Vestigia slave nel dialetto di Peschici

di FRANCESCO GRANATIERO

Scazecavazze, ‘cavalletta’, voce di origine slava [serbocr. skakavac (pronuncia skàkavats) ‘locusta’]. Forse nessuna parola peschiciana ricorda il profeta sant’Elia come questa. Scazecavazze, la parola che volò di bocca in bocca quando una nuvola nera di cavallette oscurò Peschici, ingoiando ogni cosa. Scazecavazze, un’implosione fono-simbolica di tutta l’ira di Dio. Scazecavazze, la parola del miracolo di Sant’Elia, che per mezzo di un fortissimo vento di libeccio, ammucchia due palmi di cavallette morte su tutta la spiaggia da cui il paese ha nome.

Viene scongiurata l’apocalisse. Ma l’ammonimento del giudizio finale con il riferimento alla valle di Giosafat [Gioele 4, 2-12] risuona in questa preghiera di Peschici (FG), riferita da Mattea Tavaglione (1):

Vèrbe sacce e vvèrbe déiche,
vèrbe fu nòstro Signàure,
che jè mmise mbassiàune
che nna cràuce jèrte e bbèlle,
nu vracce ngiäile e nn’àvete ndèrre;
e jèrrìmme e ttruarrimme
a lla valle Ggiasaffatte,
truarrimme a ssan Giuwanne
che nu libbre d’àure mmane,
che leggiäive e cche screväive,
che deciäive: Peccatàure e ppeccatrice,
chi sape u wèrbe de Ddéie, che ce u decèsse,
chi nn’o sape che ce u facèsse mbarà:
chi nò nge u wò mbarà,
còrda mbòsse, spina granate
e mmazzate de fèrre jinde a cape!

[Verbo so e verbo dico, verbo fu nostro Signore, che si è messo in passione con una croce alta e bella, un braccio in cielo e uno in terra; e andremo e troveremo alla valle di Giosafat, troveremo san Giovanni con un libro d’oro in mano, che legge e scrive, e dice: Peccatori e peccatrici, chi sa il Verbo di Dio che lo dica, chi non lo sa se lo faccia insegnare: per chi non lo vuole imparare, corda bagnata, spine di granato e mazzate di ferro al capo!].

Le espressioni religiose sono state senza dubbio le più radicate nel cuore di ogni popolo, ed hanno attraversato i secoli miscidandosi e colorandosi dei sentimenti e della creatività di chi le recitava. Ecco una variante di Mattinata (FG), da me registrata nel 1988 dall’allora ottantacinquenne Libera Maria Troiano, madre del parroco don Francesco La Torre (2):

U wèrbe de Ddije vulime dice,
u wèrbe de Ddije nòstro Signòure.
Ce sté na cròuce tand’àlete e ttande bbèlle,
nu vrazze ngíle e nn’àlete ndèrre.
Šéme nd’a qquédda Valla Ggiosafatte.
Dda truwéme a ssam Bítre e ssan Giuwanne.
Che nnu lebbrètte d’òure mméne
šèvene decènne: Peccatòure e ppeccatrice,
chi sépe u wèrbe Ddije che lu wènghe a ddice,
chi nn’u saparrà ce u mbararrà:
còrda mbósse, spina pungènde,
tremarrà cume l’èrva fiurite a lla cambagne.
Ammènne.

[Il verbo di Dio vogliamo dire, il verbo di Dio nostro Signore. C’è una croce tanto alta e tanto bella, un braccio in cielo e uno in terra. Andiamo in quella Valle di Giosafat. Là troviamo san Pietro e san Giovanni. Con un libretto d’oro in mano vanno dicendo: Peccatori e peccatrici, chi sa il verbo di Dio lo venga a dire, chi non lo sa lo imparerà: con corda bagnata e spina pungente tremerà come l’erba fiorita alla campagna. Amen].

Osservando le due varianti dialettali, saltano agli occhi alcune differenze: mbarà vs mbaré ‘imparare’, mmane vs mméne ‘in mano’ (assenza vs presenza della palatalizzazione della a); ngiäile vs ngíle o ngíele ‘in cielo’ (assenza vs presenza della metafonesi o dittongazione di AE di CAELUM in í o íe); vracce vs vrazze ‘braccio’; ecc. Si nota poi che a valle fa riscontro valla, sempre con la geminata -ll-, ma ciò non deve trarre in inganno: si tratta di prestiti dalla lingua. Nella versione mattinatese, infatti, valla (parola che nel dialetto comunemente parlato è vadde) è preceduta da (q)quédda con -dd-, mentre Peschici ha sempre -ll- (quèlle ‘quello’, jardille ‘cardellino’, stalle ‘stalla’ ecc.).

Che cosa c’è alla base del diverso comportamento dei dialetti di Peschici e Mattinata?

Oltre ai Greci del periodo prelatino e ai Romani, da cui proviene la maggiore eredità di parole, altri popoli hanno lasciato nel Gargano, come in gran parte della Penisola, un loro più o meno importante contributo, dai Longobardi agli Arabi, dai Francesi agli Spagnoli.

Nel Gargano c’è poi più di una traccia lessicale dovuta a stanziamenti serbo-croati a Peschici e a Vico probabilmente già intorno al Mille e almeno fino alla metà del Seicento.

Risale infatti a quegli anni (1649-51) la stampa a Loreto-Ancona del Thesaurus linguae illyricae sive Dictionarium Illyricum, lessico trilingue latino-italo-illirico (circa 25 mila parole) scritto dal gesuita Giacomo Micaglia (1600 ca – 1654), nativo di Peschici, ma discendente da esuli croati e slavo di lingua, il cui vero nome è Jakov Mikalja, cioè Giacomo figlio di Mikalj (3).

Il cognome Micaglia s’incontra all’inizio del Capitolo primo della Vita scritta da lui medesimo di Pietro Giannone, dove il grande storico e giureconsulto di Ischitella parla della madre Lucrezia Micaglia (4) (morta dopo il 1707) (5).

I Micaglia (o Migaglia) dovettero costituire un’unica famiglia, tra le più notevoli di Peschici (dove si è estinta nel XIX secolo), per cui non è azzardato supporre che l’anticlericale Pietro Giannone fosse nipote o pronipote del gesuita Mikalja che in epoca controriformistica pubblicò il Thesaurus – cioè il primo dizionario croato – per facilitare la diffusione della fede cattolica nella madrepatria.

Di pratiche didattiche oltre l’Adriatico, ad opera di laici ed ecclesiastici, si hanno notizie precise già dal Quattrocento, quando insegnanti leccesi di latino venivano assunti «pro magistro abaci et docendi ad legendum et scribendum» dal comune di Ragusa. I contatti tra le due sponde dovevano essere allora molto intensi e relativamente agevoli. Nel Medioevo, dato il sistema viario interno, per il Salento come per il Gargano doveva essere più facile raggiungere Ragusa che Napoli (6).

Il noto dialettologo tedesco Gerhard Rohlfs, riscontrando nell’attuale dialetto garganico un buon numero di voci di origine serbo-croata, ipotizza l’esistenza di antiche colonie slave sulla costa intorno a Peschici (7).

A sostegno della sua ipotesi, porta la mancata riduzione di -LL- a -dd- (8). Ma l’esito di Peschici (jalle ‘gallo’), isolato in tutta l’area garganica, dove si dice jadde o gadde come in tutta la Puglia a sud del Tavoliere (9), è invece in sintonia con il Subappennino e con i dialetti di Lesina, Apricena, Sansevero e il resto del Tavoliere (10), dove si è fatto sentire per oltre un millennio l’effetto della transumanza abruzzese-molisana.

Anche l’assenza di metafonesi o dittongazione delle vocali latine ĕ e ŏ (pède ‘piede, piedi’ e bbòne ‘buona, buono’) (11) viene sottolineata dal Rohlfs come un influsso del «diverso sistema fonologico slavo» sul dialetto di Peschici (12), sebbene il nipote del dialettologo Giacomo Melillo (13) – come d’altronde evidenziato dallo stesso Rohlfs – registri una situazione meno chiara. Più recentemente sembrerebbe aversi pàide ‘piede’ vs péide ‘piedi’ e bbàune ‘buono’ vs bbóune ‘buoni’ (14).

Personalmente, però, ho potuto rilevare soltanto che alcune fonti dicono péide ‘piede, piedi’ e bbóune ‘buono, buoni’, altre pàide ‘piede, piedi’ e bbàune ‘buono, buoni’.

L’assenza di metafonesi delle medio-basse (vènde ‘vento’, mòrte ‘morto’) non è un fatto isolato. In merito a questo tratto linguistico Peschici si comporta diversamente dai centri del Gargano meridionale e, più in generale, dall’area apulo-foggiana (dove si ha péde ‘piede’ e pide o píede ‘piedi’, bbóne ‘buona, buone’ e bbune o bbúone ‘buono, buoni’), ma allo stesso modo di Rodi, Ischitella, Carpino, Cagnano Varano, Sannicandro Garganico, e di diversi centri del Subappennino dauno.

Lo studioso Vincenzo Valente, considerando queste ed altre particolarità fonologiche del dialetto di Peschici – come la mancata palatalizzazione della a di case ‘casa’, – evidenzia come questi non siano fatti isolati, ma condivisi da altri centri dell’area nord-garganica così come da quelli del Subappennino dauno: «La spiegazione dei vari tratti segnalati non va cercata ad est di Peschici, al di là del mare, ma all’interno dello spazio linguistico dauno e garganico, in una interpretazione univoca dei singoli fatti» (15).

La palatalizzazione della a (Gargano meridionale e Tavoliere chése, cäse) parte addirittura dalla Francia, attraversa il Piemonte e l’Emilia Romagna ed interessa tutto l’Adriatico, sul cammino dei Celti, come già evidenziato nell’Ottocento dal dialettologo Graziadio Isaia Ascoli (16). Il fenomeno distingue il dialetto di Peschici (case) da quello dei tre centri più vicini: Vieste (chése), Vico (cäse) e Rodi (chèse). Peschici, Cagnano Varano, Sannicandro e Ischitella (dove però si comincia a registrare càise o cäise (17)), unitamente ai paesi del Subappennino, non sono interessati da detta palatalizzazione.

L’assenza di metafonesi delle vocali brevi latine tirata in campo dal Rohlfs sembra essere la conseguenza di un fatto storico molto antico, come l’occupazione da parte dei Sanniti dell’intera Daunia, Gargano compreso.

Successivamente – come evidenziato dal Valente (18) – il fenomeno della transumanza avrebbe modificato i dialetti del Tavoliere, lasciando più o meno inalterata la primitiva situazione nel Subappennino dauno e nel Gargano settentrionale o dauno, di cui Peschici rappresenterebbe l’estrema propaggine, e quindi un’area meno esposta e più conservativa delle condizioni più antiche.

Una spia di queste sarebbe, per esempio – in accordo con il Valente – l’esito h’ da FL- iniziale, da Giacomo Melillo (19) attestato soltanto a Peschici (h’ume,accanto a šume, ‘fiume’; h’ònne ‘fionda’; h’ure ‘fiori’; h’ate ‘fiato’; h’atà ‘alitare’; h’uh’h’á ‘soffiare’; h’uh’h’ature ‘soffietto’) e a San Marco in Lamis (h’uh’h’á ‘soffiare’; h’uh’h’ature ‘soffietto’).

Questo suono (simile al chi greco) viene oggi sostituito da š (sci del napoletano busciardo) a Peschici e a San Marco, mentre è tuttora vitale a Rignano Garganico (paese non esplorato dal Melillo, che si rivela oggi una risorsa di conservatività).

A Rignano, nel corso di indagini per il mio Vocabolario dei Dialetti Garganici, ho registrato: h’umare ‘fiumana’, h’ònne ‘fionda’, h’óre ‘fiore’ e h’ure ‘fiori’, h’atà ‘fiatare’ e reh’atà ‘respirare’, h’uh’h’à ‘soffiare’ e h’uh’h’ature ‘soffietto’, h’arejà ‘spirare (del vento)’, h’acche ‘fiacco’ e ah’h’accute ‘infiacchito’, ah’h’ature ‘tesoro nascosto’, ah’h’á e ah’h’atá ‘trovare’, soprah’h’ate ‘fiatone’.

A conferma di quanto sopra esposto, il suono h’ da FL- in Capitanata si trova anche in una decina di paesi a ridosso dell’Appennino settentrionale pugliese, da Celenza a Volturino e San Marco La Catola fino a Roseto (20).

Per inciso, nel Gargano – senza entrare nei dettagli delle numerose classificazioni delle due scuole, italiana e tedesca, da M. Melillo a T. Stehl, che descrivono situazioni molto diversificate – si possono distinguere una parte settentrionale dauna e una meridionale apula o apulo-foggiana (21). Il dialetto dauno garganico presenta, come si è visto, affinità con il dialetto parlato nel Subappennino dauno, situato a nord-ovest di Foggia, mentre la varietà garganica meridionale ha da una parte i tratti tipici della parlata del Tavoliere e dall’altra un vocalismo che risente molto dell’influsso baresizzante, al punto che un paese come Mattinata presenta un paradigma di esiti sostanzialmente sovrapponibile a quello della maggior parte dei centri apulo-baresi. Apulo-garganici possono dirsi i centri di Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia e Vieste, mentre dauni sarebbero tutti gli altri paesi del Gargano, ad eccezione di Poggio Imperiale, che è linguisticamente esterno al Promontorio, presentando una fenomenologia tipologicamente campana.

Ovviamente la distinzione non è così netta, avendo la transumanza lasciato tracce considerevoli in paesi, ad esempio, come San Marco in Lamis o San Giovanni Rotondo e venendosi a creare tra le due aree, una zona di transizione, che assume una qualche fisionomia per il tratto caratteristico della metafonesi cosiddetta “sabina”, presente a Vico Garganico per il plurale (22), verosimilmente a San Giovanni Rotondo per la ŏ (23), sicuramente a San Marco in Lamis (24) e forse anche a Rignano Garganico (25).

Risolte le apparenti «anomalie fonologiche» del dialetto di Peschici e interpretate le stesse «come proiezione di un più vasto sistema di parlate» (26), sembra potersi escludere che Peschici rappresenti, come supposto dal Rohlfs (27), un’isola fonologica slava (28).

Ciò non autorizza però in alcun modo a sminuire la portata storica della presenza serbocroata sul Gargano. Sia il Sarnelli (29) che il Cavalieri contemporaneamente affermano che le origini di Peschici e di Vico del Gargano vanno fatte risalire agli Schiavoni o Slavi, capeggiati da Sueripolo e chiamati nel X secolo dall’imperatore Ottone I di Sassonia per liberare il Gargano dai Saraceni (30). Intensa fu l’attività intercorsa tra Ragusa e la Puglia nel periodo angioino (31). Evidente fu poi la comunicazione tra le due sponde adriatiche, anche in direzione italo-slava (32).

Puntualizzazione storica a parte, non è condivisibile l’affermazione del Valente secondo cui «gli slavismi garganici più sicuri raccolti dal Rohlfs restano» (33) soltanto: ciurce ‘bambina’ (34) [cfr. serbocroato curica (pronuncia tsùritsa) ‘bambina’,(dial. čurica)], salambache ‘ramarro’ (35) [serbocr. zelembáć (bosn. zelembak) id.] e šešarche (a Peschici e a Vico) ‘pigna secca’ [serbocr. šišārka ‘pigna’].

Se si escludono i discutibili (36) chiàseme ‘vile’ ‘biasimo’ [cfr. serbocr. plašljiv ‘timido, vile’ (37); cfr. ant. fr. blasmer, < lat. parl. *blastemare ‘bestemmiare’] e chióte ‘tomba comune’, di Monte Sant’Angelo e Mattinata[serbocr. groba? (38); lat. *plauta (plota) ‘lastra piatta di sasso’, sotto l’influsso di claudere (39); fr. dial. clot ‘fossa’ (40)], i peschiciani surse o sulźe ‘latte digerito che si trova nello stomaco del capretto e viene usato come caglio’[serbocr. sirište id. (41); germ. sulza ‘gelatina’ (42)] e šuške ‘bacchettina’ [serbocr. šuška ‘truciolo, frasca’ (43); ma cfr. anche le voci garganiche šuške ‘vimine’, šuška ‘frusta’, šuškuarídde ‘legaccio’, forse da un lat.*fluscula], i garganici tarracute e tastute ‘doppio’ [deformazioni del serbocr. dvòstruk ?(Rohlfs); o,forse, il primo, metatesi di taccarute ‘nodoso’, da tàcchere ‘bastone’, < germ. taikna ‘scheggia di legno’, lat. med. tacula; e il secondo, derivazione del lat. testa ‘vaso di creta’ ‘cranio, testa’] e vernice scintilla’ [cfr. abr. e camp. vernice, verneice, verniša ‘favilla’, AIS, c. 926; cfr. serbocr. varnica (44) (pronuncia varnitsa); < lat. volg. *prunicea, da pruna ‘brace’, REW 6797], rimangono tuttavia ben saldi: vùškere ‘lucertola’ (vàuškere a Vico, mùškera a Cagnano, vuškóne ‘lucertolone’ a Sannicandro e forse mušìngule ‘lucertolina’ a Rignano) [serbocr.  gúšter ‘lucertola’]; jale ‘spiaggia’ (i toponimi Capojale a Cagnano e Šale Marine tra Peschici e Vieste; e le voci šéle a Vieste e Manfredonia, šale a San Giovanni Rotondo) [serbo žalo ‘lido’]; sciucche ‘gonna’ (sciucche a Ischitella e Carpino, sciàucche a Vico, sciuccule ‘gonnella’ a San Giovanni Rotondo) [sloveno e serbo sukn’a ‘gonna’]; e la parola scazecavazze ‘locusta’, citata all’inizio.

Il salentino scannacavadde ‘libellula’ e ‘mantide religiosa’ (a Mattinata ‘gramigna stellata’), accostato dal Valente (45) alla anche foneticamente dissimile scazecavazze ‘locusta’, non offre elementi atti a scardinare la stretta corrispondenza con la parola slava.

Neppure si può tralasciare il solitario (46) smurìceche ‘ginepro’, che il Rohlfs fa derivare dal serbocr. smrča (o smrèka) ‘ginepro’ (47) e il Valente vorrebbe far risalire al lat. muriceus ‘pieno di spine’, aggettivo di murex, muricis ‘sasso appuntito’, con riferimento alle coccole del ginepro (48).

La statistica non può che dar ragione al grande dialettologo tedesco. Volendo trascurare il dato storico dello stanziamento slavo a Peschici (49), non può essere casuale la coincidenza di quattro fonemi in sequenza (s, m, r, c/k), cioè di tutte le consonanti, oltre al significato, identico. Nel derivato di murex, muricis (voce che pure ha dato a Peschici murge ‘roccia’, a San Giovanni Rotondo mùrece id. e a Mattinata mergiòune ‘roccione’) non c’è la stessa identità di senso e sono richieste l’aggiunta di un prefisso e di un suffisso.

A parte l’etimologia più accreditata dello stesso nome di Peschici [< serbocr. pèsak ‘sabbia fine’], vanno poi considerate le voci peschiciane: velóche ‘piastrella’ [< serbocr. plôjca ‘piastrella’ (50)], langliste ‘lombrico’ [serbocr. glista ‘verme’, kišna glista (‘verme della pioggia’) ‘lombrico’], nonché i due toponimi Sarbìche, rione dell’abitato, e Cruàteche (contrada situata oltre Sfinale e Sfinalicchio, in territorio viestano), luoghi un tempo abitati rispettivamente dai Serbi e dai Croati (51).

Non è poi del tutto irrilevante il parziale apporto, tematico e suffissale, evidenziato dal Rohlfs (52) in parole come bbabbòrche ‘orca’ [< sl. baba ‘donna vecchia’], pugghiache o bbugghiache ‘lumaca’ [serbocr. puž id., con suffisso italiano], scardavizze o sgardavizze ‘geco’ [suff. diminutivo serbocr. -ica = -itsa (53)]. Né si può sorvolare sulla portata linguistica e storica di cognomi come Vecera, Vecere [serbocr. vèčera ‘cena’] o Rauzino, cioè ‘ragusino’ [da Ragusa o Dubrovnik], per non parlare dei riflessi slavi contenuti in alcuni agnomi peschiciani, come bbabburre [< baba, v. supra].

A queste voci andranno infine aggiunte con qualche probabilità gli isolati zanzaréiche ‘lumaca’ e zanzarenèlle ‘lumachina’ (54), ma con certezza le parole jubbizze ‘violetta’ [serbocr. gliubičitsa ‘viola’], sèsse ‘sorella maggiore’ [serbocr. sèstra ‘sorella’], culace ‘tarallo’ e culacicchie ‘tarallino’ [serbo kolač ‘dolce’ e koláčić ‘pasticcino’ (55)].

Non è privo di significato che gli abitanti di Peschici vadano tanto fieri dei loro culace, da farne un emblema – riconosciuto dai paesi limitrofi – e da cantare in coro al ritmo di una tarantella:

L’arie d’i peschešane sònne i culace,
sònne i culace (56).

[Il vanto dei peschiciani sono i taralli, sono i taralli].

A conclusione si può dire che, data la particolare cadenza prosodica (cantata) dei dialetti di Peschici e di Vico, colonie slave storicamente accertate, non è possibile scartare a priori un’influenza fonologica slava sui loro dialetti, la quale non sembra però suffragata dai tratti fonetici dei due centri, che non rappresentano realtà estranee all’area linguistica di Capitanata e che, spesso, si diversificano tra loro proprio per quelle risultanze che il Rohlfs attribuiva all’influsso slavo: Peschici ha, per esempio, stalle, vèrne, case, mentre Vico ha stadde, víirne (57), cäse. Tuttavia, se non si indugia assistendo passivamente al tramonto definitivo dell’attività agricolo-pastorale di tipo tradizionale, nuovi scavi dialettologici a Peschici potrebbero ulteriormente ampliare il patrimonio lessicale slavo dell’incantevole cittadina garganica protesa sul mare.

Francesco Granatiero


1) Cfr. anche la versione in A. CAMPANILE, Peschici nei ricordi, Grenzi, Foggia 2000, p. 91.

2) Cfr. anche la versione edita in S. PRENCIPE, Mattinata la nuova Matinum, Istituto Tipografico “Anselmi”, Marigliano (Na) 1968, p. 250.

3) Al Thesaurus di Micaglia andrebbe affiancato un simile dizionario di Gregorio VIDALI, originario di Lesina, composto nel 1628 ed oggi non più reperibile. Cfr. R. COLUCCIA et alii, La Puglia, in M. CORTELAZZO et alii (a cura di), I dialetti italiani. Storia, struttura, uso, UTET, Torino 2002, p. 691.

4) «Io nacqui da onesti parenti a’ sette di maggio dell’anno 1676, in una terra del monte Gargano, nella Puglia de’ Dauni chiamata Ischitella, prossima a’ lidi del mare Adriatico, dirimpetto all’isole Diomedee, ora dette Tremiti. Allevato nell’infanzia dalla non men pia che savia mia madre, Lucrezia Micaglia…» (P. GIANNONE, Vita scritta da lui medesimo, a cura di Sergio Bertelli, Feltrinelli, Milano 1960, p. 3).

5) Un secondo riferimento si trova alla fine dello stesso capitolo, quando riferisce di uno zio della madre, prete, identificato con don Matteo Micaglia: «i miei genitori […] si risolvettero di mandarmi a Napoli, col certo soccorso che avrebbe lor somministrato, per mio sostentamento, uno zio di mia madre, prete, non men agiato di beni di fortuna, che verso di me molto tenero e benefico e che mi portava grand’amore ed affezione». Cfr. S. BERTELLI (a cura di), P. GIANNONE, op. cit., p. 7.

6) Cfr. R. COLUCCIA, R. A. GRECO, C. SCARPINO, L’Interrogatorio di Nicola de Aymo: una grammatica latino-volgare leccese del 1444, relazione presentata al Convegno su «Tradizioni grammaticali e linguistiche nell’umanesimo meridionale» (Lecce-Maglie, 26-28 ottobre 2005) (in stampa); e C. MASSARO, Territorio, società e potere, in B. VETERE (a cura di), Storia di Lecce dai Bizantini agli Aragonesi, Laterza, Roma-Bari 1993.

7) G. ROHLFS, Ignote colonie slave sulle coste del Gargano, “Cercetari di linguistica”, III, 1958 e Slavische Kolonisation in Süditalien,“Sudöst-Forschungen”, XXIX, 1970.

8) G. ROHLFS, Studi e ricerche su lingua e dialetti d’Italia, Sansoni, Firenze 1972; 2a ed., ivi 1990, pp. 349-356 [Melanges linguistiques offerts à Emil Petrovici (Cluj), 1958, pp. 409-413, riprodotto nel giornale “Il Gargano”, 21-XII-1962 (riveduto, con alcune aggiunte)].

9) Cfr. M. MELILLO, Atlante Fonetico Pugliese, San Marcello, Roma 1955.

10) Cfr. M. MELILLO, Nuovo Atlante Fonetico Pugliese. I dialetti di Puglia, Bari 1972-’83; e in LSP, 22-38, 1983-’88.

11) Cfr. G. MELILLO, I dialetti del Gargano, Simoncini, Pisa 1926, p. 12 (pède ‘piede, piedi’) e p. 20 (mòrte ‘morta, morto’).

12) G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 356.

13) M. MELILLO, Atlante Fonetico Pugliese, cit.

14) M. CAROSELLA, Sistemi vocalici tonici nell’area garganica settentrionale fra tensioni diatopiche e dinamiche variazionali, Edizioni Nuova Comunità, Roma 2005, p. 96-97.

15) V. VALENTE, Osservazioni sopra alcuni dialetti garganici, in “Lingua e storia in Puglia”, 10, 1980, pp. 25-30.

16) Cfr. C. GRASSI, A. A. SOBRERO, T. TELMON, Fondanenti di dialettologia italiana, Editori Laterza, Bari 1998, p. 103.

17) Cfr. M. CAROSELLA, Sistemi ecc., cit.

18) V. VALENTE, Osservazioni sopra alcuni dialetti garganici, cit.

19) G. MELILLO, I dialetti del Gargano, cit.

20) Cfr. M. MELILLO, Atlante Fonetico Pugliese, cit.

21) V. VALENTE, Osservazioni sopra alcuni dialetti garganici, cit.

22) Cfr. M. CAROSELLA, Sistemi ecc., cit.: vòsche ‘bosco’ vs vósche ‘boschi’, cambanèdde ‘campanello’ vs cambanédde ‘campanelli’.

23) Cfr. K. JABERG, J. JUD, Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, Zofingen 1928-’40 (AIS): tata rósse ‘nonno’ vs mamma ròsse ‘nonna’, waglióle ‘ragazzo’ vs wagliòla ‘ragazza’, fóche ‘fuoco’, códde ‘collo’, córpe ‘corpo’, vérne ‘inverno’, cénte ‘cento’ e tròccele ‘battola’, còre ‘cuore’, nòre ‘nuora’, dòlene ‘dolgono’, fròffece ‘forbice’, ecc.; pétte ‘petto’, vérne ‘inverno’ ma Jesèppe ‘Giuseppe’ ecc. Ma successivamente la situazione appare molto confusa.

24) Cfr. in G. e M. GALANTE, Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, Levante Editore, Bari 2006: bbóne ‘buono’ vs bbòna ‘buona’, mórte ‘morto’ vs mòrta ‘morta’, apérte ‘aperto’ vs apèrta ‘aperta’.

25) Cfr. A. M. MELILLO (diretto da), Atlante Linguistico Etnografico della Daunia, Atlantica, Manfredonia 1979: vénde ‘vento’, li vécchie ‘i vecchi’ vs la vècchie, lu pétte ‘il petto’, jómmene ‘uomini’, l’ócchie ‘l’occhio’ vs la mòrte, códde ‘collo’ ecc., con vocali solo un po’ più chiuse che a San Marco in Lamis. Anche se personalmente ho registrato: vinde ‘vento’, cudde ‘collo’, con vocali indistinguibili da quelle di parole come vinde num. ‘venti’, cudde ‘quello’.

26) V. VALENTE, Osservazioni sopra alcuni dialetti garganici, cit., p. 29.

27) G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 356.

28) Vedi, in proposito, anche R. COLUCCIA, in M. CORTELAZZO et alii (a cura di), I dialetti italiani. Storia, struttura, uso, cit., p. 690: “Se si escludono alcuni tratti fonetici del dialetto di Peschici i quali solo con molta cautela potrebbero essere attribuiti al «diverso sistema fonologico slavo» […] non si va oltre i lasciti rappresentati da qualche toponimo e da un manipolo di slavismi lessicali in alcuni dialetti odierni del Gargano”.

29) P. SARNELLI, Cronologia de’ Vescovi et Arcivescovi Sipontini, Stamperia Arcivescovale, Manfredonia 1680.

30) M. CAVALIERI (padre Marcello Cavaglieri), Il Pellegrino al Gargano, tomo I, Ristampa dell’edizione del 1680, “Lingua e storia in Puglia”, vol. 29-30, 1985, pag. 89: «Li Saracini tre volte si usurporono il Gargano; e tre volte ne furono obbrobriosamente cacciati; la prima volta da Rodoaldo Duca di Benevento; la seconda da Carlo Magno per mezzo di Rotlando detto Orlando Conte di Blavo suo Nipote; la terza da Ottone I Imperadore per mezzo di Pandolfo Duca di Benevento, e di Sueripolo Capitano degli Slavi. A questi furono in premio dall’Imperadore erette in Gargano due Colonie di Vico e Peschici.»

31) Cfr. M. POPOVIĆ RANDOVIĆ, Le relazioni commerciali fra Dubrovnik (Ragusa) e la Puglia nel periodo angioino (1266-1442), A.S.P.N. LXXVI-LXXVIII, 1958-1959.

32) Cfr. al riguardo M. REŠETAR, Serbokroatischen Kolonien Süditaliens, in “Schriften der Balkankommission”, Vienna, IX, 1911; e P. PIEMONTESE, Ittionimi e fitonimi interadriatici, in L’Adriatico e il Gargano, Centro Rodiano di Cultura “Uriatinon”, Tip. Di Pumpo, Rodi Garganico 1988, pp. 87-95.

33) V. VALENTE, Osservazioni sopra alcuni dialetti garganici, cit., p. 26.

34) Cfr. G. TANCREDI, Vocabolarietto dialettale garganico, Agricola, Ischitella 1910 (2a ed., Lucera, Pesce, 1913; 3a ed., ivi, 1915), s. v. ciurcia.

35) G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 351. Vedi anche nota 53.

36) Si vedano al riguardo V. VALENTE, Fortuna dell’etnico ‘schiavo’, ‘schiavone’ nelle parlate pugliesi, “Bollettino dell’Atlante linguistico mediterraneo” 13-15, 1971-73: 261-71; Ž. MULIAČIĆ, Su alcune voci italiane di origine croata, in Atti del VII Convegno del Centro per gli studi dialettali italiani (Torino-Saluzzo, 18-21 maggio 1970), Pacini, Pisa 1971, pp. 191-194; F. FANCIULLO, A proposito degli slavismi del Gargano, in G. HOLTUS, J. KRAMER (edd.), Romania e Slavia Adriatica. Festschrift für Žarko Muliačić, Hamburg 1987, pp. 177-184; R. CALDARELLI, Voci di origine croata nel lessico dei dialetti abruzzesi e molisani, in Etimologia e lessico dialettale, Pacini, Pisa 1980, pp. 365-377; F. FANCIULLO, in M. CORTELAZZO et alii (a cura di), I dialetti italiani. Storia, struttura, uso, cit., p. 686-87.

37) G. ROLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 351.

38) Vedi G. TANCREDI, cit, s. v. chióda ‘fossa, sepoltura’; S. PRENCIPE, Vocabolarietto dialettale etimologico garganico. Monte Sant’Angelo – Mattinata, Istituto Tipografico “Anselmi”, Marigliano (Na) 1965, s. v. chiote ‘sepoltura, fossa’; e G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 351: «deformato dal serbocr. gròba ‘sepoltura’? o piuttosto da identificare con il montenegr. klâda ‘cimitero’?».

39) M. MELILLO, Una nota sulle ‘chiote’, in “Lingua e storia in Puglia”, 3, 1976: 133-37.

40) F. FANCIULLO, in M. CORTELAZZO et alii (a cura di), I dialetti italiani. Storia, struttura, uso, cit., p. 686.

41) G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 352.

42) V. VALENTE, Osservazioni sopra alcuni dialetti garganici, cit., p. 26.

43) G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 351.

44) G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 356.

45) V. VALENTE, Osservazioni sopra alcuni dialetti garganici, cit., p. 26.

46) Cfr. P. PIEMONTESE, Ittionimi e fitonimi interadriatici, cit., p. 94: «Per la verità c’è un po’ di solitudine attorno a questa voce. Comunque nell’insieme potrebbe essere accolta la proposta del Rohlfs».

47) G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 351.

48) V. VALENTE, Osservazioni sopra alcuni dialetti garganici, cit., p. 26.

49) L’altissima frequenza di rapporti tra il X e l’XI secolo è attestata da Armando PETRUCCI nell’introduzione al Codice diplomatico di Tremiti, che riporta anche un documento sottoscritto nel 1053 nella colonia slava di Devia, situata tra i laghi di Lesina e di Varano, dove si parla dei primissimi abitanti slavi di Peschici. Giuseppe MARTELLA in Consoli e Consolati ragusei a Peschici e a Vieste, evidenziando come dalla fine del Quattrocento numerose famiglie illiriche espatriarono sul Gargano per sfuggire alla dominazione turca, parla di stabili rapporti diplomatici tra Ragusa e i due centri garganici dal XVI al XVIII secolo. Il canonico lateranense Timoteo MAINARDI nel regesto Ragioni di Santa Maria di Tremiti (1592) parla di una Torre dellj Prigionieri e di poche casette dentro Peschici vecchia, che dopo la rifondazione slava, avvenuta nel ’500, ebbe nuovo l’intero nucleo abitativo dalla Porta della Piazza sino al Castello, con poderose mura di cinta, ciò che fece di Peschici il fulcro di difesa della costa dagli attacchi saraceni. Il sindaco di Peschici Matteo DE BOSCIO, in un documento del 1618 dell’Archivio di Stato di Foggia, spiega il privilegio fiscale accordato da Alfonso I d’Aragona agli Slavi di Peschici: «ha più d’anni cento che per loro e loro predecessori questa terra è abbitata, hanno fabbricato le muraglie di essa, fatto la terra che prima non vi era, sono stati sempre reali e fideli di sua Maestà» (terra vuol dire ‘centro abitato’): trattamento fiscale cui seguì un “privilegio” di Carlo V, confermato da Filippo II perché gli Slavi di Peschici seppero difendere dai turchi le terre vicine. Per le notizie della presente nota cfr. T. M. RAUZINO, Quando a Peschici gli slavi erano di casa, in “Il Corriere del Mezzogiorno”, allegato al “Corriere della sera”, 29-6-2003.

50) G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 352.

51) Cfr. T. M. RAUZINO, Quando a Peschici gli slavi erano di casa, cit.

52) G. ROHLFS, Studi e ricerche ecc., cit., p. 351.

53) Cfr., traslitterando, I. MICALIA, Thesaurus, cit.: «gušteritsa krastava: tarantola; stellio, [ion]is, Phalangium, ii», s. v.

54) G. TANCREDI, Vocabolarietto dialettale garganico, cit., s. v. zanzarinella.

55) Cfr. I. MICALIA, Thesaurus, cit.: «kolacicch Mali Koláç Buccellatello; Ciambella», s. v.

56) Cfr. F. NASUTI, Canti della memoria, Comunità Montana del Gargano, Claudio Grenzi Editore, Foggia 1999, p. 141.

57) Cfr. G. MELILLO, I dialetti del Gargano, cit., p. 14.

Il presente saggio, Vestigia slave nel dialetto di Peschici di Francesco Granatiero, è apparso per la prima volta in: L. BERTOLDI LENOCI e TERESA MARIA RAUZINO (a cura di), Chiesa e religiosità popolare a Peschici, Centro Studi “Giuseppe Martella”, Foggia, Edizioni Centro Francescano, 2008.

9 thoughts on “Vestigia slave nel dialetto di Peschici

  1. Bellissimo e interessante come tutte le altre cose che ho letto su Calena. Grazie per avermi dato la posibilità di conoscere meglio una terra che amo per tanti motivi.

  2. A san nicandro garganico nel dialetto dei nonni, quindi non usato più dai giovani, la parola Papà si diceva Tat dal croato Tata.

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