmente fraintesa. Non nego che tra i dialettofoni apulo-foggiani io abbia degli appassionati estimatori. Penso però che i miei versi possano essere maggiormente apprezzati dal comune lettore di poesia, spero non solo meridionale.

Non credo di voler essere ermetico. Il dialetto di oggi, sicuramente più comprensibile, non è quello della mia poesia, non tanto perché impuro, quanto perché altrettanto “utile” e vuoto che la lingua. Il mio dialetto è quello dei miei genitori, dei miei nonni, filtrato dalla memoria e pieno di termini arcaici, non di puro folclore, ma pregnanti, discreti, necessari. Termini custoditi nel pozzo più profondo e perciò idonei a caricarsi di valore simbolico o ad assumere un senso metaforico. La densità del testo, poi, non diversamente dall’odiena poesia in lingua, non giova certo alla comprensione. Io cerco, semmai, di darne una traduzione che sia la più precisa e chiara possibile.

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Dialetto di San Marco in Lamis

FRANCESCO PAOLO BORAZIO
Amore sedeticce

St’amore mia no méttë cchiù ccalima
e va’ a capìsce ngórpe ché arracama,
st’amore mia ce sécca alla curima
e no respónnë manghe a chi lu chiama. Continua a leggere “Dialetto di San Marco in Lamis”

Dialetto di Alberona

GIACOMO STRIZZI
Frónne e frùsce

Favugne, quanne mene
nderrate, té duje sórte
de rampe: p-a cchiù longhë,

strappe all’àrbere i frónne;
da nderre, p-a cchiù córtë,
gerenne e reggerenne,

recogghie i frùsce morte.

Foglie e fronde – Favonio, quando soffia impetuoso, ha due sorta di rampe: con la più lunga, strappa agli alberi le foglie verdi, con la più corta, girando e rigirando, raccoglie per terra le foglie morte.

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Il testo, in dialetto di Alberona (Fg), viene trascritto in grafia DAM (manuale) dal volumetto di Giacomo Strizzi, Frónne e frussce, Foggia, Leone, 1958.