Parole essenziali

Giovanni Tesio, Parole essenziali. Un sillabario, Novara, Interlinea, 2014

Al precetto di Joubert «mettere un intero libro in una pagina, una pagina in una frase e quella frase in una parola» si ispirò alla fine dei suoi giorni Lalla Romano. A lei si rifanno ora queste Parole essenziali del noto critico letterario Giovanni Tesio, un autore – finalmente scrittore in proprio – la cui opera si è sempre formata all’insegna di «magrezza e brevità».

Questo piccolo vocabolario portatile è in qualche modo la prosecuzione del libro I più amati, una sorta di vademecum sulla lettura, sulla letteratura e sulla poesia, edito dallo stesso editore nel 2012.

Al sillabario non è estranea La nuova enciclopedia di Savinio e ancor meno – per ammissione dell’Autore – lo sono i due “sillabari” di Goffredo Parise. Sono cinquantacinque “lemmi”, da Accoglienza a Voce, attraverso parole come Bosco, Diligenza, Dio, Gioia, Libro, Luogo, Nostalgia, Rima, Vita. Quest’ultima ha un incipit che forse racchiude il segreto del libro. È nella vita, infatti, che queste parole essenziali amalgamandosi tendono alla loro mirabile fusione. Fusione sostenuta dalla filosofica “debolezza” del post-moderno: «Vita, la paroletta semplice, la paroletta enorme, la paroletta dei misteri. Tutto contiene, tutto intreccia, tutto accoglie, tutto comprende».

Le parole qui raccolte (e raccontate) sono state scelte con il cuore e con la mente, sono parole fuori corso, occultate o in crisi, di intatta bellezza, sono le parole che hanno accompagnato o accompagnano i giorni della propria vita, che rincorrendosi di pagina in pagina non chiuderanno il cerchio, ma avranno la loro unità fatta di coesione o coerenza, di sollecitazione ad altri ingressi o percorsi.

Sono parole intrecciate a moltissime citazioni. E come potrebbe essere diversamente? D’altronde – dice Montale – «Occorrono troppe vite per farne una». Un grande lettore come Tesio non ha certo bisogno di esibire il suo sapere, né uno scrittore della sua tempra necessita di brillantezza. Ci sono molte pagine in questo libro, come quelle di Infanzia o di Tenerezza, così incisive e robuste, che si imprimono per sempre nella memoria. Tesio critico e uomo riunisce qui i suoi autori amati, le loro parole vive, i suoi “pezzi di cuore”. Così Roberto Cicala, al Salone del libro di Torino, ha chiamato queste citazioni che lo stesso Tesio, nella Prefazione al libro, bene ed elegantemente definisce «una convocazione di saperi»: sono le molte vite che fanno la sua vita, i saperi in cui si riconosce e con cui si interroga, i termini di confronto a cui rapporta le sue idee, ad esempio, sull’amicizia: «L’amicizia è nutrimento esistenziale, è coincidenza di gusto, è connubio di parola (lessico e tono), è duetto di voci, indulgenza di questioni, attraversamento di destini»; sulla brevità: «La brevità è vibrante, guizzante, fulminea, lesta; converte la ragione in intuizione; brucia le scorie di ogni lungaggine, di ogni indugio; non porta con sé né zeppe né zavorra; è economicissima, perché mira al massimo del rendimento possibile; è tesa come la corda di un violino un po’ diabolico, perché non dà tregua all’archetto; si contrae fino allo spasimo, non si distrae né protrae, semplicemente attrae nell’orbita della sua sobrietà»; o sulla tanto disprezzata mediocrità, che oggi più che mai potrebbe «trovare una collocazione virtuosa. La mediocrità che dovrebbe aprirsi un varco e “tenere il campo”, scongiurando il peggior grado della “nullità” invadente, ma che si dà arie di contare per qualcosa di grande. In tanta ignobile gara a mostrarsi e a proporsi come portatori di genialità e di eccezionalità – virtù a buon mercato – anche la “mediocrità” può dirci (e darci) un insegnamento utile, apprezzabile, difficile da cogliere, ma tanto più onesto e sincero».

Parole essenziali è un libro fatto della sostanza delle sue parole migliori, un libro che fa largo uso di equilibrio, diligenza, discrezione, umiltà. Un libro in cui confluiscono l’arte della critica – intesa come un «indagare nell’ombra di una inevitabile simbiosi» –, l’etica, la pedagogia – Tesio ha insegnato nelle scuole di ogni ordine e grado –, la politica anche. Un libro da prendere ad esempio, un libro che è soprattutto una lezione di gusto e di misura.

Francesco Granatiero

Da «Studi Medievali e Moderni», 1-2, 2014, pp. 324-325.

Ha ancora senso il dialetto in poesia?

DSCN4759di Francesco Granatiero

Ci si chiede se ha ancora senso il dialetto in poesia, e non la poesia in dialetto, perché la poesia, se è necessaria, ha sempre senso, indipendentemente dal tempo e dalla lingua in cui viene scritta. Dante e Omero sono molto più contemporanei di tanta poesia odierna.

Orbene, quali sono i motivi per cui il dialetto – lingua madre e madre delle lingue – in poesia potrebbe oggi non avere senso?

Il dialetto è una lingua morta o moribonda, che non ha o quasi un pubblico in grado di apprezzarne le qualità in poesia? Oppure il dialetto è ormai soltanto una comoda opportunità o peggio un pretesto letterario, e la produzione dialettale non scaturisce più da vera necessità?

È noto che sono a rischio d’estinzione circa la metà delle lingue parlate oggi nel mondo. Rischio corso anche dai nostri dialetti. La civiltà contadina e artigiana con tutta la terminologia ad essa legata è ormai sommersa. Il radicale mutamento sociale, con i nuovi media e i social network, minaccia la fine dei dialetti e delle lingue minoritarie, compreso l’italiano. La società multietnica e l’espatrio di molti nostri giovani non lasciano ben sperare. Ma nelle lingue, si sa, c’è un continuo ricambio di parole, e non solo. A ben guardare una lingua non è mai morta: il latino, per esempio, sopravvive in tutte le lingue romanze. I dialetti del futuro saranno sempre più prossimi all’italiano, ma avranno ancora lunga vita ed essi, anche se ridotti a una semplice patina della lingua, sono ugualmente buoni per la poesia. Valga l’esempio di Trilussa o di dell’Arco. Per cui il futuro potrebbe riservarci il paradosso di una perdita di lettori dialettofoni e di un incremento di potenziali lettori di poesia dialettale. D’altronde la poesia in dialetto sembra avere una vita autonoma rispetto alla dialettofonia. Essa infatti non è in genere apprezzata in ambito locale, dove è anzi spesso fraintesa e confusa con il folclore. Si pensi a Virgilio Giotti, che veniva escluso dalle antologie triestine. E si pensi alla poesia neodialettale. Pur dando molta importanza all’oralità e alla phoné (sto pensando a Raffaello Baldini), non credo però, come si sente dire, che la poesia in dialetto non vada capita, ma solo ascoltata. L’ascolto di una lingua straniera letta in un certo modo ha il suo fascino, ma siamo sicuri di ascoltare poesia? In ogni caso il pubblico legge i poeti, quando li legge, ma preferisce ascoltare la musica. Diversa cosa è il grammelot di Dario Fo, che è soprattutto gestualità, mimica, e mira a un effetto comico o farsesco, proprio del teatro.

Le facilitazioni offerte da editoria, creazione di eventi, blog, siti e reti sociali sembrano accrescere la visibilità, a scapito della qualità e dando l’impressione di una moda. Ove così non fosse, resta comunque il dato impressionante della stura neodialettale, definita da Giovanni Tesio «una comoda scorciatoia al rovo e al rovello esistenziali».

Permane il rischio, come evidenziato dal critico, di «instaurare un dialogo chiuso tra il mondo dell’autore e quello della filologia». Per cui ci si chiede, con lui, «quale mai possa essere il pubblico della poesia neodialettale», un pubblico di iniziati, certo, come quello della poesia tout court –, ma anche di lettori in qualche misura specializzati. C’è un rischio che non dipende tanto dal destino del dialetto quanto da un fenomeno di iperletterarietà, «il rischio di approdare a una nuova arcadia dialettale».