Dialetto di San Severo (FG).”La finitoria” di Carlo Jondi

di FRANCESCO GRANATIERO

san_severo_teatro_cartolina
San Severo – Teatro Verdi

La poesia dialettale della Capitanata, se si esclude qualche autore di cui è dato sapere, è quasi tutta posteriore al XIX secolo. Prima infatti non si hanno che sporadici e frammentari riscontri, come il nome del foggiano Filippo Bellizzi, antologizzato dal Sorrenti, (1) o quelli di Pietro e Alessandro Nobiletti di Ischitella, la cui poesia ha, peraltro, carattere eminentemente popolare. (2)

Il testo più antico che si conosca è La finitoria (La fine), del sanseverese Carlo Jondi (XVIII-XIX sec.), che venne pubblicato per la prima volta dal dialettologo Carlo Salvioni nel 1913, (3) benché risalga alla prima metà dell’Ottocento. (4)

Esso presenta un cappello introduttivo, posto al modo dei poeti giocosi della poesia comico-realistica del tempo di Dante, che riassume il componimento, definendolo un «sunetto puetico a lenga di Sa[n]ziviro di D. Carlo Jondi uomo addotto co li sciocchi», in cui «una vispa giovanetta, perché chiesta in matrimonio, si mette in arnese e si abbella con ornamenti», divenendo «perciò brutta all’occhio del pretendente che la ricusa».

La finitoria

Da cuome t’aijo vista a cuome sci
Dalli steddi alla stadda si passata.
Pecchè mustrarti Rosa ’ngelicata,
Si t’avive cagnà pe nu bonnì?

Mo ca ti mitti cioffe e quicricchì
E quassacchino di magrà sciurata,
Sciuccaghie, anedde e scarpa ammullettata,
Govèrnate e no starmi a sturdolì.

Si lu suole di Marzo ti tignieva,
O ti schiuppava freva a frillo, o a morta
Na fattura Sciatedda ti facieva,

Nun sarissi raddutta a quissu punto.
E j ti spuoso?… Tirati la porta!
Vogghio spusà l’arrusto e lu panunto.(5)

Ne dò la traduzione italiana:

“Da come ti sapevo a come sei / dalle stelle alla stalla sei passata. / Perché mostrarti Rosa angelicata / se dovevi cambiarti solo per un saluto. // Ora che ti metti fiocco e chicchiricchì / e casacchino di Wagram fiorato, / orecchini, anelli e scarpe con le mollette (le fibbie?), / datti un contegno e non stordirmi. // Se il sole di marzo ti avesse tinta (se avessi avuto un colpo di sole), / o ti fosse scoppiata la febbre con i brividi, / o a morte Scjatedda ti avesse stregata, // non saresti ridotta in questo stato. / E io dovrei sposarti?… Chiuditi in casa! / Preferisco sposare l’arrosto e il pane unto.”

E ora fornisco la sua trascrizione secondo la pronuncia odierna, evidenziando in corsivo le parole non più in uso: (6)

La fenetorje

Da come t’ajje viste a comë si’
Dalli stèlle alla stalle si’ passètë.
Pecchè mustrarte Rosa ’ngelechète,
Se t’aviv’a cagnà pe nnu bbonnì?

Mò ca te mitte cioffe e cquicricchì
E quassacchinë de magrà scjurète,
Scjuccaglie, anèlle e scarpe ammullettète,
Guuèrnete e nne starme a struddelì.

Se lu sole de Marze te tegnéve,
O te sccuppéve fréve a friddë, o a mortë
Na fatture Scjatelle te facéve,

Ne nzarrisse ’rraddutte a cquissu punde.
E ji’ te spose?… Tìrete la porte!
Vojje spusà l’arruste e llu panunde.

Dal confronto del testo originale con l’attuale pronuncia del sonetto risaltano alcuni fatti linguistici, che vale la pena sottolineare. Il testo antico presenta delle dittongazioni che non credo si possano liquidare come artefatti di scrittura: cuome “come” [v. 1], suole “sole” [v. 9], spuoso “sposo” (verbo) [v. 11], tignieva “tingeva” [v. 9], facieva “faceva” [v. 11]. Esse corrispondono, rispettivamente, alle attuali vocali chiuse: cóme, sóle, spóse, tegnéve, facéve. Qui, come evidenziato dal Rohlfs per la vicina Apricena, si ha lo sviluppo, limitato alla sillaba libera di parola piana, di un sistema fonologico a tre gradi (pépe, téle, péde, nóce, skópe, róte), che si manifesterebbe «dopo l’esaurimento del fenomeno della metafonia». (7)

Il primo verso termina con la parola sci [ši] “sei” (verbo), oggi non più usata, mentre è la forma regolare della più periferica San Marco in Lamis. Il secondo si chiude invece con si passata “sei passata”, dove l’ausiliare si “sei” (verbo) corrisponde alla forma tuttora viva a San Severo.

A conferma dell’antichità del testo, è da notare la persistenza della geminata -dd- da -LL- (steddi e stadda [v. 2], anedde [v. 7], Sciatedda [v. 11]) di contro agli odierni stèlle, stalle, anèlle, anche se la vecchia pronuncia si è protratta almeno fino all’inizio del Novecento. La forma frillo [v. 10] ‘freddo’ va interpretata come un ipercorrettismo.

Una seconda constatazione è l’assenza, nel testo antico, della palatalizzazione della a tonica in sillaba libera di parola piana: passata, ‘ngelecata, sciurata, ammullettata. Questa, che sarebbe una spia dell’influsso celtico, è ora un fenomeno costante, come risulta dalle rime in -ète della nuova trascrizione.

Il termine ’ngelicata [v. 3], non registrato dal Pistillo-Littera, è proprio della lingua, mentre nel quarto verso il futuro t’avive cagnà è forse una svista per t’aviv’a cagnà e il saluto bonnì, non in uso, una verosimile voce napoletana.

Le forme metafonetiche del tipo mitti [v. 5], frillo [v. 10] e sarissi [v. 12] sono comuni ai dialetti dell’area meridionale non estrema.

La voce magrà del verso 6 corrisponde alla macrama, un tipo di merletto, di San Marco in Lamis.

Il nono verso fa riferimento al proverbio sanseverese È megghië ca màmmete te chiagnesse e nnò ca u sole de marze te tegnesse “è meglio che tua madre ti pianga e non che il sole di marzo ti tinga”.(8)

Il nome Sciatedda [v. 11], fattucchiera dal fiato pesante, deriva dall’arcaico scjate “fiato”. Oggi a San Severo è generalmente usata la parola fijète.

Il panunde [v. 12] è, in questo caso, il pane unto con il grasso di arrosto (cfr. Pistillo & Littera).

Da un punto di vista letterario, il sonetto è agile nello stile, concettoso, ricco di immagini rese in forma linguisticamente appropriata e ben costruito, bilanciato nelle sue parti, con l’ottimo contrasto tra i fronzoli e le ricercatezze dell’apparire da una parte e le gravi conseguenze della esposizione al sole di marzo, della febbre maligna o della fattura di Sciatèdda dall’altra, e con l’altrettanto efficace contrapposizione tra lo sfoggio del vistoso (e ridicolo) abbigliamento e la concretezza prosaica ed umile dell’arrosto e del pan unto.

Francesco Granatiero

NOTE

(1) Pasquale Sorrenti, La Puglia e suoi poeti dialettali, Antologia vernacola pugliese dalle origini, Bari, De Tullio, 1962, pp. 237-40.

(2) Michele Vocino riservò alcune pagine de Lo Sperone d’Italia (Roma, Casa Editrice G. Scotti, 1914) ad Alessandro Nobiletti (Ischitella 1798-1868), contadino analfabeta, timoroso di Dio, ma amante del vino e del gioco, e, quel che più interessa, abile improvvisatore di versi. Alcuni componimenti dello stesso Nobiletti furono pubblicati in Michele Vocino – Nicola Zingarelli, Apulia fidelis, Milano, Trevisini, s.d. [post 1925]. Autore di poesia popolare fu anche Pietro Nobiletti, nato a Ischitella nel 1794 e cugino di Alessandro. Di lui si può leggere qualcosa in Ciro Cannarozzi, Biografie ischitellane, Vicenza, Tip. Ed. Esca, 1974.

(3) Carlo Salvioni, «Apulia», anno IV, fasc. I-II, 1913, se non interpreto male il «C. Salviani» citato da Brunelio Branca, «Notiziario» del Centro di studi sanseveresi di storia e archeologia, San Severo, Cromografica Dotoli, 1975, p 64.

(4) Cfr. Brunelio Branca, «Notiziario» cit., pp. 63-64, dove si afferma che il dialettologo veronese Bernardino Biondelli (1804-1886), per compilare il suo Saggio sui dialetti gallo-italici, predispose la traduzione della parabola del Figliuol prodigo nei diversi dialetti della Penisola, rivolgendosi, per le Puglie, al letterato napoletano D. Raffaele Liberatore (1787-1843), il quale a sua volta si servì dell’amico Avv. Vincenzo de Ambrosio, che alla traduzione allegò anche il sonetto del Cav. Don Carlo Jondi. Il Branca dice ancora che alcune delle molte versioni dialettali rimasero però fuori dalla raccolta del Biondelli e che quella sanseverese, con il sonetto, venne poi, appunto, recuperata dal Salvioni.

(5) Il testo è ripreso dal Branca, cit., p. 66, mentre volutamente si tralascia la dizione di Pasquale Sorrenti, La Puglia e suoi poeti dialettali, cit., p. 267, fuorviante per la presenza di errori sostanziali come “pannuto” in luogo dell’acclarato “panunto”, al punto che il sanseverese Carlo Torelli è stato indotto a parlare di “pennuti”. Cfr. Cosma Siani, La poesia dialettale in provincia di Foggia tra Tavoliere e Subappennino Dauno clicca qui.

(6) Per un raffronto è possibile consultare Pistillo & Littera, Dizionario del dialetto di San Severo, Pàrlë accúmë t’ha ffàttë màmmëtë, Apricena, Malatesta, 2006.

(7) Cfr. Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Fonetica, Torino, Einaudi, 1966, p. 11.

(8) Cfr. Ciro Pistillo, U carusèlle, pref. Nino Casiglio, San Severo, Notarangelo, 1982; e, per le varianti garganiche del proverbio, il mio Rére ascennènne [Da antica tradizione]. Dizionario tassonomico dei proverbi garganici, Grenzi, Foggia, 2002, alla voce Madre sole, p. 212.

Il presente articolo è tratto da “Proa Italia”, 6, 2011.

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