Ha ancora senso il dialetto in poesia?

DSCN4759di Francesco Granatiero

Ci si chiede se ha ancora senso il dialetto in poesia, e non la poesia in dialetto, perché la poesia, se è necessaria, ha sempre senso, indipendentemente dal tempo e dalla lingua in cui viene scritta. Dante e Omero sono molto più contemporanei di tanta poesia odierna.

Orbene, quali sono i motivi per cui il dialetto – lingua madre e madre delle lingue – in poesia potrebbe oggi non avere senso?

Il dialetto è una lingua morta o moribonda, che non ha o quasi un pubblico in grado di apprezzarne le qualità in poesia? Oppure il dialetto è ormai soltanto una comoda opportunità o peggio un pretesto letterario, e la produzione dialettale non scaturisce più da vera necessità?

È noto che sono a rischio d’estinzione circa la metà delle lingue parlate oggi nel mondo. Rischio corso anche dai nostri dialetti. La civiltà contadina e artigiana con tutta la terminologia ad essa legata è ormai sommersa. Il radicale mutamento sociale, con i nuovi media e i social network, minaccia la fine dei dialetti e delle lingue minoritarie, compreso l’italiano. La società multietnica e l’espatrio di molti nostri giovani non lasciano ben sperare. Ma nelle lingue, si sa, c’è un continuo ricambio di parole, e non solo. A ben guardare una lingua non è mai morta: il latino, per esempio, sopravvive in tutte le lingue romanze. I dialetti del futuro saranno sempre più prossimi all’italiano, ma avranno ancora lunga vita ed essi, anche se ridotti a una semplice patina della lingua, sono ugualmente buoni per la poesia. Valga l’esempio di Trilussa o di dell’Arco. Per cui il futuro potrebbe riservarci il paradosso di una perdita di lettori dialettofoni e di un incremento di potenziali lettori di poesia dialettale. D’altronde la poesia in dialetto sembra avere una vita autonoma rispetto alla dialettofonia. Essa infatti non è in genere apprezzata in ambito locale, dove è anzi spesso fraintesa e confusa con il folclore. Si pensi a Virgilio Giotti, che veniva escluso dalle antologie triestine. E si pensi alla poesia neodialettale. Pur dando molta importanza all’oralità e alla phoné (sto pensando a Raffaello Baldini), non credo però, come si sente dire, che la poesia in dialetto non vada capita, ma solo ascoltata. L’ascolto di una lingua straniera letta in un certo modo ha il suo fascino, ma siamo sicuri di ascoltare poesia? In ogni caso il pubblico legge i poeti, quando li legge, ma preferisce ascoltare la musica. Diversa cosa è il grammelot di Dario Fo, che è soprattutto gestualità, mimica, e mira a un effetto comico o farsesco, proprio del teatro.

Le facilitazioni offerte da editoria, creazione di eventi, blog, siti e reti sociali sembrano accrescere la visibilità, a scapito della qualità e dando l’impressione di una moda. Ove così non fosse, resta comunque il dato impressionante della stura neodialettale, definita da Giovanni Tesio «una comoda scorciatoia al rovo e al rovello esistenziali».

Permane il rischio, come evidenziato dal critico, di «instaurare un dialogo chiuso tra il mondo dell’autore e quello della filologia». Per cui ci si chiede, con lui, «quale mai possa essere il pubblico della poesia neodialettale», un pubblico di iniziati, certo, come quello della poesia tout court –, ma anche di lettori in qualche misura specializzati. C’è un rischio che non dipende tanto dal destino del dialetto quanto da un fenomeno di iperletterarietà, «il rischio di approdare a una nuova arcadia dialettale».

Giovanni Tesio poeta

 

di Francesco Granatiero

Tesio

Del côté poetico di Giovanni Tesio, il noto studioso, critico letterario, filologo e storico della lingua, si ricorda il precedente In punto di svolta (1985), recante l’acuta prefazione di Pietro Gibellini, una corona gemmata ed irta di sonetti tutt’altro che canonici, con assenze di rime, spesso sostuite da assonanze e consonanze, paronomasie, ipometri e ipermetri, dove un dantesco trobar clus s’infratta in dedali e labirinti, per mezzo di una lingua estremamente colta e raffinata, densa ed espressiva, piena di arcaismi, latinismi, neologismi, tecnicismi. Continua a leggere “Giovanni Tesio poeta”

L’acciarino e la pietra focaia

Francesco Granatiero su
Giovanni Tesio
I più amati. Perché leggerli? come leggerli?
Novara, Interlinea, 2012

Lo scrittore Sebastiano Vassalli sul “Corriere della Sera” dell’11-3-2012, in un trafiletto dal titolo pedagogico-evangelico Lasciate che i ragazzi leggano a caso, sottolinea che quando si incomincia a leggere «ci si innamora della lettura, prima che dei libri» e che tutti i “grandi lettori” da lui incontrati hanno incominciato con letture casuali. Di questi lettori ne ricorda tre: Daniele Ponchiroli, «un protagonista un po’ in ombra della vecchia Einaudi»; il milanese Mario Spinella, che diceva di dovere ai libri alcuni dei momenti più belli della sua vita; e Giovanni Tesio, le cui coordinate di origini contadine e di scoperta della lettura vanno individuate «in un piccolo paese della pianura piemontese tra Pellice e Po, tra prati, campi e rii…». Continua a leggere “L’acciarino e la pietra focaia”

Su Mario Lattes

Franco Pappalardo La Rosa

L’“OMBRA” E GLI SPECCHI:
LA DISINTEGRAZIONE DELL’IDENTITÀ
DEL PERSONAGGIO-IO NEL ROMANZO
L’AMORE È NIENTE

Il protagonista, io-narrante in prima persona, del romanzo breve di Mario Lattes L’amore è niente,[1] è un piccolo borghese “inetto”, un uomo “senza qualità”. Di sé quest’io non dice il nome, preferisce rimanere anonimo, perché «può sempre esserci qualcuno che se ne serve per farci del male. Dire un nome può portare molta disgrazia».[2] Proprietario di un negozietto di ottica ereditato dal padre, sta personalmente al bancone della vendita degli occhi artificiali (più che altro, trascorre il tempo a modellare teste di conoscenti con la plastilina e ad applicarvi gli occhi di vetro); lascia, invece, che a servire le montature e le lenti per gli occhiali ai rari clienti provveda il commesso Fumel, con il quale intrattiene un rapporto ambiguo: gli affida, sì, l’intera gestione dell’attività commerciale, però lo teme, ne sospetta presunte trame e sotterfugi intesi a sottrargli la titolarità del negozio («Lo venderò, il negozio? O il Fumel ha già tramato per diventare lui il padrone? Del Fumel non mi fido, non c’è da fidarsi…»).

>>> L'”ombra” e gli specchi

Su Alfredo De Palchi

Franco Pappalardo La Rosa

NELLA «BUIA DANZA» DELL’ESISTENZA
Appunti sulla poesia di Alfredo de Palchi

1. C’è, in Sessioni con l’analista[1], una sezione intitolata Un ricordo del 1945, i cui tredici monologhi, incastonanti fulminei segmenti dialogici e impostati sul presente storico (che è quello della memoria graffiata dall’artiglio della sofferenza e, pertanto, un tempo riattualizzato), affondano lo scavo nell’irrimarginata ferita che ha dilacerato l’io nel corpo e nello spirito al tempo della sua giovinezza, quando, ingiustamente accusato, inquisito, torturato, condannato e trascinato infine nell’inferno di diverse patrie galere, dovette soggiacere alle brutalità, al sadismo delle guardie, alle privazioni e alle durezze del sistema carcerario.

Michele Vocino: nel “nóstos” il segreto di uno scrittore a tutto tondo

di Francesco Granatiero

Michele Vocino è nato a Peschici il 27 settembre 1881 da Giacomo, che, appena ventenne fu con Garibaldi a Bezzecca, dove riportò una ferita in combattimento, e da Blandina Libetta, figlia del comandante della prima nave a vapore che varcò il Mediterraneo, ossia di quel Libetta poi deputato al Parlamento napoletano. Per di più tra gli antenati di Blandina c’era il grande filosofo, storico e giurista Pietro Giannone. (1)

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