Canzoniere in lingua madre

TesioGiovanni Tesio, Vita dacant e da canté, Centro Studi Piemontesi, 2017

Francesco Granatiero

CANZONIERE IN LINGUA MADRE

«La forza dell’unità è nel due/ anzi nel tre che fonde tutti i contrasti» è detto nell’ultimo sonetto (pagina 369) di Vita dacant e da canté, un canzoniere di trecentosessatanove sonetti, appunto, dove il noto critico e massimo conoscitore della poesia in dialetto Giovanni Tesio, standosene «dacant», ossia di lato – come dice, stupito, nel sonetto proemiale – canta «’d còse cite», di cose piccole, traendole, a saliscendi, dall’acqua di un pozzo profondo: «mi lascio prendere a spintoni/ se – mai più io – sono la mia canzone che mi sogna» (I), una canzone “dittata” nel dialetto della sua infanzia, quello di Pancalieri (To), gelosamente e segretamente costodito fino ai settant’anni, per ubbidire a un’interiore, imperioso e inesauribile zampillo.

Tesio – come bene evidenzia Pietro Gibellini nella intensa prefazione – «fa poesia del presente, vi riassorbe agostinianamente il passato in ricordo, il futuro in immaginazione». E lo fa in un modo così definitivo e concluso da far dire al finissimo critico ed empatico lettore: «questo è forse il più bel libro di poesia in lingua e in dialetto che io ho letto dall’inizio del nuovo millennio; certo il più toccante e originale»; «così vero, così acutamente e coraggiosamente sincero» (Gibellini).

Tesio, poeta con in testa «mach cerese», solo ciliegie, e «nessuna signorina greca (nessuna Musa)», come e diversamente da Montale, ama «le strade strette, un po’ nascoste/ che viaggiano lungo gli orti» (224), prende un viottolo che gli apre un mondo mostrandogli un’aiuola, mentre di dentro giungono voci che lo «mettono a nudo» (3). Così, con nelle midolla il paese (4), canta «’d mama e ’d pà» (10); dei suoi «temp masnà» (tempi bambini) in cui, con il suo cestino borbottava sottovoce «lumaca lumacotto…» lungo l’acqua dei fossi (12) o «piove piove, la gallina fa più uova» (24); del corniolo che «friciola» (pascolianamente «sgrigiola») (13); del papà «con quegli occhi che sulle due sponde/ cantavano come gli uccelli sui loro rami» (18); della mamma che «aveva la pelle come una nocciola» (22); di sé «poeta per le rime/ che cerca di mettere del bello dove c’è il brutto», per non sentirsi «troppo un figlio assassino» (23) o «come un Lazzaro uscito dal sepolcro/ che gli fioriscono le parole sulla bocca» (24), le sue parole che erano «pane e maiale/ e fienile e stalla e sottotetto/ e zolla e campo e prato e “di’ la preghiera// perché l’angelo ti salvi dalla rovina”» (29). E la parola, la scrittura, la poesia continua a parlare di sé, a cercare la sua ragione e a cantare il suo mistero esplicitamente almeno fino al sonetto XCIV, attraverso una ricchezza di immagini e suoni che germogliano dal profondo e che sorprendono per l’alto magistero, non del professore, ma del poeta che ora è un falegname, ora un bravo ciabattino ed ora un paziente, umile sarto. «La poesìa a l’é com na porila/ ch’a fa la barivela e a sta da chila» (La poesia è come una ragazza/ che fa l’impertinente e sta per conto suo) (73), «La piccola lezione che possa mai fare/ è una sola: di lasciarsi andare/ per rimescolare il cuore e il ventriglio» (75).

«I versi sono quattordici ma la vita/ è molto più frondosa e non si prende mai» (94), così come non è possibile qui dare un resoconto neppure sommario di tutte le occasioni di poesia doviziosamente e acutamente esplorate. E allora farò come Tesio con le sue Parole essenziali – un sillabario che aiuta a entrare nel suo mondo –: cogliere qua e là solo qualche germoglio, per farne un distillato simile all’essenza di menta o di altre erbe aromatiche che si coltivavano e distillavano a Pancalieri: trascegliere un verso o una parola dalle osservazioni di chi, stando «dacant», con gusto minimalistico ci confida abitudini e tic; oppure si guarda dentro senza riuscire a districarsi, finché una «cita faravòsca», una piccola favilla, non venga «a sbrogliare il grumo» (97); o pascolianamente ascolta «doi passaròt ch’a canto ’l sò latin» (101); o indicibilmente gode fino ai «mignoli che friccicano e fremono come spilli» (119) dal piacere di vedere i suoi «novodin» (nipotini).

E continuare spigolando: dalle meditazioni sulla vita (122-142), «deroga delle regole» (122), che la parola non può che tradire, perché porta «’l braje a la scagassa» (i pantaloni laschi) e l’ombra l’accompagna in ogni luogo (141); magari dalla Suite per Joana e dalle altre poesie d’amore (143-158); dalle considerazioni sulla bestemmia che a volte risuona con meno ipocrisia rispetto a «j’ambossor», gli imbuti, che ostentano di riempirsi della «grassia dël Signor» (166); dalla meditazione sulla propria morte mentre il prete parla di «Nosgnor» risorto (169), sulla morte che gli faccia l’occhiolino e lo prenda in cura serrandolo in un abbraccio come una madre (187), sulla morte che è «come il sogno di un bastimento/ che si avvia tra favola e fantasia» (188); dai versi ispirati a Giotto agli Scrovegni: «A sinistra le piante che hanno ceduto alla morte/ a destra il frutto dell’uomo che è il Risorto./ E dentro un vento che invita a mettere le ali» (170); dal tormento di chi ha perso la fiducia: «Io rodo l’osso della tua inesistenza/ e me ne sto lì a grattarlo da Caino» (171), «guardo il vuoto e scopro un infinito/ che mi guarda con due occhi non poco cupi/ e mi getta in un abisso vertiginoso// dove vive la bestia del divino/ che se ne sta nascosta» e «nient’altro fa che divertirsi» (173); o dalla irridente terzina, un po’ alla Dell’Arco: «Zitto tu, nemmeno io ti parlo più/ e se è vero che tu sei un buon pastore/ vieni tu a cercarmi: io sono qui, Signore» (174); dalla luce che sta rinchiusa in «un neir përtus», in un buco nero (202) o che scaturisce dal «buio seme» di Pasolini, per uccidere «gli spaventi delle nostre notti» (203); o dall’armonia, dalla «musica nascosta/ che riesce a maritare tutto il mondo» (208).

Il dialetto della generazione di Giovanni Tesio, diversamente dal dialetto imparaticcio di tanti neodialettali, è la lingua madre succhiata con il latte, ma è anche il piemontese con una lunga storia letteraria; è la lingua universale di chi guarda «dacant» e parla del villaggio, ed è anche la lingua che può accogliere con estrema naturalezza gli italianismi della vita e della cultura del professore. Si veda il sonetto monorimo sull’«eternità» (209), parola naturaliter in rima con «finitività», «circolarità», «verità», «umanità»; e si badi come, nel contesto in lingua piemontese, in questo caso si avverta la necessità dell’italiano anche per una parola come «verità», che al dialetto non manca (vrità).

Il canzoniere continua parlando di scienza e di mistero (210); di memoria e oblio (211-213); della natura indifferente (214); di migranti, naufragi, guerra (215-217); del mare raffigurato in tutta la sua luce (218); della tempesta (226) che lascia «dovunque una grande desolazione./ Ma sopra, un sole da far girare i coglioni»; di paesaggi desolati (227) o in pieno movimento (225); di stagioni (228-245) con fiori e letame, cascine e attrezzi, api e rugiada, e pioggia fango foglie brina neve nebbia; della sua Torino e dei suoi luoghi (240-255); del paesaggio visto dal treno Torino-Vercelli, che spesso richiama quello dell’infanzia (256-263); di montagne campagne strade (264), dove tutto è acutamente distinto con vivida fantasia; e di molto altro, fino al sonetto conclusivo.

A questo punto riporto una quartina un po’ a caso, per apprezzare la bellezza del piemontese di Tesio, delle sue paronomasie: «A-i é ’d vòte ch’am ciapa na flin-a/ pì falurca ’d na tòla ch’a dagna/ na fërleca ch’a sagna ch’a sagna/ e ch’as vira an na brossa cagnin-a…» (Ci sono delle volte che mi prende una stizza/ più bizzarra di una latta bucata/ una ferita che sanguina sanguina/ e si rivolta in una pustola amara…) (341).

E per chiudere, cito per intero il sonetto CCCLIV, il cui incipit ricorda Saba, ma non perché sia il migliore (potrei segnalare i sonetti di pagina 204, 216, 274, 302, 349 o quelli delle pagine 304-308, tendenti a una esemplare moralité, dove – come evidenziato da Gibellini – dalle piccole cose si «trae spunto per veri abissi meditativi»), bensì solo per evidenziare come, anche con un soggetto poeticamente umile e trito, il realistico, concreto, sobrio, schietto e originale dettato conservi nella traduzione tutta la sua tenuta e il suo fascino di grande poesia: «L’altro giorno ho parlato a un passerotto/ che si è posato sopra un filo di ferro/ e gli ho detto: tu sei un fagottino/ e io non sono più grosso, te lo dico schietto.// Ma lui mi ha guardato, i due occhi duri/ e mi ha gargarizzato con sapienza/ i suoi cip cip che in coscienza/ non sono riuscito a decifrare con sicurezza.// Tuttavia mi sembra di poter dire che senza/ fare il finto tonto/ mi invitasse a vivere di conseguenza.// E questa conseguenza, poco da dire,/ fosse quella di rispettare il suo nido/ che per lui è il cuore dell’esistenza.»

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Pubblicato in «L’Immaginazione», 303, gennaio-febbraio 2018, pp. 26-27

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Parole essenziali

Giovanni Tesio, Parole essenziali. Un sillabario, Novara, Interlinea, 2014

Al precetto di Joubert «mettere un intero libro in una pagina, una pagina in una frase e quella frase in una parola» si ispirò alla fine dei suoi giorni Lalla Romano. A lei si rifanno ora queste Parole essenziali del noto critico letterario Giovanni Tesio, un autore – finalmente scrittore in proprio – la cui opera si è sempre formata all’insegna di «magrezza e brevità». Continua a leggere “Parole essenziali”

Giovanni Tesio poeta

 

di Francesco Granatiero

Tesio

Del côté poetico di Giovanni Tesio, il noto studioso, critico letterario, filologo e storico della lingua, si ricorda il precedente In punto di svolta (1985), recante l’acuta prefazione di Pietro Gibellini, una corona gemmata ed irta di sonetti tutt’altro che canonici, con assenze di rime, spesso sostuite da assonanze e consonanze, paronomasie, ipometri e ipermetri, dove un dantesco trobar clus s’infratta in dedali e labirinti, per mezzo di una lingua estremamente colta e raffinata, densa ed espressiva, piena di arcaismi, latinismi, neologismi, tecnicismi. Continua a leggere “Giovanni Tesio poeta”

L’acciarino e la pietra focaia

Francesco Granatiero su
Giovanni Tesio
I più amati. Perché leggerli? come leggerli?
Novara, Interlinea, 2012

Lo scrittore Sebastiano Vassalli sul “Corriere della Sera” dell’11-3-2012, in un trafiletto dal titolo pedagogico-evangelico Lasciate che i ragazzi leggano a caso, sottolinea che quando si incomincia a leggere «ci si innamora della lettura, prima che dei libri» e che tutti i “grandi lettori” da lui incontrati hanno incominciato con letture casuali. Di questi lettori ne ricorda tre: Daniele Ponchiroli, «un protagonista un po’ in ombra della vecchia Einaudi»; il milanese Mario Spinella, che diceva di dovere ai libri alcuni dei momenti più belli della sua vita; e Giovanni Tesio, le cui coordinate di origini contadine e di scoperta della lettura vanno individuate «in un piccolo paese della pianura piemontese tra Pellice e Po, tra prati, campi e rii…». Continua a leggere “L’acciarino e la pietra focaia”

Su Mario Lattes

Franco Pappalardo La Rosa

L’“OMBRA” E GLI SPECCHI:
LA DISINTEGRAZIONE DELL’IDENTITÀ
DEL PERSONAGGIO-IO NEL ROMANZO
L’AMORE È NIENTE

Il protagonista, io-narrante in prima persona, del romanzo breve di Mario Lattes L’amore è niente,[1] è un piccolo borghese “inetto”, un uomo “senza qualità”. Di sé quest’io non dice il nome, preferisce rimanere anonimo, perché «può sempre esserci qualcuno che se ne serve per farci del male. Dire un nome può portare molta disgrazia».[2] Proprietario di un negozietto di ottica ereditato dal padre, sta personalmente al bancone della vendita degli occhi artificiali (più che altro, trascorre il tempo a modellare teste di conoscenti con la plastilina e ad applicarvi gli occhi di vetro); lascia, invece, che a servire le montature e le lenti per gli occhiali ai rari clienti provveda il commesso Fumel, con il quale intrattiene un rapporto ambiguo: gli affida, sì, l’intera gestione dell’attività commerciale, però lo teme, ne sospetta presunte trame e sotterfugi intesi a sottrargli la titolarità del negozio («Lo venderò, il negozio? O il Fumel ha già tramato per diventare lui il padrone? Del Fumel non mi fido, non c’è da fidarsi…»).

>>> L'”ombra” e gli specchi

Su Alfredo De Palchi

Franco Pappalardo La Rosa

NELLA «BUIA DANZA» DELL’ESISTENZA
Appunti sulla poesia di Alfredo de Palchi

1. C’è, in Sessioni con l’analista[1], una sezione intitolata Un ricordo del 1945, i cui tredici monologhi, incastonanti fulminei segmenti dialogici e impostati sul presente storico (che è quello della memoria graffiata dall’artiglio della sofferenza e, pertanto, un tempo riattualizzato), affondano lo scavo nell’irrimarginata ferita che ha dilacerato l’io nel corpo e nello spirito al tempo della sua giovinezza, quando, ingiustamente accusato, inquisito, torturato, condannato e trascinato infine nell’inferno di diverse patrie galere, dovette soggiacere alle brutalità, al sadismo delle guardie, alle privazioni e alle durezze del sistema carcerario.

Michele Vocino: nel “nóstos” il segreto di uno scrittore a tutto tondo

di Francesco Granatiero

Michele Vocino è nato a Peschici il 27 settembre 1881 da Giacomo, che, appena ventenne fu con Garibaldi a Bezzecca, dove riportò una ferita in combattimento, e da Blandina Libetta, figlia del comandante della prima nave a vapore che varcò il Mediterraneo, ossia di quel Libetta poi deputato al Parlamento napoletano. Per di più tra gli antenati di Blandina c’era il grande filosofo, storico e giurista Pietro Giannone. (1)

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