La questione linguistica dei dialetti di Puglia

di FRANCESCO GRANATIERO

Premessa

Questa sera, stando al programma estivo, dovrei presentare un libro intitolato La questione linguistica dei dialetti di Puglia, senonché non di libro si tratta, bensì di una relazione inedita. Tuttavia c’è un mio libro che non ho mai presentato né a Mattinata né altrove ed è La memoria delle parole / Apulia / Storia, lingua e poesia (Grenzi, 2004), un lavoro da cui mi piace prendere le mosse, un testo parascolastico dove l’insegnamento del dialetto si limitava a promuovere la consapevolezza linguistica, evidenziando la ricchezza culturale della varietà con esempi raccolti sul campo o attraverso lo studio della letteratura in dialetto più accreditata, nell’ambito comunque della didattica dell’italiano, e non – aggiungo ora – in antagonismo alla lingua, come in anacronistiche rivendicazioni, tanto più inopportune nel 150° dell’Italia unita.

Ma l’occasione odierna per un discorso sui dialetti pugliesi mi è data dall’uscita di un altro libro, Voci del tempo / la Puglia dei poeti dialettali, a cura di Sergio D’Amaro e con note linguistiche del sottoscritto, proposta dalla Biblioteca comunale di Noci e da poco edita dal Gelsorosso di Bari: un’antologia (libro e cd) delle voci di sei poeti, uno per provincia, che – a parte la mia di Capitanata – include il compianto Pietro Gatti di Ceglie Messapica (BR), a suo tempo registrato, lo scomparso Nicola Giuseppe De Donno di Maglie (LE), interpretato da un attore, Lino Angiuli di Valenzano (BA), Claudio De Cuia di Taranto e Grazia Stella Elia di Trinitapoli (BAT).

Fu appunto, per la presentazione di Voci del tempo, che al Salone del Libro di Torino, il 15 maggio di quest’anno, mi toccò parlare dei dialetti di Puglia. La presente relazione è una rivisitazione e un approfondimento di quell’excursus, che non fu comunque l’improvvisazione di un poeta, per giunta medico, ma – sia detto a scanso di equivoci – la sintesi di un percorso trentennale scandito da diverse opere, tra cui una grammatica storica del dialetto di Mattinata (1987), un dizionario dello stesso dialetto (che ha fatto da apripista a una vasta, altrui lessicografia), la suddetta Memoria delle parole e un imponente Vocabolario dei dialetti garganici (ultimato nel 2007), che a breve dovrebbe veder la luce.

La querelle linguistica dei dialetti è ancora una vexata quaestio, tanto più oggi che – grazie anche ai famigerati spot della Rai che ne decretavano la morte – i dialetti (o lingue che dir si voglia) tornano più che mai alla ribalta, con l’emanazione di leggi a tutela delle parlate dialettali e delle lingue alloglotte, non ultime, si spera, la legge della regione veneta e quella, recentissima, della regione siciliana. È in questa ottica che si vuole dare qui un’idea del vasto patrimonio linguistico posseduto dalla dantesca «fortunata terra / di Puglia», che è stata sì fortunosa lingua di terra, ma è anche stimolante, ricca e variegata terra di lingue.

La Puglia: confini e origini

La Puglia è una regione dell’Italia meridionale. Confina con il Molise a nord-ovest, la Campania e la Basilicata a sud-ovest, il Mare Adriatico ad est e il Mare Ionio a sud.

Comprende la provincia di Foggia o Capitanata, che abbraccia il Tavoliere, il Subappennino dauno, il Gargano e le Isole Tremiti; le province di Bari e BAT, con una fascia piana lungo il litorale adriatico (Terra di Bari) e una zona collinare interna (le Murge); e il Salento, territorio pianeggiante con modesti rilievi, in cui confluiscono le province di Taranto, Brindisi e Lecce.

È costituita da terreno di tipo carsico, per cui è povera di corsi d’acqua. È bagnata dal Fortore, dal Candelaro e dall’Ofanto, che segna il confine tra Capitanata e Terra di Bari.

Ma l’odierna delimitazione della Puglia a quando risale? ed è più giusto dire la Puglia, al singolare, o le Puglie, al plurale? e, se plurale, è duplice (sannitica e bizantina) o trina (dauna, peucetica e messapica)?

La nostra regione ha avuto nel corso dei secoli almeno cinque diverse configurazioni.

L’odierna delimitazione geografica risale al tempo dei Borboni, quando le sue province furono unificate sotto il nome di Puglie, denominazione mutata in Puglia nel 1921.

In epoca romana l’Apulia comprendeva solo la Capitanata e la Terra di Bari. Il Salento, che pure faceva parte della regio secunda, si chiamava Calabria (l’odierna Calabria era detta Bruttium).

Nell’Alto Medioevo per Apulia s’intendeva il solo territorio a nord dell’Ofanto, che apparteneva al ducato longobardo di Benevento, mentre la Terra di Bari era bizantina e faceva tutt’uno con il Salento.

Dopo il regno degli Svevi la Puglia finì per coincidere o quasi con l’Italia meridionale. La Puglia dei pastori abruzzesi – come pure la Pugghie dei garganici – comprende invece il solo Tavoliere.

Ci si chiede ancora: quali sono le origini della nostra regione?

Si narra che vi giunse, in tempi remotissimi, Diomede. Meno favoloso è invece il primo approdo di Enea (XIII secolo a. C.) sui lidi italici di Puglia.

Gli Iàpigi, popolo di origine illirica, che provenivano da una regione costiera dell’Adriatico orientale situata fra Istria ed Epiro (regione della Grecia nordoccidentale), già nell’XI secolo a. C. formavano tre gruppi distinti, così distribuiti: i Dauni nell’attuale Capitanata, i Peucezi nella parte centrale della Puglia e i Messapi nel Salento.

Il Salento ha caratteri storici, linguistici e culturali molto diversi dal resto della Puglia, che rappresenta invece una realtà unitaria, in quanto Dauni e Peucezi, successivamente raggruppati sotto il nome di APULI, finirono per costituire la parte di regione chiamata APULIA o Iàpigia.

Gli Apuli, dopo aver raggiunto l’apice della loro storia, a partire dalla metà dell’VIII secolo a. C., dovettero far fronte alla colonizzazione che diede origine alla civiltà della Magna Grecia; e se i Peucezi stabilirono con i Greci buoni rapporti, i Dauni invece continuarono a lungo le loro ostilità.

I dialetti di Puglia

I dialetti della Puglia centro-settentrionale rientrano nel gruppo napoletano-barese dell’area meridionale intermedia, mentre i dialetti salentini appartengono, con i dialetti della Calabria centro-meridionale e della Sicilia, all’area indicata come meridionale estrema.

Ciò è giustificato da ragioni di geografia fisica (il confine delle Murge baresi) e da motivazioni di carattere storico-linguistico: mentre al nord (Capitanata e Terra di Bari) gli Iapigi furono sopraffatti dai Sanniti (popolazione appenninica di lingua osca), che spazzarono, o quasi, l’antica civiltà illirica (non ne restano che labili tracce), al sud furono i Bizantini ad avere la supremazia economica e culturale sui Messapi.

In Puglia, quindi, coesistono due realtà linguistiche entrambe derivanti dal latino, ma tanto dissimili, che i parlanti della prima stentano a capire quelli della seconda, e viceversa.

La differenza che subito salta agli occhi è il dileguo di molte vocali atone nella cosiddetta e “muta”, proprio dei dialetti apuli (fəlišənə ‘fuliggine’, mènələ ‘mandorla’, pəccənunnə ‘piccolo’, dəmènəchə ‘domenica’), e la conservazione, per contro, di suoni distinti nel Salento meridionale (spamicatu ‘affamato’, catina ‘catena’, murišu ‘meriggio’, otalaru ‘vortice’).

I DIALETTI DELLA PUGLIA CENTRO-SETTENTRIONALE interessano le province di Foggia, BAT e Bari. Si distinguono tre varietà, di cui due, la dauna e l’apulo-foggiana, sono proprie della Capitanata, mentre la terza, detta apulo-barese, si parla nella Terra di Bari, cui storicamente appartiene anche la nuova provincia di Barletta-Andria-Trani.

L’esistenza delle due varietà della Capitanata ha un fondamento storico nella transumanza abruzzese-molisana. L’antica Daunia, infatti, doveva avere una parlata abbastanza omogenea, essendo stata occupata tutta dai Sanniti. Poi il flusso della transumanza ha modificato la parte centrale (il Tavoliere) lasciando intatti i dialetti delle estremità della provincia (Subappennino e Gargano nord).

La varietà dauna comprende i dialetti garganici settentrionali e i dialetti dauno-appenninici, parlati nel Subappennino dauno, a sud-ovest di Foggia. Essa è caratterizzata da due fatti interessanti il vocalismo: conservazione della vocale tonica A: casə, panə, fratə; e assenza di metafonesi delle vocali brevi: bbónə BONUS ‘buono’, pédə PEDES ‘piedi’; e da almeno due fatti riguardanti il consonantismo: conservazione della geminata -LL- (gallə, Peschici jalléinə); e pronuncia h’, suono simile al chi greco, del nesso latino FL- (h’órə, pronuncia arcaica di Peschici e San Marco in Lamis, tuttora viva a Rignano Garganico).

La varietà apulo-foggiana comprende i dialetti garganici meridionali, di Vieste, Mattinata e Monte Sant’Angelo e quelli del Tavoliere, tra cui Manfredonia, Foggia e Cerignola, ed è caratterizzata dalla palatalizzazione della vocale A in sillaba libera di parola piana (pénə, sélə, frétə, kénə) e dalla metafonia o dittongazione delle vocali brevi latine (bbúənə ‘buono’ e píətə ‘piedi’).

Tra le varietà dauna e apulo-foggiana si può distinguere, nel Gargano, una “zona di passaggio” comprendente i centri di Vico, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis e Rignano Garganico, caratterizzata da metafonesi di tipo sabino (la mòrta / lu mórtə, lu vénde) e palatalizzazione della A assente (Rignano) o presente (gli altri paesi). La metafonesi di tipo sabino è presente anche nel Subappennino dauno, per esempio ad Alberona.

La varietà apulo-barese interessa la Terra di Bari, ovvero la provincia omonima e la nuova. Si parla nel territorio delimitato a nord dall’Ofanto e a sud dalla cosiddetta “zona di transizione” che collega idealmente Taranto con Ostuni.

Un fenomeno fonetico tipico di questo dialetto (anche se è comune alla Capitanata e all’Abruzzo-Molise) è il cosiddetto frangimento vocalico, in conseguenza del quale le vocali chiuse danno luogo a dittonghi discendenti: (Trani) zappatàurə, paghéurə ‘paura’, améikə ‘amico’, patrèunə ‘padrone’, gramənàišə ‘rosicchia’; (Ruvo) fòusə ‘fuso’; (Bitonto) meddòikə ‘mollica’, kràitə ‘creta’, nàucə ‘noce’, lìucə ‘luce’.

Caratterica di questo dialetto è anche l’analogica estensione di -kə, come a Valenzano, dove non si dice ridə, abbagnə, pòrtə ecc., ma ridəkə, abbagnəkə, portəkə, candəkə, pèrdəkə, šettəkə.

I DIALETTI SALENTINI, che non conoscono il frangimento vocalico dell’apulo-barese, sono, tra i dialetti pugliesi, quelli il cui vocalismo meno si discosta dal toscano, anche se, come in siciliano, TELA e SOLE(M) danno tila e sule.

Lecce fa sentire l’influenza egemonica del suo dialetto in tutto il Salento centrale. Questo dialetto è caratterizzato dalla presenza del tipico suono cacuminale di -dd- (cavaddu ‘cavallo’) e -tr- (petra ‘pietra’) e dal passaggio del gruppo -str- a -sci- (mesciu ‘maestro’).

Nel Salento si possono distinguere un’area centro-settentrionale, a prevalente latinità, e un’area meridionale, a maggiore influsso greco, dove la lucertola è detta, non lucerta (dal latino LACERTA), come nel Salento del centro-nord, ma sarica, sarìcula (dal greco sàura/ sauríka) e il rigogolo, per esempio, kusufàu, metatesi di sukufài, dal greco sykofágos, che alla lettera vuol dire ‘mangiatore di fichi’.

I dialetti delle province di Brindisi e Taranto presentano una situazione intermedia tra il dialetto apulo-barese e quello salentino. Il graduale passaggio dall’uno all’altro tipo di dialetto avviene nella cosiddetta zona di transizione situata lungo la linea immaginaria che collega Taranto a Ostuni, dove le Murge baresi degradano nel tavoliere leccese.

La Puglia: popoli e parole

Al periodo preromano sembrano risalire alcune caratteristiche dei dialetti centro-meridionali e quindi anche pugliesi, ossia dei dialetti che si parlavano nell’area anticamente occupata dai Sanniti.

La pronuncia pugliese e napoletana munnə, per esempio, è stata messa in relazione (cfr. romanesco e umbro monno) con l’osco-umbro (o ‘italico’). Infatti, nelle iscrizioni, al latino OPERANDAM fa riscontro l’osco UPSANNAM e al latino SACRANDAE l’umbro SAKRANNAS.

All’osco sembra ricondurre anche la parola garganica pəškòunə ‘faraglione’, da *PESCLONE, attraverso il lat. PESSULUS ‘chiavistello’. Mentre il nome della città di Bari, Bbarə o arc. Varə, risale all’antico messapico bàris ‘casa’, ‘riparo’.

Tra le parole di probabile origine prelatina sono da annoverare: kavazzə, uazzə, kkjəvazzə ‘gozzo’, kónə ‘gemma da innesto’, (krépa) kókə ‘(capra) senza corna’, irévə ‘grava, voragine’, mórrə ‘branco di pecore’ ‘folla’, skùərəvə ‘ramo spinoso’, zòukə ‘fune’.

Alle parole prelatine dei substrati italici della Puglia centro-settentrionale vanno aggiunte anche molte parole di origine greca, non sempre distinguibili da quelle giunte con i bizantini alla divisione dell’Impero romano.

Tra queste si possono ricordare: àpele (ápalos) ‘(uovo) dal guscio molle, àšəmə (ázymos) ‘(pane) azzimo’, kàkkəvə (kakkábe) ‘paiolo’, kamastrə (kremástra ‘pendaglio’) ‘catena del camino’, kambə (kampé ‘flessione’) ‘bruco’, kammaré (da *kámmaron) ‘mangiare di grasso’, cəlóunə (kelóne) ‘tartaruga’, céndrə (kéntron ‘perno’) ‘chiodo’, kukkuwéšə (kukubághia) ‘civetta’, fanóje (fanós) ‘falò’, il matt. fəddòunə ‘covo della lepre’ e il leccese fuddéa (foléa ‘nido’) id.

Sugli Apuli ebbe la meglio la civiltà dei Sanniti, che occupavano l’Appennino a ridosso della Daunia, fin quando Roma, nel IV secolo a. C., non le sottrasse tale predominio.

Sotto il dominio romano l’Italia, per motivi tributari, fu divisa in undici regiones. La Puglia faceva parte della regio secunda, che comprendeva due sub-regioni: l’Apulia, che raggruppava l’Hirpinia e la Puglia centro-settentrionale (formata da Daunia e Peucezia); e la Calabria, che corrispondeva alla Messapia, cioè il Salento (mentre l’attuale Calabria con il nome di Bruttium assieme alla Lucania faceva parte della regio tertia).

Distrutta la potenza greca di Taranto, Roma favorì l’ascesa di Brindisi come centro militare e commerciale, costruendo numerose strade, tra cui la via Appia e la via Traiana, che la mettevano in comunicazione con Benevento passando, rispettivamente, per Taranto o per Bari.

Con la romanizzazione e il prestigio della nuova civiltà, a partire dal II secolo a. C., le funzioni della lingua greca passarono alla lingua latina.

Verso la fine del III secolo d. C. si ebbe in Puglia la diffusione del cristianesimo, che tanta parte avrà nel corso dei secoli, sia attraverso la presenza del Santuario di Monte Sant’Angelo, sia attraverso le congregazioni cenobitiche. Il pellegrinaggio verso il Gargano e altri luoghi di culto determinava importanti spostamenti di persone e contatti tra usi, tradizioni e parlate diverse tra loro.

La base dell’italiano e di quasi tutti i dialetti italiani – così come delle altre lingue romanze – è rappresentata dal latino. A questo punto dovrei riportare il 70-80 % delle parole dialettali pugliesi, ma ci si limita a degli esempi: àjənə AGNUS ‘agnello’, appəccé ADPICEARE ‘accendere’, assaləmé EXALMARE ‘sconfortare’, assarsə EXARSA ‘arsura’, assì EXIRE ‘uscire’, assuqué EXSUCARE ‘asciugare’, kókkjə COPULA ‘coppia’, kré CRAS ‘domani’, krépe CAPRA id., cìcənə CYCINUS dal greco KYKINOS (‘cigno’, ant. it. cécino) ‘fiasco di creta con collo allungato’, currèišə CORRIGIA ‘correggia’, descìbbulə DISCIPULUS ‘apprendista’, ékə ACUS ‘ago’, faləkérə FILICARIA ‘campo di felci’, farnérə (CRIBRUM) FARINARIUM ‘staccio’, fašənèddə VAGINELLA ‘carruba’, favugnə FAVONIUS ‘scirocco’, fəcétələ FICEDULA ‘beccafico’, fuscèddə FISCELLA id., irite VITRUM ‘vetro’, lòutə LUTUM ‘fango’, macérə MACERIA ‘muro a secco’, marìkulə MORICULA ‘mora di rovo’, manúəcchjə MANIPULUS (‘manipolo di soldati’) ‘covone, manipolo di spighe’, məgghjérə MULIEREM ‘moglie’, mugnélə MAENIANUM ‘pianerottolo della scala’, ngunagghjə INGUINALIA ‘inguine’, pəjòunə PUGNUS ‘giumella’, pikə PICA ‘gazza’, pupitə PIPITA ‘pipita, malattia dei polli’, putéjə APOTHECA ‘bottega’, ràkənə RACANA (‘sopravveste’) ‘telone per raccogliere le olive’, rəddikə URTICA ‘ortica’, rəpuddé REPUTARE (‘cantare la nenia funebre’) ‘replicare, ripetere’, rəssijə LIXIVIA ‘liscivia, ranno’, rótə ROTA ‘ruota’, sarapuddə SERPULLUM ‘serpillo’, sàrcənə SARCINA ‘fascina’, šənibbrə IUNIPERUS ‘ginepro’, šənišə CINISIA ‘cinigia’, scìnnələ AXILLULA ‘ala’, šúəkə IOCUS ‘gioco’, šummèddə GEMELLA ‘giumella’, skurdə OBSCURITAS ‘buio’, séccə SEPIA ‘seppia’, sórə SOROR ‘sorella’, spruwé EXPURGARE (‘purgare’, ‘scusare’) ‘potare’, ssémə EXAMEN ‘sciame’, stendinə INTESTINA ‘intestino’, strétə (VIA) STRATA ‘strada’, stušé STUDIARE (dal lat. STUDIUM ‘amore, attenzione’) ‘pulire’, stuté EXTUTARE (‘guardare il fuoco e coprirlo’) ‘spegnere’, sugghjə SUBULA ‘lesina’, tàvərə TAURUS ‘toro’, trasì TRANSIRE ‘entrare’, traturə TIRATORIUM ‘cassetto’, tumə THYMUM ‘timo’, urdə ORDO, ORDINIS ‘filare di piante’, vóvə BOS, BOVIS ‘bue’

Con la divisione dell’Impero Romano, che vedrà come confine, ancora una volta, quella linea immaginaria che collega Taranto a Ostuni, l’antica Peucezia finirà al di qua, nell’Impero Romano d’Occidente, mentre l’antica Messapia, si troverà al di là, nell’Impero Romano d’Oriente. Si avrà così un ulteriore approfondimento della linea di demarcazione tra i dialetti apuli dell’area meridionale intermedia e quelli salentini dell’area meridionale estrema.

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d. C.) inizia il Medioevo. Verso la fine del VI secolo i Longobardi del ducato di Benevento si spingono sino ai confini della Terra di Bari.

Ma questa rimase bizantina, come il Salento, acquisendo nuove parole greche, che non si possono distinguere da quelle giunte con l’occupazione greca del V-III secolo a. C.: irastə (gastra ‘vaso panciuto’) ‘vaso da fiori’ ‘coccio’, jàvətə (gábathon) ‘trogolo’, làjənə (láganon) ‘tagliatelle, lasagne’, lèttəkə (hektikós) ‘tisico’, mànghənə (mánganon) ‘colatoio’, mummələ (bómbylos) ‘fiasco di creta’, nagghjíərə (náucleros) ‘capo frantoiano’, manfr. ‘capobarca’, panarizzə (paronichía) ‘patereccio’, sparə (speîra) ‘cercine’, tumbagnə (tympánion) ‘coperchio della botte’, tutumagghjə (tithymalos) ‘euforbia’, vòupə (bôs bokós) ‘boga’, vukalə (baukális) ‘boccale’, vutənə (bóthynos ‘fossa’) ‘bigoncia’, zimbrə (chímaros) ‘capretto’.

Parole greche caratterizzeranno in maniera massiccia il Salento e soprattutto il Salento meridionale. Senza considerare i centri alloglotti di lingua grika.

I Longobardi si convertirono al cattolicesimo e la loro legislazione, codificata nell’editto di Rotari (643), risentì dell’influenza romana. In cambio, in oltre due secoli di regno, lasciarono nei dialetti – e nella lingua italiana – una grande eredità di parole: arrənghé (germ. hring ‘cerchio’) ‘mettere in fila o in riga’, attanə (atta) ‘padre’, chiajune (blajon) Vico ‘lenzuolo’, luffe (huff) ‘lombo, anca’, šcardə (skarda ‘spaccatura’) ‘scheggia di pietra’, sparagné (*sparanjan) ‘risparmiare’, suppə (supfa ‘minestra in brodo’) ‘zuppa’, tàkkərə (taikna) ‘bastone’, walénə (wald ‘cavallaio’) ‘bovaro’ ‘bifolco’, zénnə (zinna) ‘angolo’, zìppələ (zippil ‘punta’) ‘stecco’, zizzə (zizza) ‘mammella’.

Nel X secolo Ottone I di Sassonia, per difendere il Gargano dalle continue incursioni turche, chiamò in Italia alcuni militari slavi, i quali si stanziarono a Peschici e in alcuni altri centri della costa garganica.

Ecco alcuni slavismi garganici raccolti tra Peschici e Vico del Gargano: ciurcia ‘bambina’, kulace ‘tarallo’, salambakə ‘ramarro’, šišarkə ‘pigna’, skazekavazzə ‘cavalletta’, sciukkə ‘gonna’, vuškərə o vàuškərə ‘lucertola’.

Nei dialetti pugliesi si ritrovano molte parole di origine araba, che in parte si diffusero dalla Sicilia durante la dominazione araba dell’isola (VIII-XI secolo), in parte giungeranno attraverso la Spagna e in parte sono da attribuire ai musulmani di Federico II.

Eccone alcune: arrakamé (raqama) ‘ricamare’, arrassà (arrada) ‘allontanare’, bardascə (bardag’ ‘giovane, schiavo’) ‘ragazzo’, kémə (hama) ‘pula’, kupétə (qubbaita) ‘torrone’, ggelèppə, ngəlippə (giuleb) ‘giulebbe’, màzzərə (ma’sara) ‘mazzera’, ruménə (rummana) ‘contrappeso della stadera’, sciàbbəkə (sciabaca) ‘tipo di rete da pesca’, tamarrə (tammar ‘venditore di datteri’) ‘zotico’, tavutə (tabut) ‘bara’, tummənə (thumn) ‘tomolo’, zacquarə (saqqà ‘portatore di acqua’) ‘zaccherone’, zanzénə (simsar) ‘sensale, mediatore’.

Al regno svevo seguì il dominio angioino. Carlo I d’Angiò, dopo lo sterminio dei saraceni di Lucera, con un editto (1274) fece venire in Capitanata funzionari e militari francesi con le loro famiglie. Si formarono così le colonie franco-provenzali di Faeto e Celle San Vito, nei cui dialetti sopravvive molto francese: buccə ‘bocca’, Cialèndə ‘Natale’, sruàjə (soreil) ‘sole’, ciatéi ‘castello’, frar ‘fratello’, fuà ‘fuoco’, marì ‘marito’, marià ‘sposare’, Pakkə ‘Pasqua’, savai (savoir) ‘sapere’, tri ‘molto, téte ‘testa’.

Ma parole francesi risalenti al periodo angioino (1266-1435) sono presenti anche nel resto della Puglia. Eccone alcune: bbərlòkkə (breloque ‘ciondolo’) ‘orecchini’, bbuffèttə (bbuffet) ‘tavolo da cucina’, bbuwattə (boîte) ‘barattolo’, cəmməné (cheminée) ‘comignolo, camino’, crušé (crochet) ‘uncinetto’, fèrge (ant. fr. fièrge) ‘pastoia metallica’, sciarabballə (char-a-bancs) ‘calesse’, traìnə (train) ‘carro agricolo a due ruote’, wajimə (ant. fr. gaìm) ‘guaime, erba tenera e rigogliosa’, uccíərə (boucher) ‘macellaio’.

La transumanza abruzzese-molisana nel Tavoliere è stata praticata dal periodo romano fino agli inizi del Novecento. Tra le parole abruzzesi che sopravvivono tra i pastori garganici si segnalano: kurdéskə ‘agnello o capretto tardivo’, fəllétə ‘pecora di 2-7 mesi’ (cfr. abr. fəllata ‘agnello da latte’), rəvifərə (dal lat. BIFERUS ‘che porta due volte’) ‘agnello o capretto che nasce da aprile a giugno’ (cfr. abr. rəvéfərə ‘risorsa inaspettata’), (àjənə) təmbəstijə lat. TEMPESTIVUS ‘(agnello) che nasce da settembre a ottobre’.

Gli albanesi di Chieuti e Casalvecchio di Puglia discendono da soldati e contadini inviati nel 1464 da Giorgio Castriota Scanderberg.

Con la pace stipulata tra Francia e Spagna (1559), l’Italia e la Puglia passarono agli Spagnoli, la cui lingua ha lasciato molti termini di oggetti e azioni legate alla vita quotidiana: capəsciòulə ‘fettuccia’, ciappə ‘gancio, fibbia’, fulmənandə ‘fiammifero’, mandə ‘coperta’, ndruppəké ‘inciampare’, ninnə ‘bambino’, l’espr. la zitə də l’úəkkjə (spagn. la niña de l’ojo) ‘la pupilla’, òfənə ‘vanitoso’, crianza ‘riguardo’, palikkə ‘stuzzicadenti’, patitə ‘zoccolo’, l’espr. stènnə i patitə ‘tirar le cuoia’ (cfr. lo spagn. estirar las patas id.), pəlukkə ‘parrucca’, scambà ‘spiovere’, səppéndə ‘soffitta sotto il tetto’, wappə ‘spaccone’.

Con l’emigrazione oltreoceano, iniziata verso la fine del XIX secolo, arrivarono i primi americanismi: bbòsse (boss) ‘padre-padrone’, fèndse (fence ‘recinto’) ‘recinto di rete metallica’, sdrappə (strapp ‘cinghia’) ‘coramella, striscia di cuoio’, stumbə (stump ‘tronco, moncone’) ‘monco’, trənghijé (to drink) ‘bere’, tringə (trench) ‘impermeabile’, vurchijé (to work) ‘lavorare intensamente’.

Ora giungono immigrati intra ed extracomunitari. Nuovi accenti attraversano lingua e dialetti. E non si tratta più di dominatori. Già, perché noi parliamo, come abbiamo visto, con le parole dei nostri dominatori (romani, greci, longobardi, angioini, aragonesi ecc.), perché chi ci batte è più forte di noi e a volte appartiene a una civiltà superiore alla nostra, tanto che spesso non è lui a imporci la sua lingua, ma noi a lasciarci contagiare dalla sua cultura. L’unica lingua a noi imposta senza armi è il fiorentino di Dante, di Pietro Bembo e di Manzoni, il lumbard che ha «sciacquato i panni in Arno».

Con questa lingua (letteraria, aristocratica, aulica e nazionale), abbiamo i nostri cari dialetti (domestici, umili, reali e circoscritti), che, lungi dall’essere espressioni rozze di menti retrive, sono la lingua viva e sofferta delle nostre radici contadine: essi linguisticamente hanno la stessa dignità dell’italiano e, in quanto a risorse espressive, sono il vivaio a cui attinge la nostra stessa lingua, in forza anche della dialettalità degli scrittori, da Verga a Gadda e a Pavese.

Conclusione

L’Italia è un Paese davvero singolare, una miniera – oltre che di arte, paesaggi e storia – di dialetti e tradizioni che affondano le loro radici nella cultura prelatina e variano da regione a regione, da città a città, da paese a paese, perché diverse erano le popolazioni che vi abitavano, dai Celti agli Apuli, dai Venetici agli Osci ai Siculi.

«Questo fenomeno ha senza dubbio origini etniche e storiche», evidenziava il grande dialettologo tedesco Gerhard Rohlfs nel 1972, «ma non sarà indipendente da certe proprietà e qualità del popolo italiano. Questo frazionamento mi sembra l’espressione linguistica di un individualismo nazionale e di un altro sentimento per l’importanza culturale della piccola patria. L’intero significato di tale situazione si rileva subito, quando confrontiamo l’Italia con quel paese europeo che nei suoi immensi territori ci presenta proprio il caso contrario, cioè un minimo di divergenze dialettali: la Russia». In Puglia ogni centro, grande o piccolo che sia, ha dei tratti linguistici peculiari, con una grammatica e un lessico propri, che ne fanno un unicum nel continuum della koinè dialettale.

È squadernato sotto i nostri occhi, non so per quanto ancora, un patrimonio culturale, sociale e antropologico inestimabile, un patrimonio che la politica, tuttavia, stenta a considerare nel suo pieno valore.

Il nostro tempo, con l’orizzontale appiattimento linguistico e culturale, l’eccessiva esaltazione del presente e il rivoluzionario progresso della scienza e della tecnica, potrebbe essere la più seria minaccia per i dialetti. Con la scomparsa degli oggetti tradizionali, legati a usi e mestieri millenari (e ora, nel migliore dei casi, relegati in qualche museo etnografico), certamente si perderanno anche le parole che li designavano.

Con questo non si vuole decretare la morte dei dialetti – il coro degli apocalittici è fin troppo sostenuto –, semmai una lenta, progressiva diluizione. Il bilinguismo con la commutazione di codice o il mescolamento di lingua e dialetto nella stessa frase determineranno il travaso del dialetto nell’italiano. Travaso che sarà favorito dalla tendenza della donna a trasmettere ai figli la variante più vicina all’italiano standard, che sembrerebbe garantire maggior successo nella vita.

Se è vero che oggi – tempo di globalizzazione – è quasi scomparso tra gli insegnanti il pregiudizio per la “malerba dialettale”, è altrettanto vero che il dialetto è assai meno parlato. Non di rado, laddove i bisnonni conoscevano solo o quasi solo il dialetto e i nonni hanno bene o male appreso l’italiano e continuano ad esprimersi in dialetto, i nipoti parlano l’italiano regionale o meglio locale – che spesso non è poi così distante dalla lingua omogenea televisiva – e non comprendono il dialetto dei nonni. È forse questo il giusto prezzo per la tanto auspicata unità linguistica nazionale. Unità tanto più sentita nel 150° dello Stato italiano.

Ma c’è qualcosa che unisce anche questa tormentata e luminosa Puglia anticamente detta Iapyghia, perché dal nord al sud abitata dagli Iàpigi o meglio Iàpighi?

Nel 1921, volgendo il suo nome al singolare, in qualche modo se ne è sancito il carattere unitario. E in effetti c’è – con tutte le differenziazioni evidenziate nelle diverse Puglie – anche una fonetica comune. Si tratta del suono iniziale di ši o šire ‘andare’ (ant. it. gire, lat. parl. *jire, da ire) e della -dd- di staddə (stalla), che nel Salento ha però una pronuncia cacuminale.

Solo nella Capitanata centro-settentrionale si dice e stallə, come in Campania, Lucania, Molise e Abruzzo.

Ora, nell’indecisione se restare, come suggerirebbe la parola staddə, derivante dal gotico *stalla ‘dimora, sosta’ (peraltro sorella dell’italiano stallo, dal francone *stall ‘sosta, dimora’), o se andare, come invece dice la parola ši, ringrazio tutti per l’ascolto e ricorro, a mo’ di identitaria formula di commiato, al noto scioglilingua sə ce n’amma ši, šéməcínnə, sə nə ngə n’amma ši, nə ngə nə šémə šènnə. (1)

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(1) Relazione pronunciata da Francesco Granatiero nello spazio antistante il palazzo Mantuano di Mattinata (FG) nel pubblico incontro di domenica 24-07-2011.

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21 pensieri riguardo “La questione linguistica dei dialetti di Puglia

    1. Ah no!! L’ultima parte é “sime shénne”, forse proprio xk é uno sciogli lingua viene da dire “shime shénne”…ahaha
      anke xk “shime” nn significa nulla, al massimo potrebbe essere shéme…questa sarebbe la versione del sud est barese (Noci(BA)

  1. Dove si possono trovare le regole x scrivere correttamente in dialetto apulo-barese (a mio parere lingua)?
    Il suono di sc della parola lasciare x esempio, a mio parere nn si puó scrivere alla stessa maniera in questa lingua…perché molto spesso é accostato al suono della c di casa. Nn è meglio usare “sh” ke é piú universale ed é libero da qualsiasi consonante o vocale ke segua?
    Parole come shkume(schiuma), shkute(sputo) e suoi derivati come shkuté, shkitt ( solo, solamente, soltanto) , shkamé (gridare, o inteso come il fare i versi negli animali) ..

    1. Le regole si possono trovare proprio in questo blog. Puoi cercare nel menu di home (per comodità riporto il link su cui cliccare: https://fgranatiero.wordpress.com/2014/01/01/normalizzazione-grafica-dei-dialetti-dellalto-meridione-dam/
      Il digramma sh purtroppo non è italiano e non è usato da nessuno dei poeti alto-meridionali e tanto meno dai pugliesi. Personalmente negli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta ho usato š, che indica lo stesso fonema, ma neppure questo grafema è generalmente amato, perché slavo. A giugno è uscito sulla rivista “incroci” di Bari una mia proposta di scrittura. A fine ottobre uscirà “Altro volgare” un approfondimento della grafia con antologia (24 poeti, i massimi d’ogni tempo dell’area meridionale non estrema) da La Vita Felice di Milano.

  2. Ok…a breve ci daró un’occhiata 😉
    Anche scoprire l’etimologia di alcune delle parole del nostro dialetto è stata una cosa molto interessante…dove si possono trovare dizionari etimologici sul web? Mi sarebbe interessato x esempio scoprire l’origine di parole come sckitte(soltanto) , ddo (qua), ddé (là), abbuvésce(guarire, riprendersi, forse anke risorgere?), uicce o wicce (tacchino, almeno dalle mie parti si dice così) e tante altre parole ke sono davvero strane confrontate con l’italiano…

    1. A parte il Lessico Etimologico Italiano (LEI) di Max Pfister, che è giunto alla C, di dizionari etimologici sul web non mi sembra che ce ne siano, almeno per ora. In merito alle curiosità espresse posso dirti che: sckitte, come l’italiano ‘schietto’, deriva dal germ. slihts ‘semplice’; ddo, < lat. illŌ ‘colà’; dda < lat. illac ‘là’; abbuvésce [abbuvéššë] < lat. ad vivescere ‘riprendersi’; uìcce < lat. vipio -onis ‘specie di gru’. Parole strane forse, ma come l’italiano, derivano in gran parte dal latino, quel latino di cui ci siamo liberati troppo in fretta.

      1. Però mi sembra strano che parole fondamentali nella comunicazione come “sckitte”(soltanto) e che riguardano il nucleo familiare come “atténe”(padre) provengono dal germanico e siano riuscite a soppiantare termini precedenti latini o greci. Io pensavo più a un’origine pre-latina o comunque del substrato illirico dei iapigi, poiché sono termini che dovrebbero rimanere forti in un linguaggio. Sicuramente i termini per indicare merci, oggetti e animali e i verbi e altre espressioni, con il commercio e i contatti con i popoli sono stati mutati o ne sono giunti di nuovi, ma espressioni così familiari sarebbero dovute rimanere più intatte forse…
        Comunque una volta mi capitò di sentire da mio padre la parola “casse”, il significato preciso non l’ho capito però dovrebbe essere lo stesso di “casse” in francese. Si stava riferendo ad un tubo di ferro ritorto o ovalizzato, dicendo ” Ho fatte ‘a casse” cioé “ha fatto la (casse?)”. Però non l’ho mai sentito da nessun altro questo termine…

      2. Per il motivo che adduci, in merito all’etimologia di atténe ‘padre’, nel Vocabolario dei dialetti garganici scrivo testualmente [gr. lat. atta, germ. atta, acc. attane ‘padre’]. La parola sckitte ‘soltanto’ non mi sembra tanto legata alla sfera familiare. In quanto a casse non saprei dire. Ti segnalo, a puro titolo di curiosità, il termine derivato cassèdde (Mattinata), cassèdda (San Nicandro Garganico) ‘femmina d’incastro di aratro, collare e simili’.

  3. Credo che l’attuale regola delle vocali atone seguita da molti scrittori e poeti dialettali baresi non tenga conto del risultato finale che l’uso sovrabbondante della “e” che ne deriva, in luogo della vocale muta propria della parlata, finisca per complicare non poco la lettura. In effetti le “e” presenti in uno scritto risultano oggettivamente troppe in quanto finiscono con il sommarsi alle vocali vere “e” e alle poche vocali diverse dalla “e”. Nella lettura l’errore è frequente e il risultato che ne vien fuori un po’ ridicolo. In altre regioni italiane, soprattutto a nord, ma anche a sud, vedi in Molise a esempio o in Lombardia dove io vivo, le vocali atone non sono assolutamente sostituite con artifici linguistici ma semplicemente elise. Gli slavi fanno la stessa identica cosa, Le parole risultano più brevi e meglio riconoscibili, a mio modesto parere. Grazie per l’attenzione.

    1. Le “e” dal suono breve, atono e indistinto [ǝ] non sono delle “e mute”. In Lombardia non si scrivono semplicemente perché non esistono. Semmai sono “semimute”. Neppure sono sovrabbondanti o di troppo. Ce ne sono esattamente quante sono le vocali da cui derivano: pedecine [pǝdǝ’cinǝ] (peduncolo) < lat. *pedicinu(m); felìscëne [fǝlìšǝnǝ] (fuliggine) < lat. fuligine(m). La loro rappresentazione grafica ubbidisce semplicemente alla fonetica. Si pronunciano e perciò si devono scrivere. Esse non sono quindi un «artificio» e non hanno niente di «ridicolo» o di «complicato». Ridicola, astrusa e illeggibile – oltre che essere un attentato alla fonologia e alla linguistica – è invece la scrittura che proponi: pdcin, fliscn. Siccome la dialettologia è (se non una scienza) una disciplina da studiare (e non da improvvisare), prendo atto che possano esserci persone che non hanno voglia di farlo. Queste persone però sono le meno indicate a fornire delle regole di fonetica e quindi di trascrizione di un dialetto. Il semplice fatto che si parli un dialetto non giustifica la pretesa di saperlo scrivere. Per scrivere bene un dialetto bisogna averne la coscienza linguistica. Il che significa conoscerne fonetica, morfologia, sintassi, formazione delle parole, le quali non sono assolutamente quelle dell’italiano che avremmo dovuto studiare a scuola. Detto questo, si ringrazia per l’intervento, utile per i necessari chiarimenti.

  4. Esistono le forme plurali in tutti i dialetti pugliesi?
    Ho notato che nei dialetti dauni e del nord-barese non ci sono forme plurali, ma ci sono solo cambiamenti nell’articolo.
    Nel mio dialetto invece (murgia meridionale) per la maggior parte delle parole si forma il plurale aggiungendo una “r” alla fine.
    Per esempio:
    kése = casa
    casere = case
    wéte = varco
    watere = varchi
    paréte = muretto a secco
    parétere = muretti a secco
    spéghe = spago
    spaghere = spaghi
    fatte = fatto
    fattere = fatti
    Da cosa potrebbero derivare queste forme plurali?

    1. I sostantivi che hanno il plurale in -ORA sono dei nomi neutrali del tipo TEMPUS -ORIS (pl. TEMPORA), in cui possono confluire, per espansione analogica, anche altri tipi di sostantivi. Essi sono presenti anche in Capitanata e Terra di Bari. Nel Gargano, per esempio, si registrano: i ffróttere, i rràmere, l’òssere, l’òrtere, l’àcure, i ccàsere, i ccàpere, ecc. Ma ci sono anche altri tipi di plurale: quelli in -CHE e in -GHE (mòneche : múnece), quelli metafonetici (nepòute : nepute, fejòure : fejure, péte : píte, tèrre : tírre, sègge : sígge, lenzúle : lenzóle).

    1. Grazie per l’apprezamento. A parte il REW (Meyer-Lübke, Romanisches Etymologisches Wörterbuch, Heidelberg 1935, rist. 1968) e il DEI (Battisti-Alessio, Dizionario Etimologico Italiano, Firenze 1950-57, rist. Firenze, G. Barbèra, 1975), consultabili nelle biblioteche più importanti, c’è il Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani : Dizionario Etimologico, edito a Torino dalla UTET nel 1998, che con un po’ di fortuna si può trovare in internet anche a un prezzo scontato. Il Lessico Etimologico Italiano di Pfister et al. (Wiesbaden, Reichert, 1979 segg.), che è un’opera colossale, è ancora alla lettera C, e può essere consultato solo in biblioteca (prima c’era qualcosa in internet, ma poi non ho trovato più niente – almeno gratuitamente).

  5. E’ possibile la presenza dell’esse sonora (z) intervocalica in alcuni dialetti pugliesi?
    Sentendo i miei nonni ho notato che in certe parole la esse tra due vocali la pronunciano sonora, però solo in alcune parole.
    Per esempio mi sembra che dicano “casidde” cioè “trullo” pronunciandolo “ka’zɪddə”

    1. Nei dialetti pugliesi la S intervocalica è sorda. Ma può capitare, seppure sporadicamente, d’incontrare la S sonora. Armistizio Matteo Melillo (Dialetti e Lingue di Puglia – Area Barese Occidentale, Bari, Adriatica, 1994) la segnala in un caso ad Andria [vazə] e in uno a Molfetta, addirittura in posizione iniziale [tuttə lə zérvə]. Perché succeda proprio non saprei. È comunque sempre dall’uso che si ricava la regola. Escludere in ogni caso che la pronuncia della fonte abbia subito influenze estranee, come ad esempio dal gallo-italico del potentino o da alcuni dialetti in provincia di Cosenza.

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