Dialetto di Vieste (FG)

vieste-puntasan-francesco da Eden Puglia ..
Vieste. Punta San Francesco. Immagine tratta da Eden Puglia.

 

VENTI PROVERBI (*)

L’amóre forte non-ganosce nè llúoche nè ssorte.
L’amore forte non conosce né luogo né sorte. (L’amore è cieco)

L’amóre e ll’affette vènene da la sacchette.
L’amore e l’affetto vengono dalla tasca.

Stipe ngidde chè trúove capetone.
Conserva anguille che trovi capitoni. (Ciò che oggi ti sembra poco domani potrebbe essere provvidenziale).

L’ànema depinde ce cundanne da sole.
L’anima macchiata dal peccato si condanna da sola.

Póch’anne e póca maliZZie.
I bambini non hanno malizia.

Come ce fa? – Accome facèvene l’andiche: prime la scorze e doppe la muddiche.
Come si fa? – Come facevano gli antichi: prima la scorza e dopo la mollica.

Aprile faie guardà u cenarile.
Aprile fa guardare il focolare. (Spesso in aprile fa molto freddo).

Arche de matine, se non-ghiove göösce, chiove crammatine.
Arcobaleno di mattina, se non piove oggi, piove domattina.

Renga vecchie e renga nove sonne tutte nu chelore.
Aringa vecchia e aringa nuova sono tutte dello stesso colore. (Una volta mescolate si confondono).

Arte pe arte e i pècure a u lupe.
Ognuno alla sua arte e alle pecore ci pensa il lupo.

L’arte de tete è meZZe mbarete.
Il mestiere del babbo è mezzo imparato.

L’arte d’u ualene è arta cevile: porte l’arete mmene e u uove tire.
Il mestiere dell’aratore è un’arte civile: lui guida l’aratro ma chi tira è il bue.

L’arte l-â fà chi è use.
L’arte deve farla chi è del mestiere.

L’artiste tene u pene jinde u canistre.
L’artigiano ha il pane nel canestro. (Ce l’ha, ma ne ha poco).

I ciucce ce danne e i varrile ce sfàscene.
Gli asini litigano e i barili si sfasciano.

Chi tene renne, chi non-dene i píete stenne.
Chi ha rende, chi non ha i piedi stende. (La ricchezza porta altra ricchezza, la miseria altra miseria).

Chi avvise more accise.
Chi avvisa muore ucciso.

Varca rotte e cunde fatte.
Barca rotta e conti fatti.

Ome curte e fèmmena chiatte ê fà quarandaquatte vòlete u patte.
Con uomo corto e donna tarchiata devi fare quarantaquattro volte il patto. (Non c’è da fidarsi).

Pìgghiete u bbúone quanne vene, chè u malamende non manghe meie.
Pigliati il buono quando viene, ché il male non manca mai.

________

(*) La in sillaba libera di parola piana suona [ö] (capetönechelöre) e la in uguale posizione suona [ə] (tənə, vənə).

Da F. Granatiero, Rére ascennenne (“Da antica tradizione”). Dizionario tassonomico dei proverbi garganici, Foggia, Grenzi, 2002.

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